Le carte revolving espongono i consumatori a interessi elevati e costi nascosti. L’articolo analizza il confronto tra Italia e USA, l’impatto di un tetto ai tassi, le tutele attuali e le possibili evoluzioni normative.
Le carte di credito revolving sono strumenti finanziari che consentono agli utenti di dilazionare i pagamenti, restituendo la somma spesa a rate mensili e pagando su queste importi degli interessi. Negli ultimi anni, la diffusione di questo tipo di credito ha rappresentato per molte famiglie una soluzione per affrontare spese impreviste o rateizzare acquisti importanti, sia negli Stati Uniti che in Italia. Nonostante la loro apparente flessibilità, queste carte possono però trasformarsi in una fonte di indebitamento oneroso, soprattutto quando i tassi di interesse applicati risultano elevati.
Negli Stati Uniti, i tassi medi praticati sulle carte revolving variano dal 20% fino a punte del 30%, con un impatto significativo sui debiti familiari e sulla capacità di spesa delle persone. Anche in Italia cresce il ricorso a questo strumento: secondo dati rilevati recentemente da Banca d’Italia, la percentuale media di interesse si attesta intorno al 15,77%, valore ben superiore a quello delle linee di credito tradizionali e dei prestiti personali. Il rischio principale – condiviso tra i due Paesi – è che il debito tenda ad accumularsi generando un effetto valanga sulle finanze degli utenti più fragili.
La differenza, dunque, non è solo quantitativa ma anche qualitativa: negli Stati Uniti la cultura del credito è più permissiva, con un maggiore tasso di indebitamento medio, mentre in Italia la regolamentazione cerca di proteggere il consumatore da pratiche troppo aggressive, seppur con risultati discussi e non sempre risolutivi.
L’iniziativa annunciata dall’ex presidente Donald Trump, volta a introdurre un tetto del 10% agli interessi applicati sulle carte di credito revolving per le famiglie americane, ha scosso il settore finanziario statunitense. Questa proposta, che dovrebbe diventare operativa a breve, intende affrontare il problema dell’indebitamento eccessivo e dare sollievo al bilancio delle famiglie, tradizionalmente gravato da oneri finanziari tra i più alti del mondo occidentale.
Secondo analisi indipendenti – come quelle della Vanderbilt Policy Accelerator – il potenziale risparmio per le famiglie statunitensi sarebbe dell’ordine di 100 miliardi di dollari all’anno. Tuttavia, le reazioni degli operatori finanziari non si sono fatte attendere: le quotazioni bancarie hanno subito ribassi significativi e le principali banche hanno espresso la loro contrarietà, paventando un rischio di razionamento del credito, erosione dei margini e impatti negativi sull’economia reale in termini di contrazione dei consumi.
Gli analisti sottolineano come questa misura potrebbe trasformare molte linee di credito "subprime" – ovvero destinate a clienti con basso merito creditizio – da potenzialmente redditizie a «perdite secche», inducendo molte istituzioni a ridurre drasticamente la loro esposizione verso i segmenti di clientela più fragili. Allo stesso tempo, la Casa Bianca sostiene che l’intervento sia essenziale per correggere distorsioni e abusi nel sistema, promuovendo una maggiore equità tra operatori e consumatori.
In Italia, il ricorso al credito revolving è regolamentato in modo stringente, ma i costi per i cittadini sono comunque elevati. Secondo le più recenti rilevazioni di Banca d’Italia, i tassi medi si attestano al 15,77%, una percentuale che spesso sorprende chi si avvicina per la prima volta a questi strumenti.
Un punto chiave della regolamentazione è rappresentato dalla soglia di usura: per il terzo trimestre 2025, questa è stata fissata al 23,71%. La legge n. 108/1996 prevede che, superato questo limite, gli interessi applicati diventino illegali, con responsabilità penali per gli istituti che dovessero oltrepassarlo. Tuttavia, tale sistema consente ai soggetti finanziari di mantenersi appena al di sotto della soglia, mark up che continua a gravare pesantemente sui consumatori italiani.
Il tasso medio praticato risulta essere più che doppio rispetto a un ipotetico “cap” del 10% come quello discusso negli USA. Nonostante il costo ufficiale del denaro da parte della Banca Centrale Europea si collochi attorno al 2%, le offerte di credito al consumo standard, prestiti personali e finanziamenti auto si aggirano oggi tra l'11% e il 15%. Questa discrepanza viene motivata dagli operatori con il rischio di insolvenza, i costi operativi e l’ampiezza dei circuiti distributivi.
La Banca d’Italia svolge un’attività di controllo sulla trasparenza e sulla correttezza delle offerte, ma il sistema presenta delle falle. Da un lato si vietano pratiche usurarie, dall’altro si tollerano commissioni di mediazione fino al 6,87% senza limiti legislativi certi, e la presenza di costi accessori che spesso non sono adeguatamente considerati nel calcolo del TAEG effettivo. Questa ambiguità rende il sistema meno protettivo di quanto sembri a prima vista.
Applicare in Italia un limite massimo del 10% sugli interessi delle carte revolving susciterebbe profonde trasformazioni. Sul piano dei benefici, il primo effetto sarebbe un risparmio consistente per le famiglie a corto di liquidità, diminuendo l’esposizione a situazioni di indebitamento insostenibile. L’introduzione di un cap imposto per legge potrebbe contribuire a ridurre i numerosi casi in cui le rate mensili vengono assorbite quasi totalmente dagli oneri finanziari, lasciando poco margine al rimborso effettivo del capitale.
Non mancherebbe però una serie di conseguenze negative già anticipate dal comparto finanziario e dagli analisti. Tra i possibili effetti:
Non va infine trascurato che il rischio di aggiramento della normativa si ripresenterebbe. Anche uno stringente tetto del 10% potrebbe essere neutralizzato tramite un incremento generalizzato dei costi non direttamente riconducibili agli interessi – come già avviene, ad esempio, con le commissioni di mediazione e le varie coperture assicurative abbinate ai finanziamenti.
L’aspetto più insidioso delle carte revolving non risiede solo nel tasso di interesse dichiarato, ma soprattutto nei costi occultati tra le pieghe contrattuali. Le famiglie e i consumatori che vi si affidano spesso non riescono a valutare l’impatto reale delle spese accessorie, che, sommate, possono incrementare enormemente il costo effettivo del finanziamento.
I principali elementi da considerare sono:
L’equilibrio tra tutela del consumatore e sostegno all’accesso al credito rappresenta un tema al centro del dibattito normativo italiano ed europeo. Spesso si invocano norme più severe contro gli «interessi predatori», ma la realtà vede persistenti aree grigie dove spese accessorie e commissioni possono superare, in termini di impatto economico, perfino il tasso di interesse pubblico.
Accanto all’azione delle autorità monetarie e di vigilanza, servirebbe una riforma strutturale che reintroduca trasparenza e limiti anche a spese e commissioni, oggi raramente contemplate nei calcoli usura o nella valutazione di sostenibilità dei finanziamenti. L’informativa precontrattuale, pur obbligatoria, troppo spesso resta densa di tecnicismi, ostacolando la reale consapevolezza degli utenti.
Il sistema, insomma, appare afflitto da ipocrisie e comportamenti ambigui: si interviene rigidamente su determinate componenti del prezzo del credito, lasciando invece margini di manovra ampi su altre voci. Questo alimenta l’incertezza tra i consumatori e mette a rischio sia l’equità sia la stabilità del sistema di credito al dettaglio. Solo una visione integrata e una revisione normativa coerente potrebbe costruire un futuro più equilibrato, garantendo inclusione e reale protezione per chi si trova in condizioni di maggiore vulnerabilità.