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Cosa fare se tutti i medici di famiglia non hanno più posti liberi?

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di Marianna Quatraro pubblicato il

Con la crescente carenza di medici di famiglia, molti cittadini devono affrontare liste piene e incertezze: quali sono le soluzioni pratiche, le criticità emergenti e cosa aspettarsi da questa situazione complessa

La carenza di medici di famiglia ha generato un vero stato di emergenza, con migliaia di cittadini che rischiano di restare senza assistenza primaria. Le attese per essere visitati si allungano di settimana in settimana, l’accessibilità ai servizi peggiora e, in molte zone d’Italia, sono già realtà i territori dove tutti i medici sono al massimo del carico assistenziale. Senza un riferimento medico, si aprono nuove incertezze e rischi non solo per chi necessita di cure, ma anche per la tenuta del sistema sanitario sul territorio.

Questa situazione pone domande urgenti: come si accede all’assistenza se nessun professionista ha posti disponibili? Esistono procedure alternative e diritti che il cittadino può far valere? Rispondere a questi interrogativi non è solo una necessità pratica, ma un modo per tutelare la salute pubblica e garantire che nessuno sia lasciato indietro, nemmeno tra le pieghe di un sistema in grande difficoltà. Sotto esame non ci sono solo numeri e statistiche, ma la qualità della vita di milioni di persone e la solidità stessa del modello sanitario italiano.

Procedure e soluzioni quando tutti i medici di famiglia sono al completo

La saturazione delle liste dei medici di famiglia si traduce in gravi difficoltà per i cittadini e notevoli pressioni sugli operatori sanitari. Quando il limite massimo di assistiti (1.500 persone per ogni medico, elevato a 1.800 in alcune circostanze) è stato raggiunto da tutti i professionisti di un territorio, la copertura sanitaria primaria non è più garantita come previsto dalla normativa (Legge 833/1978 e successive modifiche).

Di fronte a questa situazione, la competenza e la consapevolezza sulle procedure diventano decisive. La risposta non può essere improvvisata: ci sono azioni precise e obblighi di legge che le aziende sanitarie devono rispettare per assicurare l’assistenza.

  • Segnalazione tempestiva all’ASL/ATS: Il primo passo è recarsi fisicamente allo sportello “Scelta e Revoca” dell’azienda sanitaria di riferimento o inviare una comunicazione certificata tramite PEC o email, descrivendo l’impossibilità di individuare un medico disponibile.
  • Obbligo di risposta dell’ASL: L’azienda sanitaria è tenuta a garantire una soluzione: può trattarsi dell’assegnazione temporanea ad un medico “in deroga” (che accetta volontariamente un lieve superamento del massimale), dell’apertura di incarichi provvisori o della creazione di ambulatori temporanei.
  • Attivazione della continuità assistenziale (116117): Fino all’assegnazione di un nuovo medico, il Numero Unico Europeo 116117, attivo 24 ore su 24, rappresenta un punto di riferimento per richieste sanitarie non urgenti, ricette non differibili e consigli. La Guardia Medica locale rimane un supporto in caso di bisogno
  • Monitoraggio delle “zone carenti” e pubblicazione dei bandi: Le Regioni e le aziende sanitarie pubblicano periodicamente elenchi delle aree prive di sufficiente copertura. Consultare questi bandi permette di sapere se stanno per essere inseriti nuovi medici e a chi assegnati.
  • Reclamo formale all’URP: In caso di inerzia o mancata risposta, l’Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP) dell’azienda sanitaria è obbligato a rispondere entro 30 giorni. La procedura di reclamo obbliga la struttura a intervenire con risoluzioni concrete.
Dati aggiornati evidenziano una situazione critica: in province come Treviso oltre 200.000 cittadini risultano attualmente affidati a medici con incarichi temporanei, spesso residenti in altri comuni. Zone come Padova, Brianza, e Perugia registrano decine, in alcuni casi centinaia, di posti vacanti per i medici di medicina generale, con più del 50% dei professionisti già sovraccarichi oltre il limite previsto. Secondo i dati raccolti dai sindacati, in Italia mancano oltre 5.500 medici di famiglia e circa 7.300 andranno in pensione entro il 2027, aggravando ulteriormente la carenza.

Le soluzioni attivate dalle aziende sanitarie spaziano dall’assegnazione di incarichi provvisori a specializzandi (fino a 650–1.200 assistiti), all’apertura di nuovi studi, all’offerta di incentivi per innalzare la quota massima di pazienti per medico oppure ad accordi con Comuni che mettono a disposizione ambulatori gratuiti agli specializzandi. Tuttavia, la reale efficacia di queste misure è limitata dalla scarsa propensione dei giovani medici ad assumere incarichi temporanei, dalla fuga di professionisti verso specialità diverse e dalla burocrazia che rallenta le procedure di assegnazione.

Nel concreto, alcuni passaggi restano imprescindibili per chi si trova senza assistenza primaria:

  • Identificare lo sportello “Scelta e Revoca” o accedere ai servizi digitali regionali
  • Esporre dettagliatamente la situazione, preferibilmente in forma scritta certificata (PEC/email)
  • Richiedere che l’ASL fornisca una risposta motivata e tracciabile
  • Utilizzare, se necessario, il 116117 o la Guardia Medica per richieste immediate
  • Monitorare costantemente l’uscita di bandi per nuove “zone carenti”
  • Se privi di riscontro entro i termini, attivare il reclamo formale all’URP
  • Richiedere l’iscrizione temporanea presso il medico che accetti di eccedere leggermente il proprio carico, misura prevista solo in casi eccezionali e su autorizzazione dell’ASL.
In molte regioni, la procedura si aggiorna periodicamente, ma resta ferma la responsabilità pubblica di garantire una copertura continuativa. L’assenza di una risposta tempestiva dell’azienda sanitaria configura un grave disservizio rispetto agli obblighi di legge, aprendo nello specifico la strada al ricorso formale e ad interventi verificati dalle autorità competenti.

Criticità, dati reali e possibili scenari: cosa aspettarsi e come tutelarsi

L’emergere di territori dove tutti i medici di base sono saturi comporta effetti a cascata su accesso alle visite, qualità dell’assistenza e gestione delle cronicità. La pressione sugli ambulatori e sulle strutture di pronto soccorso aumenta, il rischio di vuoti assistenziali si amplifica, e molte famiglie vengono costrette a cercare professionisti in altri comuni o attendere l’apertura di nuove graduatorie.

Anche i dati più recenti mostrano come sia in atto una trasformazione strutturale: il 52% dei camici bianchi in servizio è già sovraccarico e il trend di pensionamenti supera largamente il numero di nuovi ingressi. Ad aggravare la situazione contribuiscono:

  • Riforme recenti che, pur aumentando le ore obbligatorie di attività territoriale, non prevedono reali incrementi di risorse o riduzione delle incombenze burocratiche
  • Progetti nazionali che innalzano il massimale di pazienti ma richiedono adesione volontaria
  • Lunghe attese per le visite: in alcune aree si registrano tempi persino oltre il mese per un semplice appuntamento
  • Liste di controllo bloccate e necessità di ricorrere a strutture private per mancanza di alternative pubbliche
  • Apertura sempre più diffusa di ambulatori temporanei o Case della Comunità, spesso carenti di personale e risorse
  • Difficoltà oggettiva nell’ingaggiare giovani medici in sostituzioni o incarichi brevi
  • Gestione burocratica appesantita dal malfunzionamento dei sistemi informatici (come il Siss, segnalato in tilt da settimane in alcune regioni)
Uno degli errori più comuni è quello di non segnalare subito la propria posizione all’ASL o di affidarsi esclusivamente al passaparola. Mantenere una documentazione precisa delle proprie richieste e delle risposte ottenute è sempre consigliabile. Un altro errore frequente consiste nel ricorrere direttamente al pronto soccorso per problemi assistibili in sede territoriale: questo contribuisce a intasare servizi già sovraccarichi senza risolvere la questione della presa in carico.

Il confronto con le soluzioni sperimentate all’estero e in diversi territori italiani mostra scenari diversi, che si riassumono nella tabella seguente:

Soluzione Punti di forza Limiti e criticità
Incarichi temporanei a specializzandi Conseguimento rapido di nuova copertura – Flessibilità Limite nel numero di pazienti – Disomogeneità assistenziale
Ambulatori temporanei Accessibilità garantita in urgenza Mancanza di continuità assistenziale
Aumento massimale per i medici in servizio Più cittadini assistiti Maggiore rischio di burnout
Reclutamento neolaureati Possibilità di colmare i vuoti Formazione ancora incompleta, scarsa propensione a restare sul territorio

In prospettiva, il rischio di un ulteriore peggioramento è concreto se non saranno introdotte misure strutturali e una riorganizzazione profonda del modello assistenziale. Gli errori di programmazione nazionale degli anni scorsi e la mancata apertura a nuove modalità di lavoro hanno aggravato una carenza che oggi si sconta pesantemente sul territorio.

Come tutelarsi dunque? Gli elementi chiave sono:

  • Conoscere i propri diritti e le procedure formali in caso di carenza di medici di base
  • Mantenere contatti diretti e documentati con l’ASL
  • Utilizzare con criterio la guardia medica per le necessità intermedie
  • Monitorare l’eventuale apertura di nuovi ambulatori nella propria zona
  • Evitate soluzioni improvvisate o non regolamentate
  • Non accettare inerzia o silenzi amministrativi: il diritto all’assistenza medica di base è garantito dalla legge e da accordi nazionali.



Marianna Quatraro

Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...