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Come avere il 50% dello stipendio in più se si hanno determinati problemi sul posti di lavoro

di Marcello Tansini pubblicato il
Stipendio, dignità, azienda

Subire demansionamenti o mansioni umilianti può ledere dignità e carriera, ma la legge tutela chi si trova in queste situazioni, prevedendo risarcimenti anche fino al 50% dello stipendio.

Essere costretti a svolgere mansioni umilianti, o essere messi da parte in ambito lavorativo, non rappresenta più solo un vissuto doloroso: in molti casi la legge offre una via concreta di tutela e persino un riconoscimento economico rilevante.

Oggi, infatti, chi viene svuotato delle sue responsabilità o posto dinnanzi a lavori degradanti può vedere la propria situazione trasformata dalle norme e dalla giurisprudenza in un diritto al risarcimento, spesso molto consistente. Il demansionamento, una volta considerato un destino ineluttabile, è oggi una questione centrale nella tutela della dignità e della retribuzione dei lavoratori, offrendo eccezionali strumenti di difesa sia economici che morali.

Cos'è il demansionamento: definizione e impatti su carriera e dignità

La nozione di demansionamento si riferisce a quella situazione in cui un lavoratore viene assegnato a compiti inferiori rispetto alla sua qualifica, esperienza e ruolo originario, senza reale giustificazione aziendale. Il Codice Civile prevede che ciascun dipendente debba essere impiegato nelle mansioni per cui è stato assunto, e spostarlo verso incarichi meno qualificati rappresenta, a tutti gli effetti, una violazione del contratto di lavoro.

Le cause più frequenti alla base di trasferimenti a mansioni dequalificanti includono:

  • Riorganizzazioni aziendali elusive
  • Punizioni occulte per dipendenti scomodi
  • Isolamento indiretto tramite compiti marginali o inutili
Oltre a bloccare la carriera, questa prassi può arrecare un danno profondo alla dignità personale: si azzera il valore professionale acquisito, si mette in discussione la stima dei colleghi e si congela lo sviluppo futuro. L'impatto psicologico è spesso devastante, con riflessi che si estendono ben al di là dell'ambito lavorativo, innescando ansia, insicurezza e persino isolamento sociale. Negli ultimi anni, la consapevolezza sociale e giuridica dei danni causati dal demansionamento è aumentata sensibilmente, rendendo le tutele oggi molto più incisive rispetto al passato.

Quando hai diritto al risarcimento fino al 50% dello stipendio

L'ordinamento italiano offre una protezione contro le pratiche di demansionamento. L'art. 2103 del Codice Civile stabilisce che il lavoratore debba essere adibito alle mansioni per cui è stato assunto o a mansioni equivalenti, salvo eccezioni tassative (ad es. in seguito a contratti collettivi o riorganizzazioni complesse). Ogni volta che questa regola viene violata senza una motivazione lecita, il dipendente può agire in giudizio per ottenere non solo la reintegrazione nelle mansioni originarie ma anche un congruo risarcimento.

La giurisprudenza ha chiaramente riconosciuto il diritto a ricevere un indennizzo pari fino al 50% della retribuzione lorda mensile per ogni singolo mese di dequalificazione o inattività forzata. Sentenze fondamentali - tra cui quella del Tribunale di Milano n. 1012/13 e della Corte di Cassazione n. 25729/13 - hanno posto le basi per azioni risarcitorie concrete, portando i datori di lavoro a dover rispondere di ogni giorno in cui le capacità e l'immagine professionale vengano umiliate.

La tutela si estende anche alle situazioni in cui il dipendente sia lasciato senza compiti, parcheggiato o isolato deliberatamente. In questi casi, la Corte di Cassazione (sentenza n. 628/2024) ha confermato nei fatti che il danno subito non è solo patrimoniale, ma anche di natura esistenziale.

I danni risarcibili: biologico, morale e perdita di chance

Il risarcimento per demansionamento non riguarda solo le perdite materiali, ma anche:

  • Danno biologico: riconosciuto quando la dequalificazione causa disagi psicofisici concreti, come ansia, stress, depressione, attestati tramite perizie mediche o ricorso a terapie specialistiche.
  • Danno morale: nasce dall'umiliazione e dalla lesione della dignità lavorativa, specie quando il lavoratore viene sminuito di fronte ai colleghi o posto in condizioni degradanti.
  • Perdita di chance: riguarda le opportunità professionali perse o le minori possibilità di avanzamento di carriera. Non si limita al danno immediato, ma abbraccia la prospettiva futura, come riconosciuto dal Tribunale di Modena (sentenza n. 923/2024).
La quantificazione di queste voci viene stabilita caso per caso, in base agli elementi forniti dal lavoratore e dalla gravità della condotta datoriale. Una delle caratteristiche principali della disciplina è la personalizzazione dei risarcimenti, fondamentale affinché il ristoro sia realmente proporzionato al pregiudizio subito. Si tratta dunque di una tutela ampia, che copre sia il lato economico sia quello umano dell'esperienza lavorativa, bilanciando giustizia e riparazione.

Come ottenere il risarcimento: prove, procedure e sentenze

Per accedere alla tutela economica e morale riconosciuta dalla legge, il lavoratore deve dimostrare con precisione il periodo di demansionamento e gli effetti patiti. La Cassazione (n. 27043/2025) ribadisce che la prova dell'abuso ricade sul dipendente, il quale dovrà supportare la propria domanda con elementi oggettivi, tra cui:

  • Durata dell'attività dequalificante o dell'inattività
  • Descrizione delle mansioni svolte prima e dopo lo spostamento
  • Cambiamenti nelle abitudini di vita, esiti medici, ricorso a terapie o farmaci
  • Testimonianze di colleghi o documentazione aziendale
Non servono prove impossibili, ma la giurisprudenza accetta elementi anche indiziari, purché chiari e credibili. Il giudice, acquisita la documentazione, determinerà la cifra risarcitoria più equa, calibrandola sulla paga mensile del lavoratore ai sensi dell'art. 1226 c.c. La procedura prevede generalmente:
  • Lettera formale di richiesta indirizzata all'azienda
  • Eventuale tentativo di conciliazione sindacale
  • Ricorso giudiziale presso il Tribunale del lavoro
La presenza di precedenti giurisprudenziali solidi consente di affrontare il percorso legale con ragionevoli aspettative di successo, soprattutto quando la raccolta delle prove è stata ben impostata. Ogni situazione va valutata singolarmente, ma l'esistenza di numerose sentenze favorevoli offre una robusta garanzia di diritto.

Alcuni contratti collettivi prevedono ulteriori tutele e indennità per il personale impiegato nel commercio e nel turismo, dove il rischio di demansionamento è storicamente elevato. Gli ultimi aggiornamenti dei CCNL Intersettoriali (in particolare quelli del 23/09 e 20/10/2025) tutelano il lavoratore con:

  • Indennità minima pari al 30% dello stipendio in caso di perdita di mansioni
  • Procedure semplificate per ottenere il riconoscimento dell'indennizzo
Tali disposizioni rappresentano una rete di sicurezza importante, riducendo l'incertezza e la durata dei contenziosi e facilitando la liquidazione dei risarcimenti. Sono strumenti che si aggiungono alle tutele generali previste dal Codice Civile, garantendo condizioni migliorative soprattutto in comparti a rischio di pratiche abusive o arbitrarie.

Risarcimenti e tassazione: quando i soldi in più non sono soggetti a imposte

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda il trattamento fiscale delle somme corrisposte a titolo di risarcimento. L'Agenzia delle Entrate (Risposta n. 185/2022) ha chiarito che i pagamenti per danni non patrimoniali, come il danno biologico o all'immagine, sono interamente esenti da tassazione, in quanto non costituiscono reddito, ma semplici ristori. Ad esempio:

Tipologia risarcimento

Tassazione

Risarcimento danni biologici o all'immagine

Non tassato

Risarcimento per perdita patrimoniale (mancato stipendio)

Tassato come reddito

Così, il lavoratore non solo ottiene il riconoscimento dell'offesa subita ma può anche trattenere l'intera somma a titolo di rimborso, elemento che rende queste tutele particolarmente vantaggiose sia sul piano economico che sociale.



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