Un'inchiesta giornalistica internazionale, coordinata da Lighthouse Reports e condotta insieme ad altre nove testate, svela come le grandi multinazionali del cibo ultra processato vogliano bloccare le normative a tutela della salute pubblica.
Il cibo spazzatura resta sugli scaffali e sulle tavole di milioni di famiglie non per caso, ma anche grazie a una strategia globale di pressione sui Governi messa in atto dai colossi dell'industria alimentare. È quanto emerge da una vasta inchiesta condotta da dieci testate giornalistiche internazionali, che per mesi hanno incrociato documenti pubblici, atti processuali e testimonianze per ricostruire come le aziende degli alimenti ultra processati (Upf, Ultra Processed Food) siano riuscite a rallentare, indebolire o cancellare leggi pensate per proteggere la salute dei cittadini, in particolare dei più giovani.
Il progetto è stato guidato da Lighthouse Reports, piattaforma di giornalismo investigativo con sede nei Paesi Bassi, che ha coordinato un network internazionale composto da:
Al centro dell'indagine c'è un numero che da solo racconta la portata del fenomeno: 239 azioni legali intentate dai colossi del cibo tra il 2010 e il 2025 contro i Governi di sei Paesi campione, ovvero Messico, Colombia, Brasile, Stati Uniti, Regno Unito e India. Cause pensate per bloccare, ritardare o svuotare di significato le normative destinate a tutelare la salute pubblica.
Secondo quanto ricostruito dai giornalisti, circa il 68% dei ricorsi riguarda in particolare le misure sull'etichettatura degli alimenti, cioè lo strumento considerato più efficace per informare correttamente i consumatori e orientarli verso scelte alimentari più consapevoli. Bloccare o rallentare l'introduzione di etichette chiare, come i sistemi a semaforo o i bollini di avvertenza, significa infatti impedire alle persone di riconoscere a colpo d'occhio i prodotti più ricchi di zuccheri, grassi e sale.
Non si tratta soltanto di battaglie legali concluse in tempi rapidi. L'inchiesta stima che, nel periodo analizzato, funzionari pubblici e legali dello Stato abbiano trascorso complessivamente 595 anni nelle aule di tribunale per difendere normative di buon senso contro i ricorsi presentati dalle aziende. Un dato che restituisce l'idea di quanto sia squilibrato lo scontro tra le risorse di uno Stato e quelle di multinazionali con bilanci miliardari.
Uno degli aspetti più significativi emersi dall'inchiesta è che, nonostante l'enorme dispendio di tempo e risorse, Big Food ha perso l'82% delle cause intentate nei sei Paesi analizzati. Un dato che potrebbe sembrare rassicurante, ma che i giornalisti invitano a leggere con cautela: anche perdere in tribunale può essere una strategia vincente. Ogni causa legale, infatti, comporta ritardi nell'entrata in vigore delle norme, anni di incertezza normativa e un logoramento delle risorse pubbliche che spesso scoraggia i legislatori dal proseguire su politiche di regolamentazione più ambiziose.
A questo si aggiunge un ulteriore livello di pressione, quello del lobbying politico e finanziario. In Colombia, ad esempio, l'inchiesta ha documentato che, durante il dibattito parlamentare su una tassa sanitaria pensata per disincentivare il consumo di bevande zuccherate e cibo ultra processato, le aziende del settore avrebbero destinato 25 miliardi di pesos ai partiti politici colombiani. In alcuni casi, i ricorsi presentati davanti ai tribunali.
I motivi per cui produzione e vendita dei prodotti ultra-processati vengono sostenuti dai Governi sono diversi e si intrecciano tra loro:
1. Il peso economico del settore è enorme
Le vendite globali di alimenti ultra processati valgono circa 1.900 miliardi di dollari l'anno, e rappresentano il segmento più redditizio dell'industria alimentare, con oltre metà dei 2.900 miliardi di dollari di dividendi distribuiti dal comparto. Un settore di queste dimensioni genera occupazione, gettito fiscale e un indotto agroindustriale che nessun governo, soprattutto nei Paesi con economie fragili, vuole colpire frontalmente.
2. La cattura dei tavoli tecnici e normativi
Uno degli elementi più inquietanti emersi dall'inchiesta riguarda il Messico, dove l'industria alimentare ha ottenuto 106 accreditamenti ai tavoli tecnici sulle iniziative normative del governo, contro appena 13 concessi alle organizzazioni della società civile. In pratica, le aziende non si limitano a fare pressione dall'esterno: siedono direttamente ai tavoli dove le regole vengono scritte, riuscendo così a orientarne i contenuti o a rallentarne l'approvazione. Lo stesso schema si ripete in molti altri Paesi, con lobbisti che partecipano a consultazioni pubbliche, commissioni parlamentari e gruppi di lavoro ministeriali.
3. Il "playbook" mutuato dall'industria del tabacco
Diversi ricercatori, tra cui gli autori di una serie pubblicata su The Lancet, hanno osservato che l'industria alimentare dispone di risorse economiche e capacità di lobbying paragonabili a quelle storicamente usate dal settore del tabacco, con strategie simili: mettere in discussione le evidenze scientifiche, finanziare studi di parte, enfatizzare la libertà di scelta del consumatore e l'impatto occupazionale delle eventuali restrizioni. Sono le stesse tecniche che per decenni hanno ritardato le politiche antifumo.
4. La retorica della "responsabilità individuale"
Le aziende spostano sistematicamente il discorso pubblico sulla scelta personale. In Brasile, di fronte a proposte di tassazione più alta sugli Upf, l'industria ha sostenuto che la regolamentazione limiterebbe le opzioni dei consumatori e renderebbe il cibo più costoso, un argomento che fa presa in un Paese dove la fame è un problema rilevante. È un argomento efficace perché tocca un tasto sensibile: si presenta come difesa dei più poveri, mentre in realtà protegge i margini di profitto delle aziende. Allo stesso modo, i produttori sostengono spesso che il danno causato dai loro prodotti dipende dalla mancanza di forza di volontà personale, spostando la responsabilità dal prodotto al consumatore.
5. Confusione terminologica ad arte
Un'altra tattica documentata è quella di spostare il dibattito dalla categoria "alimenti ultra processati" (Upf) a quella più generica di "alimenti ad alto contenuto di grassi, zuccheri e sale" (Hfss). Secondo un esperto citato nell'inchiesta, questa distinzione permette alle aziende di riformulare leggermente i prodotti riducendo zucchero o sale, continuando però a usare tutti gli ingredienti tipici della lavorazione ultra industriale, come additivi e stabilizzanti, che sono ciò che davvero temono venga regolamentato.
6. Politiche agricole che premiano la quantità, non la qualità
C'è poi un livello più strutturale, meno visibile ma decisivo: la diffusione globale degli Upf è sostenuta anche da politiche agricole orientate alla quantità più che alla qualità, che storicamente hanno favorito le colture da reddito (mais, soia, olio di palma) destinate proprio all'industria della trasformazione, a scapito dell'agricoltura diversificata e locale. Organizzazioni internazionali sottolineano che sussidi e politiche governative continuano a sostenere le grandi imprese agroalimentari rispetto ai piccoli produttori, perpetuando un modello che rende il cibo ultra processato strutturalmente più economico da produrre rispetto al cibo fresco.
7. Il paradosso del consenso pubblico crescente
C'è però un dato che complica la narrazione: nonostante milioni spesi in lobbying, due terzi degli europei ritengono ormai che gli alimenti ultra processati siano malsani, e il 40% non si fida che le autorità li stiano regolamentando abbastanza bene, secondo un sondaggio condotto su 10.000 persone in 17 Paesi. La distanza tra la percezione pubblica e l'azione politica è forse l'indicatore più chiaro di quanto la capacità di influenza dell'industria pesi ancora più della domanda sociale di regole più severe.
La diffussione dei prodotti ultraprocessati non rappresenta un sostegno "ideologico" al cibo spazzatura, ma della somma di interessi economici enormi, capacità di lobbying capillare, cattura dei processi normativi e politiche agricole ereditate da decenni, tutti fattori che rendono più facile, per un governo, rinviare una regola scomoda piuttosto che scontrarsi con un settore capace di sostenere anni di contenziosi legali.
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...