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Veneto, 4500 dipendenti a rischio licenziamenti: le aziende in crisi coinvolte, le ultime novità e prospettive

di Marcello Tansini pubblicato il
veneto aziende in crisi

La crisi occupazionale colpisce il Veneto: tra aziende storiche in difficoltà, centinaia di lavoratori a rischio licenziamento, settori in evoluzione e incertezze, si delineano nuove sfide e scenari per il futuro industriale della regione.

Il Veneto sta vivendo una delle fasi più complesse della sua recente storia industriale: una crisi diffusa che sta coinvolgendo decine di aziende di settori diversi, dal manifatturiero all’alimentare, dall’elettronica al metalmeccanico. Questo scenario sta mettendo a forte rischio migliaia di posti di lavoro e rappresenta una sfida senza precedenti per il tessuto produttivo locale. I segnali di allarme si sono moltiplicati nel corso degli ultimi mesi, con la Regione e i sindacati impegnati a gestire una situazione che rischia di lasciare centinaia di famiglie prive di certezza e stabilità reddituale. La complessità del fenomeno deriva non solo dai numeri elevati delle persone coinvolte, ma anche dal fatto che a essere colpite sono realtà storiche e strategiche per il territorio, caratterizzate da una lunga tradizione e da una forte integrazione con le comunità locali. L’attenzione delle istituzioni si concentra ora sulle possibilità di riconversione industriale, sugli ammortizzatori sociali disponibili e sulle politiche attive per contrastare la perdita occupazionale.

Le principali aziende venete coinvolte e il numero dei lavoratori a rischio

L’ondata di crisi che ha investito gli stabilimenti veneti ha raggiunto dimensioni significative, coinvolgendo aziende di diverse province e settori. Caratteristica rilevante di questa situazione è la rapidità con cui le crisi aziendali si sono propagate, colpendo sia grandi gruppi internazionali sia imprese di eccellenza locale. Diverse aziende risultano oggi al centro di tavoli istituzionali, tra cui:

  • Altuglas (chimico, Porto Marghera): 51 dipendenti rischiano il licenziamento a seguito della chiusura dello stabilimento;
  • Swinger International (moda, Bussolengo): la procedura di licenziamento riguarda 70 lavoratori su 148 totali;
  • Cam di Chioggia (ittico): l’incertezza sull’attività coinvolge 50 addetti;
  • Likum (meccanica, Oderzo e Ponte di Piave): sono 79 i dipendenti raggiunti da cassa integrazione e procedure di esodo incentivate;
  • Acciaierie Valbruna (Vicenza e Bolzano): oltre 2.000 addetti a rischio per le ripercussioni di decisioni amministrative;
  • Sole Oderzo (automotive): previsto l’esodo incentivato di 50 lavoratori;
  • U-blox di Trieste (elettronica): chiusura del ramo cellulari con 197 posti in meno;
  • Berco (meccanica, Castelfranco Veneto): si segnalano 70 esuberi;
  • Campagnolo (ciclismo, Vicenza): annunciati 120 esuberi su 300 dipendenti.
L’impatto numerico complessivo nella regione si aggira intorno alle 4.500 unità tra posti di lavoro in pericolo, licenziamenti già avviati e personale in cassa integrazione. Le ricadute sociali non riguardano soltanto i dipendenti diretti, ma coinvolgono anche l’indotto e servizi correlati, minacciando la coesione e la sostenibilità delle comunità locali.

Casi emblematici: Altuglas, Swinger, Cam e Likum

Un’analisi approfondita di alcune delle situazioni più significative permette di cogliere l’estensione e la profondità della crisi che attraversa il Veneto. I casi di Altuglas, Swinger International, Cam di Chioggia e Likum testimoniano le difficoltà incontrate da imprese di diversa natura e le soluzioni – spesso temporanee o parziali – adottate per tentare di tutelare il personale.

  • La vicenda Altuglas mette in rilievo il peso delle scelte industriali e delle condizioni di mercato apertamente sfavorevoli;
  • Swinger International si confronta con la mancata conciliazione tra azienda e rappresentanze dei lavoratori;
  • La crisi di Cam mostra come le difficoltà finanziarie si combinino con elementi ambientali ed economici;
  • Likum rappresenta un esempio di gestione concertata tra sindacato, istituzioni e proprietà nella fase di dismissione, pur nella sofferenza dell’intero comparto lavorativo.
Tali esperienze emblematiche risultano centrali per comprendere il quadro delle aziende in crisi in Veneto e l’ampiezza del fenomeno dei dipendenti a rischio licenziamento, declinato nelle sue molteplici sfaccettature.

Altuglas: tra cessazione attività e possibilità di riconversione

Il caso Altuglas di Porto Marghera costituisce un simbolo della difficoltà affrontata dalla chimica veneta in questa fase congiunturale. Il sito veneziano, dopo lo spegnimento degli impianti avvenuto a settembre, ha avviato le procedure di licenziamento per i 51 dipendenti, a causa della cessazione dell’attività produttiva. Le pressioni derivanti dall’aumento dei costi energetici e dalla concorrenza dei produttori asiatici, capaci di immettere sul mercato articoli a prezzi ben inferiori, hanno determinato la scelta aziendale di dismissione definitiva.

Al tavolo regionale convocato dall’Unità di crisi si è discusso della possibile riconversione del sito verso nuove produzioni, una strada da percorrere però solo dopo lo svuotamento delle oltre 300 tonnellate di ammoniaca ancora stoccate negli stabilimenti. Le organizzazioni sindacali restano preoccupate per la futura "desertificazione industriale" dell’area di Porto Marghera e per le pesanti ricadute occupazionali e sociali, che andrebbero a colpire anche l’indotto e i servizi consortili. In parallelo permane la speranza che qualche gruppo industriale possa rilevare la struttura, garantendo la continuità produttiva e salvaguardando le professionalità presenti.

Swinger International: trattative fallite e futuro incerto

Swinger International, importante realtà nel settore moda di Bussolengo, si trova in una fase di stallo dopo la rottura delle trattative tra la proprietà, rappresentata da Confindustria Verona, e le principali sigle sindacali. Inizialmente, era stato raggiunto un accordo per la cassa integrazione straordinaria, ma in seguito l’azienda ha deciso di attivare la procedura di licenziamento collettivo per 70 lavoratori su 148. I punti di frizione, come l’entità degli incentivi all’esodo e la mancanza di clausole di salvaguardia, hanno portato il sindacato Filctem Cgil a non firmare l’accordo, giudicando insufficienti le garanzie per il personale.

Il percorso della negoziazione, ora interrotto, lascia i dipendenti di Swinger in uno stato di forte incertezza e senza soluzioni condivise tra le parti. L’unica via rimasta, per quanto dichiarato dall’organizzazione sindacale, è la tutela individuale tramite assistenza legale, a conferma del clima teso e della mancanza di prospettive immediate di riassorbimento occupazionale.

Cam di Chioggia: impatto sul settore ittico e le ricadute sociali

La crisi della Cam di Chioggia, attiva nella lavorazione e commercio di prodotti ittici, coinvolge 50 addetti e rischia di incidere in modo grave sull’identità produttiva della città. Le difficoltà finanziarie, aggravate dalla pandemia e dalla diffusione del granchio blu nelle aree costiere, hanno portato a ritardi nei pagamenti degli stipendi e a ferie forzate per i dipendenti.

L’amministrazione comunale si è attivata per avviare tavoli di confronto tra sindacati, proprietà e autorità portuale, puntando sulle politiche attive del lavoro (ad esempio il programma Garanzia Occupabilità) per sostenere il personale in caso di cassa integrazione o licenziamento. L’impatto di questa crisi va oltre il dato occupazionale, colpendo il tessuto economico e sociale di Chioggia e minacciando la continuità di una storica eccellenza veneta nel settore agroalimentare.

Likum: accordi per l’esodo incentivato e ricollocamento

La trattativa relativa alla Likum di Oderzo e Ponte di Piave si è conclusa con la sottoscrizione di un accordo quadro che prevede la cassa integrazione straordinaria fino a fine 2025 e procedure di esodo volontario incentivato per 79 lavoratori. Questo percorso, condiviso tra sindacati, Regione e azienda, mira a garantire la massima copertura economica e occupazionale all’uscita dei dipendenti dovuta alla chiusura, facilitando percorsi di ricollocamento attraverso politiche attive del lavoro.

Nel quadro della crisi, la Regione si è impegnata a favorire il reinserimento dei lavoratori sul mercato e a garantire il rispetto dell’accordo raggiunto. Tuttavia, rimane il rammarico per la rapidità con cui la nuova proprietà, dopo la vendita da parte di Accursia Capital, ha chiuso le porte alla prosecuzione dell’attività industriale, evidenziando la difficoltà del territorio nel trattenere professionalità e valore produttivo.

Il caso Acciaierie Valbruna e l’influenza delle scelte amministrative sull’occupazione

La situazione delle Acciaierie Valbruna mostra come una crisi industriale possa insorgere anche in aziende con solide fondamenta, a causa di decisioni amministrative prese dall’ente pubblico. Nel caso della sede di Bolzano, la scelta della Provincia di mettere a bando l’area degli impianti, senza includere meccanismi premiali per la tutela dei lavoratori, espone la società a un rischio concreto di chiusura o esternalizzazione delle funzioni produttive.

Le ripercussioni colpiscono non solo lo stabilimento altoatesino, ma per effetto dell’integrazione operativa anche la sede di Vicenza, coinvolgendo potenzialmente oltre 2.000 lavoratori sull’intera filiera. I rappresentanti politici e i sindacati hanno sollecitato l’intervento del Ministero dello Sviluppo Economico, chiedendo modifiche al bando e garanzie per la salvaguardia dell’occupazione.

Questa vicenda sottolinea come scelte amministrative guidate da logiche estranee alle esigenze industriali, possano incidere pesantemente sul tessuto produttivo di un’intera regione, mettendo a rischio centinaia di famiglie pur in presenza di una realtà aziendale sana e competitiva sul mercato.

Automotive ed elettronica: Sole Oderzo e U-blox di Trieste nella tempesta

Il comparto automotive e l’elettronica attraversano una fase di trasformazione che non risparmia l’occupazione. La Sole di Oderzo, storica azienda della componentistica per auto, ha deciso di affrontare la propria crisi strutturale attraverso licenziamenti volontari incentivati, mirando alla diversificazione della produzione verso segmenti più resilienti come i veicoli industriali.

Parallelamente, la crisi di U-blox a Trieste testimonia quanto le scelte strategiche dei grandi gruppi multinazionali possano impattare sul territorio, anche in settori tecnologici ad alto valore aggiunto. La dismissione completa del ramo dedicato alla telefonia cellulare ha comportato la perdita di quasi 200 posti di lavoro, in gran parte altamente qualificati nell’ambito ricerca & sviluppo.

Questi casi dimostrano la necessità di politiche industriali di medio-lungo periodo e la centralità del capitale umano quale fattore di competitività e sviluppo anche in situazioni di forte cambiamento congiunturale.

Sole Oderzo: licenziamenti incentivati verso la diversificazione produttiva

Nell’ultimo anno la trevigiana Sole ha affrontato la difficile congiuntura dell’automotive internazionale ricorrendo a misure di armonizzazione tra esigenze aziendali e tutela dei lavoratori. L’accordo raggiunto tra sindacato e proprietà ha previsto l’esodo volontario di 50 dipendenti, supportato da un incentivo modulato in base all’età e alle prospettive pensionistiche dei lavoratori.

Parallelamente, la società sta avviando la produzione di componentistica destinata a camion e trattori, con l’obiettivo di diversificare e consolidare il proprio posizionamento sul mercato. Tale scelta, pur dolorosa in termini sociali, appare come tentativo di garantire la continuità produttiva e mantenere le competenze locali nel medio periodo.

U-blox: dismissione del ramo cellulari e perdita di posti di lavoro altamente qualificati

La decisione di U-blox di chiudere il ramo dedicato alla telefonia cellulare ha rappresentato per Trieste una perdita significativa in termini di occupazione altamente qualificata. Oltre 190 addetti coinvolti nella ricerca e sviluppo si sono trovati improvvisamente senza sbocchi occupazionali a seguito di una scelta legata alla strategia globale dell’azienda svizzera, che intende ora concentrarsi su tecnologie satellitari e sistemi di posizionamento.

Questa ristrutturazione improvvisa non solo riduce le opportunità per il personale locale, ma evidenzia un limite nella capacità di trattenere eccellenze scientifiche e tecniche sul territorio, mettendo in discussione la resilienza del sistema industriale locale alle mutevoli tendenze internazionali.

La crisi di Berco e Campagnolo: impatto su lavoratori e territori

I casi Berco e Campagnolo illustrano come la crisi industriale possa avere ricadute profonde sia sul piano produttivo che su quello sociale. Due storiche realtà del settore metalmeccanico e ciclistico si trovano a fronteggiare tagli rilevanti del personale, complici sia fattori di mercato che strategie aziendali discutibili.

Nel caso della Berco (con sede veneta a Castelfranco Veneto e quartier generale a Copparo, Ferrara), l’apertura di una doppia procedura di licenziamento e la mancata presentazione ai tavoli di confronto ministeriali hanno generato tensione tra dipendenti e istituzioni. Tuttavia, le proteste dei lavoratori e il sostegno delle comunità locali dimostrano una forte resistenza alla perdita di posti e valore industriale.

Anche la crisi di Campagnolo si innesta in una situazione di perduranti difficoltà del comparto ciclistico, aggravate da perdite di bilancio, scelte di nicchia produttiva e ritardi innovativi rispetto ai concorrenti. Il risultato è una riduzione drastica dell’organico e la necessità di ridefinire il modello di business per salvaguardare l’occupazione residua e sostenere la ripresa industriale.

Berco: procedura di licenziamento collettivo, proteste e futuro industriale incerto

La vertenza Berco emerge come una delle più complesse e prolungate dell’ultimo anno. L’azienda, già da anni in difficoltà per costi crescenti e riduzione della domanda, ha puntato su azioni unilaterali di taglio del personale: sono stati avviati 400 licenziamenti volontari con incentivo e successivamente una nuova procedura per 247 dipendenti.

L’esasperazione della comunità si è tradotta in manifestazioni continue e in una forte solidarietà della società civile, mentre la mancanza di informazioni reputate soddisfacenti sulle prospettive industriali lascia i lavoratori nell’incertezza. Il futuro del sito veneto resta condizionato alla definizione di un piano credibile di rilancio produttivo.

Campagnolo: tagli al personale e strategie di riposizionamento

Per Campagnolo, protagonista del made in Italy nel settore ciclistico, il piano presentato ha previsto l’esubero di 120 dipendenti su 300. Le motivazioni risiedono in perdite di bilancio accumulate negli ultimi esercizi, nella pressione dei competitor internazionali e nella scelta di operare in segmenti di alto valore, piuttosto che nel mercato di massa.

L’azienda punta ora a un ripensamento delle strategie produttive e di mercato, abbinando tagli al costo del lavoro e investimenti in sviluppo prodotto e innovazione. La sfida principale sarà mantenere l’eccellenza tecnica e la capacità di attrarre partnership e capitali, ricollocando le maestranze eventualmente in esubero attraverso un’attenta gestione delle politiche attive del lavoro.

Misure di sostegno, politiche attive e prospettive per i dipendenti a rischio in Veneto

L’attuale scenario occupazionale in Veneto ha visto l’attivazione e l’ampliamento di strumenti normativi e strumenti di contrasto alla perdita del lavoro. Tra le misure adottate figurano la cassa integrazione ordinaria e straordinaria, programmi di esodo volontario incentivato e piani specifici di politiche attive del lavoro, in sinergia tra Regione, Centri per l’impiego e parti sociali.

In alcuni casi, come quello della Cam di Chioggia, si è fatto ricorso al programma Garanzia Occupabilità, mentre procedure analoghe di sostegno alla ricollocazione sono state implementate per Likum, Altuglas e Sole Oderzo. La collaborazione tra enti pubblici e aziende ha lo scopo di favorire il rapido reinserimento nel mercato e di ridurre l’impatto sociale delle crisi.

Lato istituzionale, si segnala un rafforzamento dei tavoli di crisi regionali (Unità di Crisi Veneto) e il coinvolgimento diretto dei Ministeri competenti per la gestione delle situazioni più critiche, come avvenuto per Berco e Valbruna. Il sistema regionale mostra una buona tenuta in termini di reattività, ma la capacità di incidere effettivamente sulla protezione del lavoro è ancora una questione aperta, in attesa di un rilancio strutturale delle politiche industriali.



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