La recente decisione del prefetto di Napoli di spegnere tutti gli autovelox apre nuovi interrogativi sulla gestione della sicurezza stradale, sulle norme di omologazione e sulle possibili ripercussioni nelle città italiane.
La recente sospensione degli autovelox a Napoli ha aperto una fase decisiva per la regolazione della sicurezza sulle strade non solo in Campania ma anche nel resto d’Italia. La scelta di fermare tutti i dispositivi automatici per il controllo della velocità, a seguito della richiesta del prefetto e delle incertezze giuridiche emerse sull’omologazione, sta già modificando gli equilibri locali e ponendo nuovi interrogativi sull’efficacia delle strategie nazionali di contrasto all’eccesso di velocità.
Così, uno scenario di nuove prassi amministrative e di possibili ricadute anche in altri contesti urbani italiani prende forma, generando preoccupazione per le possibili conseguenze sulla sicurezza collettiva, sulle casse comunali e sulla gestione della mobilità.
“Per motivi di legittimità e a tutela dei cittadini, si dispone lo spegnimento di tutti i sistemi di controllo automatico della velocità non omologati”: questa la sintesi della nota trasmessa in Prefettura che ha sancito lo stop degli autovelox a Napoli. L’iniziativa nasce da un contesto normativo incerto, dopo che la Corte di Cassazione (ordinanza 10505/2024) ha chiarito la nullità delle multe emesse dai dispositivi con sola approvazione ministeriale, ma privi di omologazione ufficiale secondo la normativa vigente.
Questa situazione si è aggravata perché, secondo il censimento nazionale del Mit concluso a fine 2025, oltre il 60% delle apparecchiature installate in Italia risultano non omologate. Di fronte a un flusso di ricorsi e contestazioni amministrative sempre crescente, la Prefettura ha assunto un approccio precauzionale, tutelando sia l’utenza stradale che l’amministrazione stessa da possibili contenziosi legali e responsabilità sul fronte della gestione delle multe.
L’impatto immediato è stato duplice:
La questione dell’omologazione si è rivelata centrale nell'attuale dibattito: la differenza tra "approvazione" e "omologazione" non è nominale, ma sostanziale, e riguarda la regolarità giuridica delle sanzioni rilevate dai dispositivi elettronici. Una lunga serie di pronunce, culminata con la sentenza della Cassazione n. 10505/2024, ha stabilito che l’approvazione ministeriale da sola non garantisce la legittimità dei verbali. Questo perché, oltre all’autorizzazione amministrativa, la legge richiede una specifica verifica tecnica (l’omologazione) a garanzia della precisione e affidabilità dello strumento certificato dal Mit.
Il problema deriva dal fatto che, in Italia molte apparecchiature sono storicamente prive della dichiarazione di omologazione, talvolta perché messe in funzione prima del 2017 (anno spartiacque per la regolamentazione) o perché frutto di un iter burocratico parziale. Il censimento nazionale 2025 ha reso pubblica la portata di questa anomalia: più della metà degli autovelox censiti sono esclusivamente approvati e non omologati.
La sentenza della Corte Suprema, confermata da note esplicative del Ministero e da associazioni come il Codacons, indica che tutte le multe elevate con strumenti non omologati devono essere annullate. Per rispondere all’emergenza interpretativa, il Mit ha anche predisposto una piattaforma nazionale online dove devono essere iscritti tutti gli apparati, per rendere verificabile pubblicamente il loro status.
Tuttavia, questo passaggio non è garanzia di regolarità: l’inserimento in piattaforma è condizione necessaria ma non sufficiente per la legittimità dell’uso. In attesa di futuri decreti di "sanatoria" o aggiornamento normativo, molte amministrazioni – come avvenuto a Napoli – hanno deciso di «spegnere» temporaneamente i dispositivi, in attesa di certezze giuridiche e tecniche. Intanto, si moltiplicano ricorsi e sentenze favorevoli agli automobilisti che contestano le multe derivanti da sistemi non in regola.
A complicare il quadro, si aggiungono le recenti modifiche al Codice della Strada (giugno 2024), che pongono limiti più stringenti al posizionamento degli autovelox e definiscono nuove distanze minime tra i dispositivi e la segnaletica di avviso, oltre a prevedere criteri più severi per la loro installazione su strade urbane ed extraurbane. Rimane ancora aperta la necessità di una riforma nazionale organica che chiarisca definitamente i requisiti tecnici e amministrativi per la legittima applicazione delle sanzioni.
La sospensione dei dispositivi automatici per il controllo della velocità in un’area metropolitana come quella napoletana genera ricadute dirette sulla sicurezza stradale. Secondo dati Istat e report delle forze dell’ordine, la presenza dei controlli elettronici è storicamente associata a una riduzione degli incidenti causati dal mancato rispetto dei limiti.
L’assenza di deterrenti automatizzati rischia di incentivare comportamenti più imprudenti alla guida, con possibili ricadute sulle fasce più vulnerabili, come pedoni e ciclisti. Diverse città italiane hanno affrontato scenari simili in passato: a Terni, per esempio, gli autovelox inattivi hanno reso più complesso il presidio dei punti critici, aumentando il rischio specialmente nei rettilinei privi di dossi o altre barriere fisiche.
Nel breve periodo, a Napoli si teme un aumento dell’eccesso di velocità e delle infrazioni difficilmente compensabile con la sola presenza di pattuglie sul territorio. Le risorse umane delle polizie locali sono spesso insufficienti a garantire controlli costanti, e la pressione sulla rete stradale urbana – già complessa – rischia di tradursi in una percezione ridotta di legalità e in un maggior numero di infrazioni non rilevate.
Inoltre, l’indebolimento delle strategie di controllo può avere effetti secondari sul rispetto delle norme correlate alla sosta, agli attraversamenti pedonali e al traffico nei punti più sensibili, come dimostrato dalle esperienze analoghe evidenziate anche in altre città italiane.
L’effetto domino generato dal caso napoletano è già osservato con attenzione da numerose altre amministrazioni municipali. L’estrema variabilità delle condizioni normative tra Comuni e Regioni rischia di produrre una frammentazione dei livelli di sicurezza stradale sui territori e una «corsa alla sospensione» degli autovelox non in regola, in attesa di chiarimenti legislativi.
I rischi principali che potrebbero profilarsi sono:
Il “caso Napoli” ha reso esplicita un’urgenza ormai non più rimandabile: ridefinire in modo univoco i criteri di utilizzo e omologazione degli autovelox, garantendo certezza giuridica, trasparenza amministrativa e tutela della sicurezza sulla rete viaria italiana.
La riflessione in atto va oltre il singolo episodio locale e richiama la necessità di linee guida nazionali chiare, che mettano in ordine sia gli aspetti tecnici che quelli procedurali, evitando l’alternarsi di censure, ricorsi e comportamenti disomogenei tra le amministrazioni.
L’esperienza maturata negli ultimi mesi insegna che senza strumenti affidabili e regolarmente certificati, il sistema sanzionatorio perde efficacia e “l’effetto deterrente” si affievolisce, con impatti tangibili sulle statistiche degli incidenti. D’altra parte, il rispetto delle regole e dei diritti degli automobilisti impone di sanare rapidamente le zone grigie normative, con controlli periodici, aggiornamenti trasparenti degli elenchi pubblici e una comunicazione chiara tra enti, cittadini e operatori.
Solo una riforma nazionale organica può prevenire casi analoghi in altre grandi città, allineando le esigenze di sicurezza stradale ai principi di legalità, affidabilità e trasparenza amministrativa che devono essere sempre al centro dell’azione pubblica.
Alberto Pelletti è un esperto del settore motori con oltre 18 anni di esperienza nel campo dell’analisi automotive. Opera a Torino come consulente per aziende e privati, collaborando con realtà attive nel settore automobilistico. Le sue competenze spaziano dalla valutazione delle flotte aziendali all’ottimizzazione dei costi di gestione dei veicoli. Grazie alla sua lunga esperienza, ha sviluppa...