Costruire in zona rossa in Italia tra paradossi, leggi e deroghe: il quadro attuale tra rischi idrogeologici, sanatorie, vincoli ambientali, gestione delle criticità e urgenza di una riforma responsabile
L’Italia vive da decenni un paradosso normativo e sociale: mentre l’opinione pubblica percepisce le zone rosse come territori ad alta tutela e inaccessibilità edilizia, la realtà giuridica e l’osservazione quotidiana raccontano una storia ben più sfumata. Si tratta di aree individuate per l’elevata pericolosità idrogeologica, sismica o vulcanica, spesso teatro di frane, alluvioni o attività vulcaniche recenti o attese; eppure, nonostante il pericolo sia accertato dalle autorità competenti, la disciplina italiana permette in molti casi la costruzione o la regolarizzazione successiva di edifici residenziali e produttivi.
Il «divieto assoluto» di costruzione resta spesso più una dichiarazione di principio che un’effettiva barriera. Le ragioni di questa situazione sono molteplici: legislazione stratificata, eccezioni puntuali, ampie deroghe per ricostruzione post-evento, abitudini consolidate e un ricorso diffuso a sanatorie e condoni, che hanno spesso finito per svuotare di sostanza i divieti. In molte aree la normativa vigente si sovrappone a esigenze sociali, conflitti politici e consuetudini locali, generando aree a rischio con presenza abitativa consolidata, nonostante gli avvertimenti di autorità scientifiche e protezione civile. Il risultato è una sensazione di incertezza e diffusa sfiducia nella legalità delle regole urbanistiche.
Per "zone rosse" si intendono le porzioni di territorio classificate ad elevata pericolosità secondo i criteri forniti dagli enti preposti (ISPRA, Autorità di Bacino Distrettuali, Protezione Civile). Le casistiche più frequenti sono:
L’assetto normativo italiano risulta frammentato e in costante evoluzione: mentre le linee guida nazionali fanno riferimento a standard generali di tutela del territorio e della pubblica incolumità, la disciplina specifica e le deroghe sono spesso demandate a leggi regionali e regolamenti comunali. Di seguito, una sintesi delle principali situazioni:
Le pronunce della giurisprudenza amministrativa confermano che permessi e sanatorie sono subordinati all’assenza di vincoli paesaggistici, ambientali o di inedificabilità assoluta, ma dove il primo vincolo è assente resta ampio margine di discrezionalità in capo alle amministrazioni locali.
I condoni edilizi rappresentano una delle principali ragioni dell’attuale panorama urbanistico in molte zone a rischio in Italia. Sono state ben tre le «stagioni» di condono (1985, 1994, 2003), ciascuna con limiti specifici ma tutte accomunate dalla possibilità di sanare abusi su larga scala, con alcune eccezioni, almeno sulla carta, per le aree soggette a vincoli idrogeologici e paesaggistici.
La più recente manovra di bilancio (2026) ha visto il tentativo, politicamente controverso, di riaprire i termini per il terzo condono 2003, in particolare per «regolarizzare dossier pendenti». Tuttavia, restano esclusi i fabbricati costruiti in zone rosse successivamente all’apposizione del vincolo o in assenza del necessario parere (si veda la normativa regionale della Campania e le sentenze del TAR Lazio del 2025).
Le sanatorie edilizie tradizionali e le nuove semplificazioni introdotte dal DL "Salva Casa" hanno ulteriormente ampliato il ventaglio delle possibilità di regolarizzazione di edifici sorti in aree a rischio. La regola della doppia conformità (l’abuso deve essere conforme sia alla norma vigente all’epoca dell’intervento che a quella attuale) continua ad applicarsi nei casi più gravi, ma per le difformità minori e mutamenti d’uso la sanatoria è molto più agevole, salvo specifici divieti territoriali motivati.
La cronaca recente mostra che, al di là del quadro normativo formale, le deroghe e i meccanismi di sanatoria hanno permesso spesso la sopravvivenza e il consolidamento degli insediamenti in zone a rischio, con conseguenze che si riverberano ancora oggi sulla sicurezza collettiva e sulla legalità urbanistica
Le politiche pubbliche di gestione e prevenzione del rischio si scontrano spesso con limiti strutturali e con una cultura diffusa di tolleranza verso l’abusivismo e la regolarizzazione postuma. La presenza di abitazioni in zone rosse, anche laddove sia formalmente preclusa la nuova edificazione, determina rischi crescenti in caso di eventi calamitosi, sia per l’incolumità delle persone, sia per l’aggravio nella gestione dei soccorsi e degli interventi di mitigazione post-disastro.
Le analisi svolte da enti di settore e dalla Protezione Civile confermano che molte abitazioni risultano esposte a fenomeni di frana o alluvione per mancanza di pianificazione adeguata o per la scarsa vigilanza sul rispetto delle norme urbanistiche. La mancata demolizione di costruzioni abusive e la diffusa attitudine a investire in sanatorie e condoni producono un effetto di "blanda deterrenza" rispetto al rischio reale, con l’effetto di alimentare la vulnerabilità complessiva del paese e l’aspettativa di interventi pubblici futuri in caso di danni.
La persistenza del costruito nelle zone rosse e la ricorrenza di sanatorie pongono importanti sfide sia dal punto di vista amministrativo sia sotto il profilo della sicurezza collettiva. Restano aperte molte questioni:
Giuseppe Bergodi è un esperto consulente immobiliare con oltre 35 anni di esperienza nel settore. Laureato in Architettura presso il Politecnico di Milano, ha dedicato la sua carriera alla valutazione e gestione di proprietà residenziali e commerciali. Grazie alla sua profonda conoscenza del mercato immobiliare milanese, offre analisi dettagliate e strategie efficaci per ottimizzare gli investi...