Altre due banche sono finite nel mirino di truffatori per 26 milioni di euro, mentre la Procura di Milano indaga sui raggiri che hanno colpito anche Fideuram. Mail contraffatte e intelligenza artificiale: così agisce la CEO fraud.
La Procura di Milano indaga su due nuove presunte truffe ai danni di banche, per un ammontare complessivo di circa 26 milioni di euro. Gli episodi, emersi a settembre, risalgono a maggio e riguardano una manager indotta ad autorizzare trasferimenti per circa 24 milioni e un istituto più piccolo colpito per altri 2 milioni. Le modalità ricordano il caso Fideuram che ha coinvolto l’ex presidente Paolo Molesini: comunicazioni ingannevoli, identità contraffatte e strumenti digitali, compresa l’intelligenza artificiale. I fascicoli sono distinti e le responsabilità sono ancora al vaglio degli inquirenti.
Il fascicolo di maggiore entità riguarda operazioni autorizzate lo scorso maggio da una manager di un istituto bancario. Secondo quanto ricostruito nelle indagini, la donna avrebbe ricevuto messaggi da una casella di posta elettronica apparentemente riconducibile a un dipendente della banca. Convinta di essere in contatto con una persona interna all’organizzazione, avrebbe dato il via libera a transazioni per oltre 23,8 milioni di euro, indicate nelle cronache come circa 24 milioni.
Le somme sarebbero state trasferite attraverso conti internazionali, con passaggi tra Spagna, Singapore, Hong Kong e Bahrein. Le autorità hanno individuato una parte del denaro a Barcellona, dove un sequestro preventivo ha consentito di bloccare fondi presso un istituto locale. Il procedimento è coordinato dal pubblico ministero Enrico Pavone; il provvedimento cautelare reale è stato firmato dalla giudice per le indagini preliminari Sara Cipolla.
Le fonti disponibili non indicano ufficialmente il nome della banca coinvolta. Alcune ricostruzioni giornalistiche hanno avanzato un’identificazione, ma in assenza di conferme o di atti pubblici è prudente non presentarla come un dato accertato. Anche l’entità precisa delle somme recuperate nel caso maggiore non è definita in modo uniforme nelle notizie: è quindi opportuno distinguere il valore delle operazioni contestate da quello dei fondi effettivamente bloccati.
Il secondo episodio riguarda un istituto di dimensioni più contenute e un importo stimato in circa 2 milioni di euro. Anche in questo caso una parte del denaro sarebbe stata rintracciata e recuperata, stavolta in Croazia. Il fascicolo è assegnato alla pm Barbara Benzi. I due nuovi casi portano il totale delle somme contestate a circa 26 milioni di euro, senza includere i 95 milioni del precedente procedimento Fideuram. Si tratta tuttavia di importi riferiti dalle cronache investigative: l’esatta ricostruzione contabile spetta agli accertamenti giudiziari.
Lo schema descritto dagli investigatori si basa sulla credibilità della richiesta, più che su un’intrusione informatica nei sistemi bancari. Un messaggio sembra provenire da un collega o da un dirigente autorizzato e induce il destinatario a disporre pagamenti urgenti. Nel caso da circa 24 milioni, le informazioni rese note parlano in particolare di una casella email apparentemente collegata a un dipendente dello stesso istituto, capace di alimentare la convinzione che la comunicazione fosse autentica.
Questa forma di frode è spesso ricondotta alla CEO fraud, o frode del falso dirigente: il truffatore assume l’identità di una figura aziendale credibile e sollecita un trasferimento, talvolta invocando riservatezza, urgenza o un’operazione straordinaria. Il bersaglio non è necessariamente il vertice: può essere un manager o un addetto con potere di autorizzare bonifici. La manipolazione delle comunicazioni può includere email, messaggi e contatti telefonici, combinati per rendere coerente la falsa storia.
Nel quadro complessivo delle indagini milanesi viene menzionato anche il voice cloning, cioè la generazione o riproduzione artificiale di una voce simile a quella di una persona reale. L’intelligenza artificiale può rendere più convincente un’impostura, ma non tutte le fonti attribuiscono la voce clonata a ogni singola operazione. Per il caso da 24 milioni, la ricostruzione pubblicata descrive con chiarezza la mail apparentemente interna; non consente invece di affermare che una telefonata con voce sintetica sia stata provata in quel raggiro.
La cautela è importante anche rispetto ai termini usati nelle cronache: il fatto che una tecnica compaia nel filone investigativo non dimostra, da solo, che sia stata impiegata in ciascun fascicolo. Le indagini devono stabilire quali canali siano stati utilizzati, chi li abbia controllati e come siano state disposte le operazioni. In ogni caso, il punto debole sfruttato sembra essere la fiducia nell’identità del mittente e nella legittimità della richiesta, insieme alla pressione a procedere rapidamente.
Il precedente che ha reso particolarmente visibile il fenomeno è la truffa ai danni di Fideuram, avvenuta a febbraio e legata all’allora presidente Paolo Molesini. Secondo le ricostruzioni investigative e giornalistiche, il raggiro sarebbe cominciato con un messaggio WhatsApp attribuito a Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che avrebbe prospettato un’operazione urgente all’estero. Il messaggio era falso: l’identità di un dirigente di vertice sarebbe stata usata per dare autorevolezza alla richiesta.
Alla prima comunicazione sarebbe seguito il contatto di un uomo che si presentava come avvocato d’affari. La voce, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe stata clonata per risultare simile a quella di una persona reale e rafforzare la credibilità della richiesta. Successivamente sarebbero arrivate indicazioni via email relative ai conti esteri sui quali effettuare i trasferimenti. Il concatenarsi di messaggi e telefonata avrebbe contribuito a costruire un contesto di apparente legittimità, portando all’autorizzazione di bonifici per circa 95 milioni di euro.
La vicenda mostra una differenza rispetto al caso della manager: in quest’ultimo, le informazioni divulgate finora mettono in primo piano un indirizzo email apparentemente interno; nel caso Molesini, invece, le cronache descrivono un contatto che avrebbe combinato WhatsApp, telefonata e posta elettronica. In entrambi gli episodi, la falsa identità e la pressione operativa sono elementi centrali, ma le modalità specifiche non vanno sovrapposte.
Le notizie iniziali indicavano circa 36 milioni ancora mancanti su 95; alcune ricostruzioni successive hanno riportato una cifra diversa, pari a 39,5 milioni. Il dato più prudente è dunque che una parte consistente è stata recuperata o bloccata, mentre il saldo esatto ancora da rintracciare è stato riportato in modo non uniforme. Le cronache menzionano anche un informatico straniero, descritto come cittadino israeliano, la cui identità potrebbe essere fittizia. Si tratta di un’indagine in corso: l’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a una condanna e le responsabilità devono essere accertate nelle sedi giudiziarie.
Il recupero dei fondi dipende spesso dalla rapidità con cui vengono seguiti i trasferimenti e dalla possibilità di bloccare i conti prima che il denaro venga ulteriormente spostato. Nel caso da circa 24 milioni, una parte delle somme è stata individuata in una banca di Barcellona e sottoposta a sequestro preventivo. Le indagini hanno seguito le tracce di operazioni verso più Paesi, tra cui Singapore, Hong Kong e Bahrein, mentre per il secondo episodio sono stati rintracciati fondi in Croazia.
È necessario distinguere tra denaro sequestrato, denaro congelato su un conto e denaro già restituito alla vittima: sono passaggi diversi, che non sempre coincidono nei resoconti pubblici. Le informazioni disponibili descrivono una parte dei fondi dei due nuovi casi come recuperata, ma non offrono un rendiconto definitivo e omogeneo degli importi. Perciò i 24 e i 2 milioni rappresentano le somme contestate o sottratte secondo le ricostruzioni, non necessariamente la perdita netta finale delle banche.
Nel procedimento Fideuram, le cronache hanno riferito di somme bloccate dall’istituto stesso e di sequestri all’estero. La cifra residua è stata riportata con aggiornamenti differenti: circa 36 milioni in alcune notizie, 39,5 milioni in altre. Senza un dato ufficiale definitivo, non è corretto trasformare una delle due stime in certezza. La differenza può dipendere da aggiornamenti o da criteri di calcolo diversi, ma le fonti disponibili non ne chiariscono la ragione.
La cooperazione tra autorità e intermediari finanziari è rilevante perché i trasferimenti transfrontalieri possono moltiplicare i passaggi e rendere più complesso il tracciamento. Il sequestro preventivo, disposto dal giudice su richiesta dell’autorità giudiziaria, mira a impedire che somme individuate siano disperse; non stabilisce da solo la colpevolezza di chi è coinvolto. Restano quindi distinti il recupero patrimoniale e l’accertamento penale delle condotte.
Con i due nuovi procedimenti, a Milano risultano almeno tre indagini su presunte frodi bancarie che presentano somiglianze con il caso Fideuram. Le autorità hanno precisato che, allo stato delle informazioni disponibili, i fascicoli restano separati e non collegati tra loro. Cambiano gli istituti, le persone coinvolte, gli importi e i magistrati assegnatari; la presenza di uno schema simile non prova l’esistenza di un’unica organizzazione criminale.
Il tratto comune è l’uso dell’impersonificazione per superare le normali cautele: una comunicazione attribuita a un collega, a un dirigente o a un professionista può essere rafforzata da messaggi, email e, nel caso Fideuram, da una voce che si sarebbe rivelata artificiale. L’IA amplia le possibilità di rendere credibile il contatto, ma il successo del raggiro dipende anche da procedure interne e decisioni umane, come l’autorizzazione di un pagamento urgente senza una verifica indipendente.
Gli accertamenti dovranno stabilire se esistano collegamenti tra i presunti autori, quali strumenti siano stati impiegati in ciascun episodio e dove siano confluiti i fondi. Per ora il dato sostenibile è la presenza di un filone investigativo con modalità ricorrenti, non la prova di una regia comune. Anche l’individuazione di un sospettato nel caso Fideuram non consente di attribuire automaticamente la sua partecipazione agli altri fascicoli.
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...