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Aziende in crisi in Friuli Venezia Giulia: la situazione delle trattative, rischi e possibili soluzioni

di Marcello Tansini pubblicato il
crisi aziendali in friuli venezia giulia

Nel Friuli Venezia Giulia numerose aziende affrontano una crisi senza precedenti: settori coinvolti, trattative ai tavoli di crisi, rischi di chiusure e licenziamenti, strumenti di mediazione e prospettive per il futuro industriale della regione.

Nelle province del Friuli Venezia Giulia si sta assistendo a una progressiva diffusione di situazioni di crisi, che coinvolgono imprese di differenti dimensioni e molteplici comparti produttivi. Il dato più recente parla di oltre cinquanta vertenze industriali aperte, generate da una combinazione di fattori interni e variabili esterne. Dietro ai numeri ci sono realtà produttive strategiche per l’economia locale che oggi si confrontano con cali di commesse, sospensioni temporanee della produzione e incertezza sull’occupazione.
La fase di difficoltà, acuita dagli effetti a lungo termine della pandemia e dalle tensioni internazionali, mette sotto pressione l’intero modello industriale regionale, portando le parti sociali ed economiche a ricercare soluzioni coordinate per tutelare lavoro, competenze e valore generato dai distretti produttivi.

Nomi delle aziende in difficoltà e settori coinvolti a fine 2025 e inizio 2026

L’identità delle aziende più colpite in Friuli Venezia Giulia richiama le principali filiere che tradizionalmente sostengono l’economia regionale. Electrolux e il suo indotto rappresentano uno dei casi più osservati: lo stabilimento di Porcia, in particolare, segnala una situazione di alternanza nella produzione e continui segnali di incertezza, nonostante l’arrivo di nuove commesse.
Altre situazioni di rilievo interessano le società Bosh di Udine, che presentano difficoltà nelle attività legate a legno e alluminio, mentre la ex Wärtsila di Trieste conta circa 200 lavoratori in cassa integrazione. Nel tessuto imprenditoriale regionale emergono casi significativi anche nel comparto del mobile, come Snaidero (Majano), che occupa 250 addetti e sta attraversando una fase contraddistinta da produzione a giorni alterni.

Il settore metalmeccanico, da sempre fulcro della manifattura locale, è il comparto con la maggiore concentrazione di imprese coinvolte: attualmente sono circa 35 le aziende interessate dall’applicazione di cassa integrazione, con un impatto diretto su 4.000-4.500 lavoratori. Le province più segnate restano Pordenone e Trieste, ma la problematica interessa l’intero territorio regionale.

Di seguito una sintesi delle realtà maggiormente in difficoltà:

  • Electrolux (Porcia e indotto): andamento produttivo instabile, rischio riduzione organico.
  • Bosh Udine: incertezza su quattro società specializzate in legno e alluminio.
  • Ex Wärtsila (Trieste): cassa integrazione per 200 dipendenti.
  • Snaidero (Majano): produzione a regime ridotto, 250 lavoratori interessati.
  • Savio: contestata la revisione degli accordi su premi e piano industriale.
  • Zml di Maniago: divisione ghisa in cassa integrazione, circa 500 addetti.
  • Tirso (Muggia): chiusura definitiva, con perdita della totalità dei posti di lavoro (oltre 150), situazione fortemente penalizzante per l’occupazione femminile.
Oltre alle grandi realtà, una sessantina di aziende di dimensioni medio-piccole ricorre a strumenti di sostegno come la cassa integrazione, a testimonianza di una crisi diffusa che interessa molteplici filiere – dal legno-arredo all’agroalimentare, dal tessile-abbigliamento ai servizi.

La situazione delle trattative e il ruolo dei tavoli di crisi

La gestione delle vertenze passa attraverso il lavoro coordinato dei tavoli di crisi attivati presso la Regione e le Camere di Commercio. Questi spazi di confronto coinvolgono rappresentanti delle aziende interessate, sindacati, istituzioni e, quando necessario, delegazioni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il loro compito è trovare soluzioni per salvaguardare occupazione e attività produttiva prima che si arrivi a misure drastiche come chiusure o licenziamenti collettivi.

Secondo le più recenti stime, sono una trentina i tavoli attivi solo per il settore metalmeccanico nel territorio, ai quali si aggiungono tavoli specifici per legno-arredo, agroalimentare e altri comparti. La cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, rappresenta la misura di sostegno più utilizzata. Nei casi più complessi, come ex Wärtsila ed Electrolux, la trattativa è gestita anche a livello nazionale con il coinvolgimento diretto del Ministero. Recentemente, i tavoli di crisi hanno mostrato efficacia nella ricerca di nuovi acquirenti o nella definizione di percorsi di riorganizzazione per altre aziende, mentre la rapidità di intervento resta uno dei principali punti deboli dell’attuale sistema di gestione delle crisi.

Rischi concreti: chiusure, licenziamenti e impatto sociale

Le crisi aziendali in Friuli Venezia Giulia trasmettono una serie di rischi che impattano in maniera sensibile sul tessuto regionale. I primi effetti si manifestano nei licenziamenti collettivi e nelle chiusure di siti produttivi, con conseguenze dirette su famiglie e comunità locali. L’esempio più recente è rappresentato dalla chiusura della Tirso di Muggia, che ha comportato la perdita del lavoro per la totalità degli addetti, in gran parte donne.
La situazione di Electrolux, Snaidero e altre realtà in cassa integrazione evidenzia la precarietà e l’assenza di prospettive a medio termine per molti lavoratori. Oltre ai casi di cessazione di attività, aumentano gli esuberi entro le aziende che tentano riorganizzazioni, con la conseguente erosione delle competenze professionali costruite nel tempo.

L’impatto sociale di questa ondata di crisi si misura nell’accresciuta domanda di ammortizzatori sociali e nell’aumento della percezione di insicurezza, soprattutto nelle aree maggiormente industrializzate. L’indebolimento del tessuto produttivo rischia di produrre effetti a cascata anche su artigianato, fornitori e servizi connessi, aggravando la fragilità socio-economica delle zone interne. Si rileva inoltre una crescente difficoltà per i giovani di accedere stabilmente al mondo del lavoro in contesti tradizionalmente manifatturieri, già segnati dall’invecchiamento della popolazione occupata.

Strumenti per uscire dalla crisi: composizione negoziata e ruolo degli esperti

Per affrontare la riconversione o la ristrutturazione delle imprese, cresce il ricorso a strumenti innovativi come la composizione negoziata della crisi d’impresa. Questo meccanismo, introdotto dal legislatore nazionale e affinato negli anni recenti, consente alle aziende di avviare un percorso di gestione controllata delle difficoltà con l’ausilio di esperti indipendenti.
Nel territorio regionale, secondo i dati delle Camere di Commercio, sono 57 le procedure di composizione negoziata attivate. Tra i casi seguiti, emergono anche realtà strutturate – quattro imprese con fatturato oltre 50 milioni di euro e due con più di 500 addetti.

Il coinvolgimento di professionisti come dottori commercialisti, insieme agli organismi camerali, garantisce trasparenza e competenza nel processo di dialogo tra creditori, debitori e stakeholder aziendali. I risultati ottenuti sono incoraggianti: quasi un terzo delle procedure si è concluso positivamente, con percentuali superiori alla media nazionale.
Tale approccio si rivela oggi una delle strade più efficaci per scongiurare la liquidazione, favorire la continuità produttiva e preservare le filiere locali, rispettando le direttive della legge 155/2017 e il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Le richieste dei sindacati e le politiche industriali necessarie

I rappresentanti dei lavoratori insistono sulla necessità di politiche industriali di medio-lungo periodo che sappiano accompagnare le transizioni tecnologiche e ambientali, senza sacrificare posti di lavoro e competenze. Tra le richieste principali:

  • Vincolare gli aiuti pubblici al divieto di delocalizzazione successiva;
  • Sostenere le filiere strategiche e promuovere investimenti nei comparti che generano sviluppo locale;
  • Collegare i profitti delle imprese alla responsabilità sociale, favorendo la distribuzione equa del valore creato;
  • Attuare riforme che rafforzino la contrattazione di secondo livello per tutelare i diritti collettivi.
Le confederazioni evidenziano inoltre l’esigenza di interventi tempestivi da parte delle istituzioni nazionali e regionali, in grado di fornire risposte non solo emergenziali ma strutturali. Emblematico il caso delle vertenze metalmeccaniche, dove, nonostante utili record a livello nazionale, persistono difficoltà nell’assicurare continuità e sviluppo nel territorio friulano.

Possibili soluzioni e prospettive per il tessuto industriale regionale

Per rispondere alla fase di criticità, occorre rafforzare la collaborazione tra imprese, associazioni di categoria, enti pubblici e organismi di rappresentanza dei lavoratori. Tra le prospettive emergenti si evidenziano:

  • Ricorso a strumenti preventivi di gestione della crisi, come la negoziazione assistita;
  • Sviluppo di politiche di formazione e riqualificazione professionale su vasta scala, in collaborazione con ITS, università e centri per l’impiego;
  • Sostegno alla riconversione produttiva, con incentivi per nuovi investimenti green e digitali;
  • Maggior coinvolgimento di esperti nelle procedure di risanamento e formazione di reti d’impresa per aumentare la resilienza ai cambiamenti del mercato.
Guardando al futuro, il settore industriale del Friuli Venezia Giulia dovrà puntare su una strategia incentrata sull’innovazione e sulla sostenibilità, per garantire occupazione stabile e coesione sociale. Solo attraverso un patto di responsabilità condivisa tra tutte le parti si potranno superare le difficoltà attuali e rilanciare la competitività della regione a livello nazionale ed europeo.


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