Il vetro, materiale inerte e riciclabile, è sempre stato considerato l'alternativa 'pulita' rispetto alla plastica, accusata di rilasciare microplastiche nelle bevande: la verità secondo il recente studio ANSES
Per anni abbiamo dato per scontato che scegliere l'acqua in bottiglia di vetro fosse la scelta più sicura per la nostra salute e per l'ambiente. Il vetro, materiale inerte e riciclabile, è sempre stato considerato l'alternativa "pulita" rispetto alla plastica, accusata di rilasciare microplastiche nelle bevande.
Un nuovo studio scientifico ribalta però questa convinzione, dimostrando che le bottiglie di vetro possono contenere una quantità di microplastiche persino superiore a quella delle bottiglie in PET. Un risultato che ha sorpreso gli stessi ricercatori e che merita di essere spiegato con attenzione, perché la realtà è più complessa di quanto sembri.
La ricerca che ha acceso il dibattito è stata condotta dall'ANSES, l'Agenzia nazionale francese per la sicurezza sanitaria dell'alimentazione, dell'ambiente e del lavoro. Lo studio, coordinato dalla dottoranda Iseline Chaib insieme a Guillaume Duflos, direttore della ricerca dell'agenzia, è stato realizzato dall'unità di Boulogne sur Mer del Laboratorio per la Sicurezza Alimentare dell'ANSES e pubblicato nel giugno 2025.
I ricercatori hanno analizzato numerose bevande commercializzate in Francia, confrontando i livelli di microplastiche presenti in diversi tipi di imballaggio: bottiglie di vetro, bottiglie di plastica PET, lattine di metallo e contenitori in cartone. Tra le bevande esaminate figurano acqua naturale e frizzante, cola, tè freddo, limonata, birra e vino.
Il dato che ha colpito maggiormente gli autori dello studio è che, per la maggior parte delle bevande analizzate, la concentrazione di microplastiche risultava da cinque a cinquanta volte superiore nelle bottiglie di vetro rispetto a quelle in plastica o alle lattine. Nelle bevande come cola, limonata, tè freddo e birra imbottigliate in vetro sono state rilevate in media circa cento particelle di microplastica per litro, un valore nettamente più alto rispetto ai contenitori alternativi. Gli stessi ricercatori hanno ammesso di aspettarsi il risultato opposto, tanto che il dato ha richiesto ulteriori verifiche prima di essere reso pubblico.
Ed è qui che arriva il chiarimento più importante per chi consuma acqua in bottiglia. A differenza di bevande gassate, tè e birra, l'acqua, sia naturale che minerale, ha mostrato concentrazioni di microplastiche decisamente più contenute in tutti i tipi di contenitore analizzati. Nello specifico, lo studio ha rilevato una media di circa 4,5 particelle di microplastica per litro nelle bottiglie di vetro, contro circa 1,6 particelle per litro in quelle di plastica.
Questo significa che, pur restando vera la tendenza generale secondo cui il vetro rilascia più microplastiche della plastica, nel caso specifico dell'acqua i valori assoluti restano molto bassi rispetto a quelli osservati in altre bevande. Anche il vino, quando chiuso con tappo in sughero anziché con capsula metallica, ha mostrato livelli di contaminazione contenuti anche nelle bottiglie di vetro. Guillaume Duflos ha sottolineato che le ragioni di questa differenza tra tipologie di bevande non sono ancora del tutto chiarite e richiederanno ulteriori approfondimenti scientifici.
Il punto centrale che molti articoli divulgativi rischiano di appiattire, e che invece è fondamentale per capire davvero la questione, è che il vetro non è la fonte diretta delle microplastiche. Il vetro, come materiale, resta chimicamente inerte e non rilascia di per sé particelle plastiche nel liquido che contiene.
Il vero responsabile individuato dai ricercatori è la vernice esterna dei tappi metallici che sigillano le bottiglie di vetro. Analizzando forma, colore e composizione chimica delle microplastiche trovate nelle bevande, il team ha scoperto che corrispondevano esattamente al rivestimento plastico applicato sui tappi a corona. In pratica, durante lo stoccaggio e il trasporto, i tappi sfregano tra loro all'interno delle confezioni, provocando microscopici graffi sulla superficie verniciata, invisibili a occhio nudo. È da questi piccolissimi danneggiamenti che si staccano le particelle di plastica che poi finiscono nella bevanda al momento dell'apertura o durante la conservazione.
Questo aspetto è cruciale perché sposta l'attenzione da un problema di materiale a un problema di processo produttivo e logistico. Non è quindi il contenitore in vetro in sé a essere pericoloso, ma un elemento accessorio, il tappo, che nella maggior parte dei casi in commercio è realizzato con una componente plastica verniciata.
Questo studio offre uno spunto importante per ragionare in modo più corretto sul tema delle microplastiche negli alimenti e nelle bevande. Per anni la narrazione dominante ha identificato la plastica come unica fonte del problema, portando molti consumatori a scegliere sistematicamente il vetro come alternativa sicura. I risultati dell'ANSES dimostrano invece che la questione è più articolata.
Secondo diversi esperti del settore alimentare, la contaminazione da microplastiche può avere origini multiple e spesso insospettabili: non solo il corpo principale del contenitore, ma anche tappi, guarnizioni, rivestimenti interni delle lattine, etichette adesive e persino i processi di imbottigliamento industriale possono contribuire al rilascio di particelle plastiche. Anche materiali considerati "naturali" o "sicuri", come il vetro o il metallo, possono quindi veicolare microplastiche se abbinati a componenti accessorie in plastica non adeguatamente protette.
Questo significa che la scelta del materiale del contenitore, da sola, non è sufficiente a garantire l'assenza di microplastiche. È l'intera filiera produttiva, dal design del tappo alle modalità di stoccaggio, a incidere sul livello di contaminazione finale della bevanda. Un ulteriore elemento di complessità riguarda il fatto che le microplastiche possono provenire anche dall'ambiente circostante durante le fasi di imbottigliamento, dall'acqua utilizzata nei processi industriali o dal contatto con altre superfici plastiche lungo la catena di produzione.
L'agenzia francese non si è limitata a segnalare il problema, ma ha anche indicato possibili soluzioni pratiche per l'industria del beverage. Tra le misure suggerite figura un processo di pulizia più accurata dei tappi prima della sigillatura delle bottiglie, attraverso soffiaggio ad aria compressa seguito da lavaggio con acqua e alcol. Questa procedura aggiuntiva potrebbe ridurre in modo significativo, se non quasi azzerare, il rilascio di microplastiche derivante dai graffi sulla vernice, anche se comporterebbe un aumento dei costi di produzione per le aziende del settore.
È importante sottolineare che lo studio dell'ANSES non ha analizzato gli effetti tossicologici legati all'ingestione di queste particelle. Al momento non esiste un livello di riferimento scientificamente validato che permetta di stabilire con certezza se le quantità rilevate rappresentino un rischio concreto per la salute umana.
L'agenzia stessa ha precisato che, in assenza di soglie di sicurezza definite, non è possibile al momento affermare se i dati raccolti costituiscano un pericolo reale, ma ha comunque ritenuto opportuno rendere pubblici i risultati per stimolare ulteriori ricerche e possibili interventi correttivi da parte dei produttori.
Alla luce di questi risultati, chi acquista acqua in bottiglia di vetro pensando di evitare completamente il contatto con la plastica dovrebbe rivedere questa convinzione, ma senza allarmismi eccessivi. Come evidenziato dallo studio, i livelli di microplastiche rilevati nell'acqua restano comunque contenuti rispetto ad altre bevande, sia in vetro che in plastica, anche se il vetro mostra valori leggermente superiori.
Il messaggio più utile che emerge da questa ricerca non è quindi "il vetro è pericoloso" o "meglio tornare alla plastica", ma piuttosto che la sicurezza di un imballaggio non si misura solo dal materiale principale, bensì dall'insieme di componenti che lo costituiscono e dai processi produttivi impiegati. Un tappo ben progettato e correttamente pulito può fare la differenza tanto quanto la scelta tra vetro e plastica.
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...