Meloni apre al divieto dei social sotto i 14 anni, ma le proposte in Parlamento arrivano fino a 15 e 16 anni: cosa prevedono su verifica dell’età e genitori e perché la legge è ancora ferma al Senato.
Dopo gli scontri di Milano la premier Giorgia Meloni ha aperto a una norma che limiti l’uso dei social ai ragazzi più giovani. In un’intervista ha detto di non essere contraria al divieto dei social sotto i 14 anni e ha spiegato che spetta al Parlamento decidere se riprendere il lavoro già fatto. Le proposte in Parlamento, però, vanno oltre i 14 anni: arrivano a 15 e 16 anni, con una fascia intermedia in cui l’accesso sarebbe solo “vigilato”. Non si parla, quindi, di un blocco generalizzato degli smartphone: il tema sono le piattaforme, cioè l’accesso a Instagram, TikTok e simili. Ecco che cosa potrebbe prevedere la legge, a che punto sono le proposte e quali ostacoli restano.
Le dichiarazioni sono arrivate pochi giorni dopo i disordini di Milano e l’approvazione di un decreto sicurezza sui cortei. Quel decreto introduce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione, con pene fino a 5 anni di carcere, il fermo preventivo anche per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni e l’obbligo per i genitori dei minorenni di risarcire i danni. Secondo una ricostruzione, il testo prevede anche un’aggravante per chi usa i social per organizzare le piazze, con pene fino a 12 anni.
Sul divieto dei social Meloni è stata cauta: ha detto “non sono contraria”, ha escluso il decreto d’urgenza e ha affidato la scelta al Parlamento. Il riferimento è a un “lavoro trasversale” già avviato, cioè al disegno di legge firmato dalla senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni e dalla deputata Marianna Madia, di area Italia Viva. Madia si è detta “sbalordita” e ha annunciato un emendamento al decreto sicurezza da far firmare agli altri gruppi, accusando il governo di avere tenuto fermo il testo per mesi. Dal Movimento 5 Stelle è arrivata un’accusa diversa: secondo la senatrice Barbara Floridia, il rinvio sarebbe dovuto al timore di colpire le grandi piattaforme.
Non esiste ancora un testo del governo, quindi si può solo guardare alle proposte in Parlamento. La più avanzata è il disegno di legge “Tutela dei minori nella dimensione digitale”, presentato nell’aprile 2024 e fermo in commissione al Senato dall’ottobre 2025, in attesa dei pareri dei ministeri. Prevede la verifica obbligatoria dell’età al momento dell’iscrizione, a carico delle piattaforme, e alza l’età minima per l’accesso da 13 a 15 anni. Per i minori è richiesto il consenso dei genitori fino a 16 anni, e ci sono norme sui “baby influencer”. Altre fonti descrivono il testo con una soglia a 16 anni e con controlli parentali nativi, limiti di tempo e rimozione dei contenuti segnalati entro 24 ore, quindi il quadro non è univoco.
Accanto a questo ci sono altre proposte. Quella di Noi Moderati, presentata ad aprile, vieta i social sotto i 13 anni e, tra i 13 e i 16, consente l’accesso solo con un profilo per adolescenti con impostazioni limitate: account privato per impostazione predefinita, stop alla profilazione, niente scorrimento infinito e riproduzione automatica, notifiche non essenziali spente. Una proposta della Lega estende le restrizioni anche alle app di messaggistica come WhatsApp e Telegram.
Il punto che oggi le divide è la soglia. Meloni ha parlato di 14 anni, mentre la proposta bipartisan più avanzata si fermerebbe a 15 o 16 a seconda delle ricostruzioni: sotto i 15 o i 16 anni l’accesso sarebbe vietato o subordinato al consenso dei genitori, e la cosiddetta “maggiore età digitale” scatterebbe solo a 16. Per questo si parla di un blocco “fino ai 16 anni, oltre i 14”: la soglia della premier è più bassa di quella che molti testi in discussione indicano. Si tratta, per ora, di una formula di sintesi e non del testo di una legge, e non risulta che Meloni abbia sostenuto la soglia dei 16 anni.
In Italia un limite già c’è. Dal 2018 il Codice privacy fissa a 14 anni l’età minima per dare da soli il consenso al trattamento dei dati personali per i servizi digitali, social inclusi. Sotto quell’età devono decidere i genitori. Nella pratica, però, l’età viene solo dichiarata dall’utente al momento dell’iscrizione: non c’è un controllo vero, e nel 2021 il Garante per la privacy intervenne su TikTok dopo un caso di cronaca, ottenendo come risposta una nuova autodichiarazione.
Qui sta il nodo principale. Un divieto serve solo se si può far rispettare, e per farlo bisogna verificare l’età di tutti gli utenti senza creare grandi banche dati con documenti o dati biometrici. Si discute di soluzioni più protettive della privacy, ma un portafoglio digitale nazionale con questa funzione non è ancora operativo. Pesa anche il Digital Services Act europeo, che chiede alle piattaforme misure adeguate ma non dati ulteriori per controllare l’età: obblighi nazionali troppo rigidi possono risultare incompatibili.
Guardando fuori dall’Italia, l’esperienza è mista. L’Australia ha introdotto dal 10 dicembre 2025 il divieto sotto i 16 anni, con multe alle piattaforme fino a circa 49,5 milioni di dollari australiani. Dopo tre mesi la quota di ragazzi tra 10 e 15 anni con un account è scesa dal 52,4% al 42,1%, ma l’uso complessivo dei social è calato solo dall’85,9% all’81,5%. Il Regno Unito ha annunciato un divieto il 15 giugno 2026, con entrata in vigore prevista nella primavera 2027. In Francia il divieto sotto i 15 anni è stato annullato il 14 agosto 2026 dal Conseil constitutionnel, dopo il parere negativo della Commissione europea. E l’Unione europea ha presentato a settembre una proposta, l’EU Kids Act, che vieterebbe i social sotto i 13 anni e fisserebbe a 15 l’età per un account autonomo.
In Italia i passaggi possibili sono due. Il primo è un emendamento al decreto sicurezza, come annunciato da Madia, che dovrebbe essere votato dal Parlamento entro i tempi di conversione. Il secondo è la ripresa del disegno di legge fermo al Senato, che richiede prima i pareri dei ministeri ancora mancanti. In entrambi i casi non c’è una data, e la soglia di età potrebbe cambiare nel corso dell’esame.
Se una norma di questo tipo arrivasse, gli effetti pratici dipenderebbero da come è scritta. Le piattaforme dovrebbero introdurre una verifica dell’età più seria dell’attuale casella da spuntare, e sarebbero chiamate a rispondere se non lo fanno: alcune proposte prevedono una responsabilità in solido per i danni, altre sanzioni legate al fatturato. Le famiglie, dal canto loro, avrebbero strumenti di controllo parentale più semplici da attivare, con limiti di tempo e filtri. Restano però dubbi su come tutelare i dati dei ragazzi e su come evitare che l’obbligo si aggiri con un’iscrizione fatta con i documenti di un adulto: l’esperienza australiana mostra che i divieti riducono la presenza dei più giovani, ma non la cancellano.
Per i genitori, nel breve periodo non cambia nulla. Il limite di 14 anni per il consenso resta quello in vigore e continua a dipendere dalla buona fede degli iscritti. Per i ragazzi, un eventuale divieto non toglierebbe lo smartphone dalle loro mani: riguarderebbe l’iscrizione e l’uso delle piattaforme, con l’obbligo per queste di verificare l’età. Se e come questo avverrà dipenderà da un testo che non esiste ancora, da una soglia ancora da fissare e da una verifica dell’età che, oggi, in Italia non c’è.
Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...