Il tasso di disoccupazione ai minimi storici, comunicato da Istat per gennaio, sembra annunciare una nuova era. Ma ciò che dovrebbe rassicurare, genera invece interrogativi pungenti: perché cresce il numero di lavoratori ma aumentano in parallelo disagio e precarietà? L'esperienza di questi anni svela un mercato del lavoro ricco di sfumature, dove il semplice aumento degli occupati non si traduce sempre in benessere sociale.
I dati ISTAT: disoccupazione e occupazione ai minimi storici
Gennaio 2026 segna un livello record per l'occupazione in Italia. Secondo le stime Istat, il numero di occupati raggiunge quota 24 milioni 181mila, evidenziando una crescita rispetto sia al mese che all'anno precedente. L'aumento degli occupati è distribuito tra dipendenti permanenti (16,455 milioni), dipendenti a termine (2,449 milioni) e autonomi (5,277 milioni).
Emerge una tendenza significativa: rispetto a gennaio 2025, l'incremento riguarda soprattutto i dipendenti permanenti (+71mila) e gli autonomi (+195mila), mentre si registra un calo dei dipendenti a termine (-196mila).
Il tasso di occupazione sale al 62,6% (+0,2 punti su base mensile), confermando il raggiungimento dei valori più alti delle serie storiche iniziate nel 2004. Nel dettaglio, il tasso di disoccupazione scende al 5,1% (-0,4 punti rispetto al mese precedente), attestandosi come il livello più basso mai registrato. Anche nei confronti del trimestre precedente, si registra una diminuzione delle persone in cerca di lavoro dell'8,4% (-125mila unità).
Il tasso di disoccupazione giovanile si attesta al 18,9% (-1,9 rispetto a dicembre). Si tratta di una diminuzione notevole, anche se il valore resta tra i più alti in Europa:
-
Disoccupazione generale: 5,1%
-
Disoccupazione giovanile: 18,9%
-
Occupazione: 62,6%
-
Occupati: 24,181 milioni
-
Dipendenti permanenti: 16,455 milioni
-
Dipendenti a termine: 2,449 milioni
-
Autonomi: 5,277 milioni
Le differenze di genere e di età restano significative: l'incremento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,3%, pari a 35mila persone) riflette la crescita tra le donne, mentre tra gli uomini tale quota è in diminuzione. L'occupazione femminile mostra segnali di tenuta, ma non ovunque si assiste a miglioramenti omogenei.
stat evidenzia come il numero di persone occupate a tempo indeterminato e di autonomi sia effettivamente in crescita, mentre il calo dei contratti a termine suggerisce un cambiamento nei modelli lavorativi e nelle scelte delle aziende.
Dietro ai numeri: l'aumento degli inattivi e le difficoltà
Sotto la superficie dei dati più brillanti emergono tendenze meno confortanti: cresce il numero degli inattivi, ovvero coloro che non lavorano e nemmeno cercano un impiego. A gennaio, l'Istat stima un aumento di 35mila unità tra i 15 e i 64 anni, raggiungendo un tasso di inattività del 33,9% (+0,1 punti). Questa evoluzione si compone di:
-
Aumento tra le donne
-
Lieve diminuzione tra gli uomini
Nei giovani è particolarmente
preoccupante: il numero degli inattivi sale tra i 15-24enni, dando forma a una generazione che si allontana dal mercato del lavoro non solo per scarsità di occasioni, ma anche per sfiducia e rassegnazione. Le statistiche giovanili richiedono una lettura attenta:
-
Il calo della disoccupazione giovanile è talvolta frutto di un denominatore più ristretto, dato dall'aumento degli scoraggiati che non si iscrivono ai Centri per l'Impiego e smettono di cercare attivamente
-
In molti casi, le offerte di occupazione disponibili sono percepite come non sufficientemente attrattive o stabili
La tendenza all'inattività si collega spesso a fattori psicologici e strutturali: la mancanza di fiducia nel futuro lavorativo, la percezione di essere esclusi dal tessuto produttivo e un sistema di formazione-professione che risponde poco alle richieste delle imprese aumentano il rischio di perdita di capitale umano. Il risultato è una
generazione di giovani che fatica a inserirsi stabilmente e un'eredità pesante per il sistema sociale ed economico.
Qualità del lavoro: in-work poverty e precariato
Il lavoro non garantisce più un'esistenza dignitosa per tanti italiani. Il fenomeno della in-work poverty (povertà lavorativa) cresce parallelamente agli alti tassi di occupazione. Secondo dati, sono oltre tre milioni le persone che, pur lavorando, vivono sotto la soglia di povertà. Le variabili coinvolte sono molteplici:
-
Incremento delle posizioni lavorative precise solo a livello contrattuale: cresce il numero dei dipendenti a tempo indeterminato, ma calano drasticamente i contratti a termine, molti dei quali si trasformano in lavoro autonomo non sempre genuino
-
Espansione dei lavori autonomi, spesso legati a finte partite IVA e freelance sottopagati
-
Alte percentuali di part-time involontario, spesso imposti dall'azienda
Le tensioni sono accentuate da salari reali sempre più bassi: dagli anni 2008 in avanti, secondo Eurostat, l'Italia è fra i pochi Paesi UE con stipendi in calo. L'inflazione, soprattutto sui beni essenziali, ha ulteriormente eroso il potere d'acquisto, vanificando l'effetto positivo dell'aumento occupazionale. Particolarmente colpiti sono i giovani:
-
Prevalenza di tirocini poco retribuiti, contratti a termine e collaborazioni occasionali
-
Difficoltà di accesso a percorsi di carriera e salari allineati ai titoli di studio
-
Aumento dell'emigrazione di laureati: ogni anno circa 30mila giovani lasciano l'Italia per cercare opportunità altrove
Il pericolo più insidioso riguarda il peggioramento strutturale della qualità dell'occupazione: più posti di lavoro, ma sempre meno stabili, meno retribuiti e con scarse garanzie. Un trend che alimenta disuguaglianze anche tra regioni e categorie sociali, acuendo la vulnerabilità di chi già si trova ai margini. L'assenza di un salario minimo legale e il proliferare di soluzioni contrattuali scatola vuota aggravano il quadro, rendendo la povertà lavorativa una contraddizione permanente dello scenario italiano.
Il sistema NASPI: funzionamento, critiche e riforma
La Nuova Assicurazione Sociale per l'Impiego (NASpI) rappresenta il principale sussidio di disoccupazione. I lavoratori che perdono involontariamente il lavoro ricevono un assegno mensile per un massimo di 24 mesi, con un importo che cala del 3% ogni mese a partire dal sesto.
Le questioni critiche emerse negli ultimi anni sono:
-
Il costo della Naspi grava pesantemente sulle imprese, specie nel comparto artigiano, che sostengono contributi fissi e ticket Naspi per ogni risoluzione di contratto
-
Il tempo medio di rientro effettivo nel mondo del lavoro si attesta attorno ai 12 mesi
-
Alcuni percettori, invece di ricollocarsi, fanno un uso improprio del beneficio (ad es. avviando false partite IVA)
Le proposte di riforma elaborate dalle associazioni di categoria sono:
-
Dimezzamento della durata massima dell'indennità da 24 a 12 mesi
-
Premialità economiche dedicate a chi si ricolloca rapidamente (entro 3 mesi)
-
Percorsi di riqualificazione professionale e matching tra domanda e offerta di lavoro con la collaborazione delle scuole professionali e i Centri Provinciali per l'Istruzione degli Adulti
L'obiettivo è combattere l'inerzia e contrastare i fenomeni di lavoro irregolare e parcheggio tra un impiego e l'altro. Si invocano inoltre maggiore trasparenza sulle condizionalità e l'obbligo di partecipazione attiva alle politiche pubbliche di ricollocamento.
La legge di bilancio per il 2025 ha già introdotto novità relative alle iscrizioni obbligatorie al SIISL e nuovi requisiti contributivi per chi si rioccupa dopo dimissioni volontarie.
Le esigenze reali delle imprese e la carenza di manodopera
Nonostante l'alto tasso di occupazione, le imprese lamentano forti difficoltà nel reperire personale qualificato. La ricerca dell'Ufficio Studi Confcommercio sottolinea la presenza di numerose posizioni scoperte soprattutto nel terziario di mercato:
-
Commercio, ristorazione e ospitalità: stimate 260.000 figure mancanti fra commessi, cuochi, camerieri e addetti ai servizi
-
Anche nel settore manifatturiero e nelle costruzioni, si riscontrano carenze tra operai specializzati e tecnici
Le cause di questa mismatch sono molteplici:
-
Sistema di formazione non sempre allineato alle esigenze delle aziende
-
Scarso orientamento verso i mestieri ritenuti meno attrattivi
-
Processi di selezione lunghi e poca visibilità delle opportunità reali
Gli strumenti a disposizione per superare questi ostacoli includono:
-
Maggiore coinvolgimento di CPIA e istituti scolastici professionali per favorire sinergie tra formazione e lavoro
-
Riqualificazione mirata dei disoccupati, sia italiani che stranieri regolari
-
Valorizzazione delle offerte occupazionali esistenti attraverso il sistema pubblico di intermediazione
Un rafforzamento delle politiche attive e una coraggiosa revisione dei percorsi di transizione scuola-lavoro rappresentano la chiave per rispondere in modo concreto alle reali necessità delle imprese e arginare il fenomeno della carenza di manodopera.
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni.
In modo particolar...