L'intelligenza artificiale suscita più timori dei dazi tra le aziende italiane: un paradosso dovuto a rischi percepiti, barriere culturali e strutturali, ma anche a opportunità di crescita e casi di successo.
L'arrivo massivo di soluzioni basate sull'intelligenza artificiale genera sentimenti contrastanti tra i vertici aziendali. Le opinioni raccolte da indagini riflettono una realtà fatta di attese, opportunità e timori: se da un lato questa tecnologia è riconosciuta come una risorsa strategica nella competizione globale, dall'altro permane una forte diffidenza nelle impreazioni che temono per la propria affidabilità e riservatezza dei dati. Secondo la 29ª Global & Italian Ceo Survey di PwC, presentata a Davos, i top manager del nostro Paese mostrano un ottimismo misurato sul futuro economico ma avvertono come la sfida della competitività passi oggi più per il governo della trasformazione digitale e della sicurezza rispetto, ad esempio, all'impatto dei dazi commerciali. Questa consapevolezza sta ridefinendo priorità e investimenti delle imprese italiane, che pongono la diffusione di strumenti di AI e la loro corretta gestione tra gli snodi centrali per la crescita nei prossimi anni.
Il contesto economico internazionale del 2026 si presenta dinamico e complesso, ma segnato da una solida fiducia nella crescita. Il 62% dei ceo italiani prevede un'espansione dell'economia mondiale nei prossimi dodici mesi; la stessa indagine PwC rivela però una minore fiducia riguardo all'economia nazionale, con solo il 49% che si attende un incremento del Pil domestico. Allo stesso tempo, le imprese italiane si sentono competitive: il 35% dei ceo vede prospettive di crescita a breve termine dei ricavi, cifra superiore alla media globale.
Il vero spartiacque nella percezione del rischio è rappresentato dal cambiamento tecnologico. Se dazi e tensioni geopolitiche appaiono meno insidiosi nel breve periodo, l'introduzione rapida dell'AI e della digitalizzazione genera inquietudini più profonde. Nei dati del sondaggio, la pressione sull'aggiornamento tecnologico si somma alla vulnerabilità in ambito cybersecurity, inflazione e difficoltà nel reperire personale specializzato.
Colpisce, secondo le fonti ufficiali, come l'impatto diretto dei dazi sia giudicato mediamente gestibile: il 65% delle imprese non registra effetti importanti sulle proprie performance economiche. Contrariamente, è l'intelligenza artificiale a determinare i maggiori elementi di incertezza e trasformazione, per la velocità con cui pone temi tanto di produttività quanto di sicurezza e privacy aziendale. In sostanza, l'accelerazione digitale viene percepita come un rischio e un'opportunità ben più significativa dei tradizionali ostacoli commerciali.
Negli ultimi anni si è assistito a un'adozione sempre più diffusa di soluzioni di AI sia nelle grandi imprese sia tra le PMI, anche se con velocità e intensità molto diverse. Secondo dati ISTAT e ricerche di settore, nel 2025 l'utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale nelle aziende italiane è raddoppiato rispetto all'anno precedente, passando dall'8,2% al 16,4%.
La disparità tra settori e dimensioni aziendali resta significativa: il 53% delle imprese con oltre 250 addetti impiega soluzioni di AI, mentre tra le PMI la quota si ferma al 15,7%.
Settori come finanza, utilities, manifatturiero avanzato, e servizi mostrano i tassi più elevati di integrazione dell'AI, specialmente nelle attività di analisi dei dati, marketing, ottimizzazione produttiva, logistica e gestione della clientela. Ambiti più tradizionali come agricoltura e costruzioni, invece, procedono a ritmo più lento. Le principali applicazioni riguardano:
Uno degli elementi che più condiziona le strategie delle imprese italiane nei confronti dell'intelligenza artificiale è il timore relativo alla sicurezza delle informazioni e alla perdita di asset intangibili. La diffusione di strumenti di AI, specie quelli basati su infrastrutture cloud o forniti da soggetti terzi, espone le aziende al rischio di fughe di dati e della compromissione dei segreti aziendali - considerati, dai manager, tra i principali patrimoni competitivi.
I sondaggi condotti negli ultimi mesi rivelano che la metà dei vertici aziendali italiani identifica la sicurezza e la governance dei dati come il nodo più critico nell'introduzione dell'intelligenza artificiale nei processi. In particolare, la possibilità che dati sensibili finiscano involontariamente nei dataset di addestramento delle AI generative rappresenta uno scenario che inquieta top management e risorse decisionali, spingendo molte aziende a sviluppare policy restrittive per limitare l'uso di determinati strumenti.
Non meno rilevante è il ritardo culturale: secondo la survey PwC, il 27% dei ceo italiani riconosce la presenza di una cultura interna scarsamente favorevole all'innovazione digitale, una percentuale tripla rispetto alla media globale. Mancanze che si riflettono anche nell'assenza di roadmap chiare e di investimenti adeguati in strumenti e formazione.
La paura per la tutela dei segreti aziendali si intreccia così al timore di dipendere da soluzioni che non sono percepite come pienamente governabili dall'interno. Questo alimenta una diffidenza generalizzata verso i sistemi di intelligenza artificiale, considerati sì come vettori di progresso, ma anche come possibili veicoli di vulnerabilità rispetto alla concorrenza internazionale, specie in assenza di una visione strategica, di policy sulla privacy e sull'utilizzo e di una solida cultura digitale diffusa a tutti i livelli aziendali.
L'integrazione di sistemi digitali avanzati si traduce in un potenziale significativo di crescita per l'apparato produttivo italiano. Le analisi stimano che una piena adozione dell'intelligenza artificiale potrebbe incrementare la produttività nazionale di oltre il 18% entro il 2040, generando un valore aggiunto stimato in 115 miliardi di euro.
Il beneficio immediatamente più tangibile riguarda l'efficienza dei processi: il 64,7% delle imprese che utilizza l'AI riscontra miglioramenti operativi, con conseguente riduzione dei tempi di lavorazione, ottimizzazione delle risorse, efficace gestione dei dati e possibilità di reinvestire il tempo guadagnato in attività a maggiore valore:
Uno dei nodi più evidenti che rallenta l'impiego sistematico dell'intelligenza artificiale nelle aziende italiane risiede nella carenza diffusa di competenze tecniche e digitali.
Secondo i report di Minsait e Confindustria, meno della metà delle imprese ha avviato programmi di formazione specifici sull'AI, con disallineamenti marcati tra percezione dei manager e dei dipendenti sull'efficacia dei piani formativi. Inoltre, circa il 68% delle realtà industriali lamenta difficoltà nel reperire profili professionali adeguati.
Questo gap si riflette anche sull'implementazione delle roadmap strategiche: il 70% delle aziende non ha un piano definito per la gestione dell'intelligenza artificiale. La diretta conseguenza è un approccio spesso guidato dall'IT, senza il convinto coinvolgimento della leadership o del top management, e un investimento che nel 38% dei casi non supera i 50.000 euro annui.
A livello europeo, il Digital Compass fissa l'obiettivo dell'80% della popolazione adulta alfabetizzata digitalmente entro il 2030: in Italia la quota di cittadini con competenze digitali di base è inferiore al 46%, una delle più basse d'Europa.
Per promuovere un'adozione responsabile e vantaggiosa dell'intelligenza artificiale, occorrono azioni coordinate tra sistema formativo, imprese e istituzioni, puntando su una sinergia che favorisca non solo lo sviluppo di competenze tecniche (hard skill) ma anche di capacità gestionali e comunicative (soft skill), cruciali nell'integrazione organica dell'AI nelle organizzazioni.
Nonostante il crescente interesse e una più ampia disponibilità di strumenti, le aziende si scontrano ancora con barriere rilevanti all'adozione dell'AI. La mancanza di adeguate risorse finanziarie costituisce uno dei principali ostacoli, con quasi la metà degli investimenti digitali che si concentra su altre priorità:
Sebbene le difficoltà siano molte, esistono numerosi esempi in cui l'intelligenza artificiale ha già prodotto risultati concreti per le organizzazioni che hanno saputo integrarla a livello strategico. I settori con le testimonianze più significative includono: