Nel Friuli Venezia Giulia numerose aziende affrontano una crisi senza precedenti: settori coinvolti, trattative ai tavoli di crisi, rischi di chiusure e licenziamenti, strumenti di mediazione e prospettive per il futuro industriale della regione.
Nelle province del Friuli Venezia Giulia si sta assistendo a una progressiva diffusione di situazioni di crisi, che coinvolgono imprese di differenti dimensioni e molteplici comparti produttivi. Il dato più recente parla di oltre cinquanta vertenze industriali aperte, generate da una combinazione di fattori interni e variabili esterne. Dietro ai numeri ci sono realtà produttive strategiche per l’economia locale che oggi si confrontano con cali di commesse, sospensioni temporanee della produzione e incertezza sull’occupazione.
La fase di difficoltà, acuita dagli effetti a lungo termine della pandemia e dalle tensioni internazionali, mette sotto pressione l’intero modello industriale regionale, portando le parti sociali ed economiche a ricercare soluzioni coordinate per tutelare lavoro, competenze e valore generato dai distretti produttivi.
L’identità delle aziende più colpite in Friuli Venezia Giulia richiama le principali filiere che tradizionalmente sostengono l’economia regionale. Electrolux e il suo indotto rappresentano uno dei casi più osservati: lo stabilimento di Porcia, in particolare, segnala una situazione di alternanza nella produzione e continui segnali di incertezza, nonostante l’arrivo di nuove commesse.
Altre situazioni di rilievo interessano le società Bosh di Udine, che presentano difficoltà nelle attività legate a legno e alluminio, mentre la ex Wärtsila di Trieste conta circa 200 lavoratori in cassa integrazione. Nel tessuto imprenditoriale regionale emergono casi significativi anche nel comparto del mobile, come Snaidero (Majano), che occupa 250 addetti e sta attraversando una fase contraddistinta da produzione a giorni alterni.
Il settore metalmeccanico, da sempre fulcro della manifattura locale, è il comparto con la maggiore concentrazione di imprese coinvolte: attualmente sono circa 35 le aziende interessate dall’applicazione di cassa integrazione, con un impatto diretto su 4.000-4.500 lavoratori. Le province più segnate restano Pordenone e Trieste, ma la problematica interessa l’intero territorio regionale.
Di seguito una sintesi delle realtà maggiormente in difficoltà:
La gestione delle vertenze passa attraverso il lavoro coordinato dei tavoli di crisi attivati presso la Regione e le Camere di Commercio. Questi spazi di confronto coinvolgono rappresentanti delle aziende interessate, sindacati, istituzioni e, quando necessario, delegazioni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il loro compito è trovare soluzioni per salvaguardare occupazione e attività produttiva prima che si arrivi a misure drastiche come chiusure o licenziamenti collettivi.
Secondo le più recenti stime, sono una trentina i tavoli attivi solo per il settore metalmeccanico nel territorio, ai quali si aggiungono tavoli specifici per legno-arredo, agroalimentare e altri comparti. La cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, rappresenta la misura di sostegno più utilizzata. Nei casi più complessi, come ex Wärtsila ed Electrolux, la trattativa è gestita anche a livello nazionale con il coinvolgimento diretto del Ministero. Recentemente, i tavoli di crisi hanno mostrato efficacia nella ricerca di nuovi acquirenti o nella definizione di percorsi di riorganizzazione per altre aziende, mentre la rapidità di intervento resta uno dei principali punti deboli dell’attuale sistema di gestione delle crisi.
Le crisi aziendali in Friuli Venezia Giulia trasmettono una serie di rischi che impattano in maniera sensibile sul tessuto regionale. I primi effetti si manifestano nei licenziamenti collettivi e nelle chiusure di siti produttivi, con conseguenze dirette su famiglie e comunità locali. L’esempio più recente è rappresentato dalla chiusura della Tirso di Muggia, che ha comportato la perdita del lavoro per la totalità degli addetti, in gran parte donne.
La situazione di Electrolux, Snaidero e altre realtà in cassa integrazione evidenzia la precarietà e l’assenza di prospettive a medio termine per molti lavoratori. Oltre ai casi di cessazione di attività, aumentano gli esuberi entro le aziende che tentano riorganizzazioni, con la conseguente erosione delle competenze professionali costruite nel tempo.
L’impatto sociale di questa ondata di crisi si misura nell’accresciuta domanda di ammortizzatori sociali e nell’aumento della percezione di insicurezza, soprattutto nelle aree maggiormente industrializzate. L’indebolimento del tessuto produttivo rischia di produrre effetti a cascata anche su artigianato, fornitori e servizi connessi, aggravando la fragilità socio-economica delle zone interne. Si rileva inoltre una crescente difficoltà per i giovani di accedere stabilmente al mondo del lavoro in contesti tradizionalmente manifatturieri, già segnati dall’invecchiamento della popolazione occupata.
Per affrontare la riconversione o la ristrutturazione delle imprese, cresce il ricorso a strumenti innovativi come la composizione negoziata della crisi d’impresa. Questo meccanismo, introdotto dal legislatore nazionale e affinato negli anni recenti, consente alle aziende di avviare un percorso di gestione controllata delle difficoltà con l’ausilio di esperti indipendenti.
Nel territorio regionale, secondo i dati delle Camere di Commercio, sono 57 le procedure di composizione negoziata attivate. Tra i casi seguiti, emergono anche realtà strutturate – quattro imprese con fatturato oltre 50 milioni di euro e due con più di 500 addetti.
Il coinvolgimento di professionisti come dottori commercialisti, insieme agli organismi camerali, garantisce trasparenza e competenza nel processo di dialogo tra creditori, debitori e stakeholder aziendali. I risultati ottenuti sono incoraggianti: quasi un terzo delle procedure si è concluso positivamente, con percentuali superiori alla media nazionale.
Tale approccio si rivela oggi una delle strade più efficaci per scongiurare la liquidazione, favorire la continuità produttiva e preservare le filiere locali, rispettando le direttive della legge 155/2017 e il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.
I rappresentanti dei lavoratori insistono sulla necessità di politiche industriali di medio-lungo periodo che sappiano accompagnare le transizioni tecnologiche e ambientali, senza sacrificare posti di lavoro e competenze. Tra le richieste principali:
Per rispondere alla fase di criticità, occorre rafforzare la collaborazione tra imprese, associazioni di categoria, enti pubblici e organismi di rappresentanza dei lavoratori. Tra le prospettive emergenti si evidenziano: