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Davos, lite e caos alla cena di Blackrock dopo le parole del Segretario Usa al Commercio. E in molti lasciano la tavola

di Marcello Tansini pubblicato il
Davos scontro alla cena miliardari

Tensione a Davos durante una cena organizzata da BlackRock, dove le parole del Segretario Usa al Commercio hanno acceso contrasti tra leader internazionali, portando alcuni ospiti ad abbandonare la tavola e sollevando interrogativi sulle relazioni tra Stati Uniti ed Europa.

L’atmosfera elegante e riservata della serata ospitata da BlackRock a Davos, occasione esclusiva dedicata ai massimi esponenti del panorama finanziario e politico globale, ha improvvisamente assunto toni accesi ed inaspettati. Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock e co-presidente del World Economic Forum, aveva riunito nella medesima sala personalità chiave dei mercati internazionali, portando sul tavolo non solo piatti d’alta cucina ma anche tensioni e aspettative proprie di un contesto così competitivo.
Ciò che doveva essere un discreto momento di networking tra influenti esponenti del settore si è improvvisamente trasformato in un acceso confronto, attraversato da schieramenti, applausi e segnali evidenti di dissenso. La presenza del Segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick, noto per le sue posizioni aggressive in materia di politica commerciale, era uno degli elementi di maggior interesse della serata.

I fatti hanno preso una piega inattesa quando la platea ha reagito con veemenza alle dichiarazioni del rappresentante del governo USA, generando momenti di palese disaccordo e persino abbandoni del tavolo da parte di figure di rilievo come Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea.

Le dichiarazioni del Segretario Usa al Commercio e le reazioni dei leader presenti

Howard Lutnick, Segretario al Commercio degli Stati Uniti nell’attuale amministrazione, ha attirato l’attenzione dei presenti con un intervento estremamente diretto e privo di retorica diplomatica. Con toni decisi e senza filtri, Lutnick ha criticato pubblicamente le strategie economiche europee, accusando il continente di «progressiva perdita di competitività» nello scenario globale.
Nel suo breve ma incisivo discorso, durato appena tre minuti, Lutnick ha rimarcato come la leadership americana intenda “cambiare le regole” piuttosto che conservare lo status quo. Un messaggio che appare in continuità con precedenti dichiarazioni pubblicate su testate di rilievo internazionale, nelle quali il dirigente americano già evidenziava la volontà di rafforzare la posizione degli Stati Uniti sul mercato mondiale attraverso politiche commerciali più rigide, come l’inasprimento delle tariffe doganali.

Secondo fonti consultate durante la serata, le esternazioni di Lutnick sono state percepite come risposta diretta alle affermazioni di diversi leader europei, che nei giorni precedenti avevano sostenuto la coesione e la solidità finanziaria dell’Unione Europea. Mentre una parte degli ospiti si è lasciata andare ad applausi – sottolineando apprezzamento per l’energia «rinnovata» della politica statunitense – altri hanno reagito con aperta disapprovazione, sfociata in fischi ed espressioni di dissenso.

Particolarmente significativo è stato il comportamento di Christine Lagarde. La presidente della BCE, visibilmente contrariata dal tono e dal contenuto delle dichiarazioni di Lutnick, si è alzata e ha abbandonato la sala. Mentre i responsabili delle relazioni pubbliche statunitensi tendevano a minimizzare l’episodio, parlando di reazioni isolate, altre testimonianze suggeriscono che una parte consistente dei partecipanti sia rimasta turbata dalla rottura dei tradizionali equilibri diplomatici.

L’intervento di Lutnick ha toccato uno dei nervi scoperti delle relazioni transatlantiche: la competizione commerciale e la gestione delle politiche energetiche. Le sue parole hanno fatto eco a quelle pubblicate lo stesso giorno sul Financial Times, dove dichiarava: «Siamo venuti per cambiare le regole». La scelta di esprimersi con tale franchezza, in un contesto tradizionalmente volto al dialogo e alla mediazione, ha evidenziato una volontà di segnare una netta discontinuità rispetto al passato.

Il pubblico di Davos, abituato a confronti serrati ma solitamente segnati dalla diplomazia, ha dovuto dunque fare i conti con una presa di posizione che ha alimentato la polarizzazione. Accanto ai tentativi di Larry Fink di ricondurre i toni all’ordine e alla composta discussione, si sono alternati momenti di evidente imbarazzo e gesti emblematici, come quello di Lagarde.

  • Spaccatura percepibile tra sostenitori delle tesi statunitensi e difensori delle politiche UE
  • Minacce di ulteriori aumenti dei dazi e impatto su settori chiave dell’economia europea
  • Dell’episodio ha dato eco anche la stampa internazionale, mettendo in luce l’intensificarsi delle tensioni tra le sponde dell’Atlantico
In sintesi, l’intervento di Lutnick è stato molto più di un semplice discorso: è apparso come una vera e propria dichiarazione d’intenti della nuova amministrazione statunitense, pronta a rimettere in discussione dinamiche multilaterali radicate da decenni. Le reazioni dei presenti, eterogenee e spesso contrastanti, testimoniano la delicatezza della fase storica attraversata dai rapporti tra Washington e Bruxelles.

Conseguenze e riflessioni sulle tensioni tra Stati Uniti ed Europa emerse a Davos

L’episodio verificatosi a margine del World Economic Forum mette in evidenza una crescente fragilità delle relazioni economiche e politiche tra USA e Europa. Le reazioni forti durante la cena esclusiva organizzata da BlackRock non sono solo il riflesso di uno scontro di personalità, ma rappresentano la materializzazione di una progressiva divergenza di strategie economiche e geopolitiche.
Christine Lagarde, nelle dichiarazioni successive, ha sottolineato l’importanza dell’unità europea di fronte ad atteggiamenti percepiti come minacciosi da parte degli alleati statunitensi. La presidente della BCE ha evidenziato come gli USA stiano adottando una postura «bizzarra» rispetto agli impegni storici assunti in sede di alleanza transatlantica. Il riferimento alla richiesta USA di nuove restrizioni tariffarie e alle tensioni su questioni simboliche come il caso Groenlandia sono esempi concreti di come la fiducia reciproca sia stata minata.

Lagarde ha inoltre citato dati che illustrano l’aumento delle barriere tariffarie: i dazi medi tra Stati Uniti ed Europa sono passati da valori attorno al 2% a oltre il 12% nell’ultimo anno, con la prospettiva di ulteriori incrementi fino al 15%. A subire le ripercussioni maggiori sarebbero soprattutto i consumatori e le imprese statunitensi, con conseguenze tangibili sia su inflazione che su crescita economica.

Periodo Dazio medio UE-USA
Gennaio 2025 2%
Gennaio 2026 12%+
Proiezioni future Fino a 15%

Lo scontro emerso a Davos porta quindi con sé alcune riflessioni cruciali per il futuro:

  • L’esigenza dell’Europa di rispondere con unità e determinazione, difendendo le proprie prerogative sia a livello commerciale sia nelle scelte energetiche
  • L’impatto sulle partnership internazionali, con la possibilità che altri attori (ad esempio Cina e India) possano avvantaggiarsi della frattura USA-EU
  • La necessità di analizzare l’effetto spillover delle scelte tariffarie su crescita, inflazione e occupazione a livello globale