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Bibite gassate: quanto se ne può bere senza rischi per fegato, reni e cuore secondo studi scientifici più recenti

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di Dott.ssa Sara Melchionda pubblicato il

Le bibite gassate sono tra le bevande più consumate al mondo: quante se ne possono bere senza rischiare danni seri a fegato, reni e cuore

La scienza ha risposto in modo sempre più netto negli ultimi anni a una domanda che riguarda milioni di consumatori: quante bibite gassate si possono bere senza rischiare danni seri a fegato, reni e cuore? Gli studi disponibili, condotti su centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, tracciano oggi limiti piuttosto precisi. La ricerca UK Biobank, presentata alla United European Gastroenterology Week 2025 su oltre 120mila persone, ha indagato gli effetti sul fegato. Lo studio dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, condotto insieme alla Harvard University e pubblicato sul Clinical Journal of the American Society of Nephrology, ha analizzato 194mila persone per capire l'impatto sui reni. Una ricerca svedese firmata da Suzanne Janzi, pubblicata su Frontiers in Public Health, ha invece esaminato quasi 70mila partecipanti per valutare le conseguenze sul cuore.

Cosa contiene davvero una bibita gassata

Prima di comprendere i rischi, è utile sapere cosa si ingerisce. Una lattina da 330 millilitri contiene in media 35 grammi di zucchero, l'equivalente di circa nove cucchiaini da tè, per un totale di circa 140 calorie. A questo si aggiungono acido fosforico, coloranti, conservanti, caffeina e spesso sciroppo di glucosio e fruttosio, una forma di zucchero particolarmente aggressiva per il metabolismo umano. Il fruttosio, a differenza del glucosio, viene elaborato quasi esclusivamente dal fegato, il che lo rende direttamente responsabile dello sviluppo di patologie epatiche.

Va inoltre considerato che questi effetti si sommano a un consumo spesso quotidiano e prolungato negli anni. A differenza di un eccesso occasionale, che l'organismo riesce generalmente a gestire senza particolari conseguenze, è l'abitudine costante e ripetuta a rappresentare il vero fattore di rischio secondo la maggior parte degli studi disponibili, in modo simile a quanto accade con altre sostanze assunte regolarmente in dosi apparentemente modeste.

Il fegato: l'organo più esposto

Secondo lo studio presentato all'UEG Week 2025, basato sui dati del database UK Biobank, esiste un'associazione significativa tra il consumo regolare di bevande zuccherate e un maggior rischio di sviluppare la malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica, il termine scientifico oggi utilizzato per indicare il cosiddetto fegato grasso non alcolico. Un dato sorprendente emerso dalla stessa ricerca riguarda le versioni zero calorie: anche queste risultano dannose per il fegato, quasi quanto le bibite tradizionali, smentendo l'idea che passare al "light" possa proteggere l'organo.

Ulteriori conferme arrivano da un secondo studio, presentato al convegno ENDO 2022 della Endocrine Society, che ha analizzato dati del National Health and Nutrition Examination Survey su oltre 10mila soggetti. Il 70% dei pazienti con steatosi epatica non alcolica aveva l'abitudine di assumere grandi quantità di fruttosio. A questo si aggiunge un'analisi pubblicata su Clinical Gastroenterology and Hepatology, derivata dallo storico Framingham Heart Study, che su oltre 1.600 persone ha documentato un legame tra consumo regolare di bibite gassate e deterioramento della funzionalità epatica nel lungo periodo.

La buona notizia arriva sempre dallo studio UEG Week 2025: sostituire le bibite zuccherate con acqua riduce il rischio di malattia epatica del 12,8%, mentre sostituire quelle "light" con acqua abbassa il rischio del 15,2%.

I reni: quante lattine sono davvero troppe

Sul fronte renale, la ricerca ha fornito indicazioni quantitative molto precise. Lo studio condotto dall'Università Cattolica di Roma insieme alla Harvard University, su 194mila persone seguite per otto anni, ha stabilito che non più di una lattina a settimana rappresenta il limite massimo per non incorrere in un rischio aumentato di calcoli renali, che sale tra il 23% e il 33% superando questa soglia.

A confermare il quadro contribuisce un secondo studio firmato da Casey Rebholz, ricercatrice della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, condotto nell'ambito del Jackson Heart Study su oltre 3mila adulti afroamericani con funzione renale normale, monitorati dal 2000 al 2013. La ricerca, pubblicata anch'essa sul Clinical Journal of the American Society of Nephrology, ha rilevato che le persone con un consumo elevato di bibite gassate e bevande di frutta zuccherate presentavano un rischio maggiore del 61% di sviluppare malattie renali croniche, anche dopo aver corretto i dati per fattori come fumo, obesità, ipertensione e diabete.

Il meccanismo alla base di questi danni è legato all'acido fosforico: il fosfato inorganico contenuto nelle bibite viene assorbito nel sangue quasi al 100%, provocando squilibri ormonali che riducono i livelli di calcio, sopprimono la vitamina D e affaticano progressivamente i reni.

Il cuore: un rischio cardiovascolare documentato

I dati sul cuore sono tra i più solidi disponibili in letteratura scientifica. Lo studio condotto da Suzanne Janzi e colleghi, basato sui dati di 69.705 partecipanti provenienti dallo Swedish Mammography Cohort e dal Cohort of Swedish Men, monitorati fino al 2019 e pubblicato su Frontiers in Public Health, ha registrato 25.739 casi di malattie cardiovascolari nel periodo osservato. La ricerca ha confrontato tre fonti di zuccheri, dolcificanti naturali, dolciumi e bevande zuccherate, evidenziando come queste ultime siano risultate le più dannose in assoluto, associate a un aumento del rischio di ictus ischemico, insufficienza cardiaca, fibrillazione atriale e aneurisma dell'aorta addominale.

Un ulteriore contributo arriva dal professor Keijiro Saku, preside e docente di cardiologia alla Fukuoka University in Giappone, che in una ricerca sul legame tra bevande gassate e rischio cardiaco ha sottolineato come queste bevande abbiano spesso dimostrato di aumentare il rischio di sindrome metabolica e di malattie cardiovascolari, tra cui il rimodellamento cardiaco subclinico e l'ictus.

Il meccanismo cardiotossico passa anche attraverso il fruttosio, che il fegato converte in trigliceridi e colesterolo LDL. Questi grassi favoriscono la formazione di placche aterosclerotiche nelle arterie, aumentando progressivamente il rischio di infarto e ictus.

Le bibite zero sono davvero più sicure

Una convinzione diffusa è che le versioni "light", "zero" o "diet" siano un'alternativa sicura. La scienza smentisce questa idea. Come già evidenziato per il fegato, lo studio dell'UEG Week 2025 ha mostrato che anche le bevande senza zucchero sono associate a un rischio elevato di malattia epatica. Sul tema degli edulcoranti, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato nel 2023 una linea guida ufficiale che sconsiglia di utilizzare i dolcificanti come sostituti dello zucchero per il controllo del peso, una posizione condivisa anche dall'EFSA, l'autorità europea per la sicurezza alimentare.

Qual è il limite sicuro secondo la scienza

Riassumendo le indicazioni disponibili: per i reni il limite è di non più di una lattina a settimana; per il fegato non esiste una soglia realmente sicura, e la letteratura scientifica suggerisce di ridurre al minimo o eliminare del tutto le bibite gassate; per il cuore il consiglio generale è limitarsi a consumi occasionali, evitando l'assunzione quotidiana.

Le migliori alternative

La soluzione più semplice ed efficace resta l'acqua, semplice o frizzante naturale. Il tè verde e il tè nero, secondo diversi studi, svolgono un effetto protettivo sui reni. Anche il caffè e il succo d'arancia naturale, senza zuccheri aggiunti, sono stati associati a una riduzione del rischio di calcoli renali nella ricerca italo americana citata in precedenza. Tisane non zuccherate, acque aromatizzate con agrumi o menta, e il kefir d'acqua completano il ventaglio di opzioni salutari per chi cerca un'alternativa reale alle bibite industriali.






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Dott.ssa Sara Melchionda

La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...