Lavorano entrambi, ma dopo la fine del contratto d’affitto una coppia di Spinea dorme in auto e si lava all’autogrill. Una storia che racconta l’emergenza abitativa italiana.
Hanno un lavoro ciascuno, uno stipendio che entra ogni mese e una vita che fino a poche settimane fa sembrava stabile. Eppure oggi una coppia con residenza a Spinea, in provincia di Venezia, trascorre le notti nell’abitacolo di un’auto e si prepara per andare in ufficio o in fabbrica lavandosi nei bagni di un autogrill. Non è la trama di un film sociale. È la cronaca di questo autunno, raccontata dalla stampa veneta, e racconta molto più di una disgrazia privata.
Il caso della famiglia di Spinea senza casa è diventato un simbolo perché smonta una convinzione molto diffusa: che chi lavora, in Italia, una casa se la possa permettere. Non è più così, e questa storia lo mostra con una chiarezza difficile da ignorare.
Secondo il racconto della donna, la famiglia è senza casa dal 10 settembre. Vivevano in un appartamento con un classico contratto di locazione 3+2, quello che garantisce tre anni di permanenza più due di rinnovo. L’accordo è però saltato perché la proprietaria ha ceduto l’immobile alla figlia, e per i due inquilini è scattata l’uscita dall’alloggio.
Il passaggio più duro è stato quello successivo. Nei primi giorni la coppia ha potuto contare sull’ospitalità di alcuni parenti, ma non poteva durare. La figlia minorenne è stata portata a vivere dalla sorella maggiore, mentre i genitori si sono sistemati in auto, praticamente da un giorno all’altro. Per conservare quello che avevano, hanno affittato due piccoli garage dove hanno stipato tutta la loro vita.
Oggi la routine è questa: pagano un parcheggio notturno nell’area dell’ospedale e dormono lì, poi vanno in autogrill per lavarsi prima di recarsi al lavoro. Anche l’ultima risorsa, il passaggio da un divano all’altro, ha dei limiti: non si può andare avanti ospiti di amici e conoscenti per sempre.
La donna ha spiegato di essersi rivolta ai servizi sociali del Comune di Spinea e di aver tentato tutte le strade prima di arrivare a questo punto. Dichiara anche una sofferenza che nessuna statistica può misurare: la figlia non vive più con loro, un dolore enorme. Avere un lavoro, dunque, non ha impedito di perdere insieme la casa e la quotidianità familiare.
Il dettaglio che rende questa vicenda così emblematica è la presenza di due redditi da lavoro eppure la difficoltà di arrivare a fine mese. La coppia, per come la racconta, non è finita in strada per un’improvvisa disoccupazione o per un’esistenza fuori dalle regole. Il problema è un altro: le spese quasi insostenibili, cresciute negli anni, tra casa, auto, scuola dei figli e arretrati indispensabili.
Quando è sfumata la soluzione abitativa che pensavano di poter reggere, hanno scoperto che i loro guadagni, sommati, non riuscivano più a garantire un tetto sopra la testa. La stessa donna ha raccontato che non si aspettavano di trovarsi in una condizione simile a cinquant’anni e con una bambina che ora viene spostata di casa in casa.
È la fotografia dei cosiddetti working poor, i lavoratori poveri: persone con un contratto, una busta paga, magari un’auto e una famiglia, che però non hanno più margine. Basta un imprevisto, come la fine di un affitto, per far crollare un equilibrio costruito in vent’anni.
La vicenda di Spinea si inserisce nell’area di Mestre e Venezia, uno dei territori italiani in cui la pressione sul mercato immobiliare è più forte. Come ha riportato la stampa locale, l’impennata dei canoni di affitto e il numero crescente di case destinate solo a turisti o studenti hanno ristretto le opzioni di chi cerca un alloggio ordinario.
Questo fenomeno non riguarda solo il Veneto. In molte città italiane accade la stessa cosa:
Il caso di Spinea ha un valore simbolico anche per l’età dei protagonisti. A cinquant’anni in Italia, ricominciare è più difficile: i risparmi sono spesso impegnati nella crescita dei figli, la mobilità professionale è ridotta, le reti di sostegno sono limitate. Non si ha più la libertà di un ventenne che può condividere un appartamento, né le tutele di chi è ormai in pensione.
C’è poi una conseguenza che pesa più di tutte: la separazione dai figli. La scelta di affidare la figlia minorenne alla sorella maggiore è una scelta d’amore e di protezione, ma anche una ferita. Una famiglia dovrebbe poter stare insieme sotto lo stesso tetto, e quando questo diventa impossibile significa che la crisi abitativa ha già superato la soglia dell’economia per diventare un problema di coesione sociale.
C’è infine un tema di dignità. Lavarsi in un bagno pubblico prima di presentarsi in azienda, nascondere ai colleghi dove si dorme la notte, pagare un parcheggio solo per avere un posto sicuro dove sdraiarsi: sono dettagli che raccontano la fatica quotidiana di mantenere una vita normale in condizioni che normali non sono.
Sarebbe riduttivo liberare la questione liquidandola come un caso isolato. La famiglia di Spinea è lo specchio di un’Italia in cui si sovrappongono più fragilità, che oggi sono soprattutto:
Il caso della famiglia di Spinea non è una notizia da leggere e dimenticare. È un campanello d’allarme che riguarda un numero crescente di persone: quelle che oggi hanno ancora una casa, ma che sanno di non potersi permettere di perderla.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...