Il Board of Peace nasce come attore controverso sulla scena internazionale: tra ambizioni di pace, sospetti di interessi economici, il ruolo degli Stati Uniti, la questione di Gaza e reazioni divise di governi e istituzioni.
La presentazione ufficiale del Board of Peace durante il World Economic Forum di Davos ha segnato un passaggio significativo nell’attuale scenario geopolitico, polarizzato da guerre regionali e crisi del multilateralismo. Il nuovo organismo, promosso dal presidente statunitense Donald Trump, si è candidato come attore globale per la gestione della pace e della ricostruzione, con uno sguardo inizialmente rivolto a Gaza ma con ambizioni estese ad altre aree calde del pianeta.
Il contesto è stato caratterizzato da forti tensioni tra le grandi potenze e dall’indebolimento progressivo degli strumenti diplomatici tradizionali come l’ONU. Il rilancio di un modello decisionale alternativo rispecchia la volontà di alcune leadership, a partire dagli Stati Uniti, di esercitare un controllo diretto sugli equilibri della sicurezza internazionale, aggirando le consuete regole della comunità globale.
La fase immediatamente precedente alla nascita del Board è stata segnata da una violenza persistente nella Striscia di Gaza, nonostante il cessate il fuoco, e dalla difficoltà delle istituzioni internazionali di imporre negoziati stabili. Esperti come Tareq Abu Azzum (Al Jazeera English) hanno descritto, dall’interno, una situazione di "impunità travestita da diplomazia", in cui le vittime – tanto palestinesi quanto civili israeliani – si percepiscono escluse dai processi decisionali che li riguardano.
Il Board of Peace nasce dunque tra speranze di una nuova fase di stabilizzazione e il timore di una sostituzione delle regole condivise con strumenti guidati dalle ambizioni di pochi. Il contesto internazionale resta segnato da una profonda diffidenza rispetto a strumenti percepiti come unilaterali, ma anche da un’impellente richiesta di risposte di fronte all’immobilismo della diplomazia tradizionale.
L’architettura del Board of Peace si distingue nettamente da quanto tradizionalmente previsto nelle organizzazioni multilaterali. Lo statuto, presentato a Davos, affida la presidenza a vita a Donald Trump, che detiene anche il diritto di veto e la facoltà esclusiva di invitare nuovi paesi membri. Solo i paesi che versano almeno un miliardo di dollari ottengono un seggio permanente, mentre tutti gli altri sono soggetti a mandati triennali. Queste clausole hanno suscitato ampie critiche circa la natura elitaria e verticistica del Board.
Sotto il presidente, un Executive Board composto da figure chiave come Jared Kushner, Tony Blair, Marco Rubio (segretario di Stato USA) e Steve Witkoff (inviato per il Medio Oriente), si occupa della gestione operativa. Nomi illustrati durante la presentazione del Master Plan sulla "New Gaza" e "New Khan Younis" – città futuristiche modellate sugli esempi di Dubai e Doha – che hanno acceso il dibattito sulla reale funzione del Board.
Tra i paesi aderenti compaiono stati dell’area MENA (Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Marocco, Turchia, Egitto), diverse ex repubbliche sovietiche e alcuni governi legati agli USA da stretti rapporti bilaterali, come l’Ungheria di Viktor Orbán e l’Argentina di Javier Milei. In posizione ancora incerta Cina, Russia e le più grandi democrazie europee.
La partecipazione palestinese è affidata a un comitato di tecnocrati incaricato di gestire i servizi pubblici e la fase di transizione, ma senza reali poteri nel board principale, come ribadito da diversi osservatori. Questa struttura piramidale ha portato personalità come Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni a parlare di "diritto societario" applicato alle relazioni internazionali. Le modalità di adesione e le quote richieste pongono ulteriori interrogativi sull’effettiva autonomia della governance, rafforzando l’idea del Board come una sorta di club privato piuttosto che un’opzione inclusiva per la pace globale.
Le dichiarazioni ufficiali presentano il nuovo consiglio come strumento rivoluzionario per la risoluzione delle crisi e la ricostruzione di territori distrutti, a partire da Gaza. Donald Trump lo ha definito "il perno della strategia per portare la pace nel mondo", sostenendo di voler coniugare interessi umanitari e opportunità di investimento privato. In realtà, critici e commentatori accusano la struttura di mascherare finalità di business e logiche di disaster capitalism dietro la retorica della pacificazione.
Secondo l’analisi di commentatori come Dario Lucisano, simili iniziative sono una "riproduzione in scala coloniale" della teoria trickle-down economics: il benessere del popolo palestinese diventa un mero effetto collaterale di progetti d’investimento ad alto rendimento. Jared Kushner, che nelle sue presentazioni ha illustrato i prospetti dei nuovi complessi immobiliari per Gaza, è stato citato come esempio della trasformazione dei processi di pace in occasioni di profitto e privatizzazione del post-conflitto.
Qualche spiraglio nella retorica di Hamas – come evidenziato dalle recenti aperture verso un negoziato con l’Autorità Nazionale Palestinese – lascia intendere che la fine delle ostilità possa dipendere dall’equilibrio tra diplomazia armata e opportunità negoziali. Tuttavia, la mancanza di trasparenza sui poteri effettivi del Board, l’assenza di rappresentatività delle vittime e il sospetto che lo scopo sia "archiviare" (anziché risolvere) il genocidio palestinese alimentano dubbi persino tra gli addetti ai lavori.
Il Board of Peace, secondo diversi analisti – da Alexander B. Downes a Giuseppe Conte – rischia di consolidare uno schema in cui il processo decisionale scavalca la diplomazia multilaterale e premia il "più capace di imporre le proprie condizioni", anziché offrire soluzioni condivise o rispettose dei principi della giustizia internazionale.
L’impronta statunitense sulla nascita e il funzionamento del Board non è nascosta. Donald Trump, fin dalla campagna per la Casa Bianca, ha criticato le istituzioni multilaterali e dichiarato di voler "superare i limiti dell’ONU" verso un modello di pace controllato da "chi è disposto a metterci soldi e forze reali". La governance altamente centralizzata pone il presidente USA al vertice di ogni decisione importante: solo lui può invitare o escludere paesi, nominare membri e porre il veto sulle decisioni strategiche, compresa l’eventuale cacciata di Stati membri.
Questo forte accentramento dei poteri ha suscitato accuse di neocolonialismo e di stravolgimento delle regole della convivenza internazionale. Commentatori come Elly Schlein (Partito Democratico) e studiosi di diritto internazionale hanno parlato apertamente di "smantellamento delle istituzioni multilaterali" e di "creazione di un club alternativo a pagamento" che sostituisce la legge del dialogo con quella del più potente.
L’analisi pubblicata su Avvenire sottolinea come il Board sia "strutturato più come un’azienda che come una vera organizzazione internazionale", mentre il testo della risoluzione ONU numero 2803 (2025) gli riconosce solo una legittimazione limitata – e legata al solo contesto di Gaza. Queste ambiguità legislative gettano ombre anche sul rispetto costituzionale. L’Italia, per esempio, ha richiamato l’articolo 11 della Costituzione, che consente solo limitazioni di sovranità in condizioni di parità tra Stati e per la promozione della pace e della giustizia internazionale.
La costituzione del Board ha generato una vasta gamma di risposte internazionali:
L’avvento del Board of Peace impatta fortemente sugli equilibri giuridici e politici che hanno governato le relazioni internazionali negli ultimi decenni. La sovrapposizione tra la nuova struttura e le funzioni tipicamente esercitate dal Consiglio di Sicurezza ONU ha acceso il dibattito su una possibile "fine del sistema vestfaliano" fondato sullo Stato-nazione e sul principio di uguaglianza tra i membri.
Fonti istituzionali, come Ursula von der Leyen e rappresentanti di diversi paesi europei, hanno sottolineato i rischi di erosione del diritto internazionale. Il Board, infatti, sovverte logiche essenziali: invece di una cessione condivisa di sovranità, introduce un modello in cui la pace è esercitabile solo da chi ne ha i mezzi (finanziari, politici o militari), rimuovendo le salvaguardie contro abusi e decisioni arbitrarie.
Il Consiglio resta formalmente “in congiunzione” con le Nazioni Unite (art. 2803/25), ma nei fatti questa sinergia è circoscritta all’emergenza di Gaza. La posizione ONU, espressa dal portavoce Rolando Gomez, limita la collaborazione alle sole condizioni definite dal Consiglio di Sicurezza, lasciando intendere una distanza sostanziale rispetto al nuovo assetto.
L’analisi delle fonti porta a un bilancio inevitabilmente sfaccettato. La promessa di "un nuovo ordine per portare la pace" convive con sospetti diffusi di neocolonialismo e strumentalizzazione delle crisi a fini politico-imprenditoriali.
L’esperienza diretta di Gaza, documentata da voci palestinesi e osservatori internazionali, mostra come le vittime rischino ancora una volta l’esclusione da processi che sulla carta sono pensati per loro. Gli Stati Uniti, attraverso il Board, intendono rafforzare un modello decisionale alternativo che, secondo molti esperti, potrebbe accelerare la crisi del sistema multilaterale piuttosto che risolverla.
L’autorevolezza delle personalità coinvolte e l’entità delle risorse economiche in gioco rendono la questione tutt’altro che chiusa, ma resta acuto il bisogno di ripensare regole e prassi condivise per evitare la deriva di una "pace" decisa dal mercato, più che dalle popolazioni direttamente colpite dalle guerre.