Frutta e verdura si fanno più rare e costose nei supermercati: caldo, siccità e grandine colpiscono i raccolti, mentre importazioni e rincari lungo la filiera pesano sulla spesa delle famiglie.
In alcuni supermercati italiani arrivano soltanto cinquanta colli di verdure ogni cento ordinati, mentre i cartelli avvertono di una disponibilità temporaneamente ridotta per motivi climatici. Le referenze più esposte sono insalate, pomodori, melanzane, peperoni, zucchine e altre orticole. Il problema, però, non si vede soltanto nello spazio lasciato vuoto sugli scaffali: riguarda la quantità di prodotto che riesce a passare attraverso tutta la filiera e ad arrivare al punto vendita. Il primo effetto è un assortimento più ristretto, accompagnato da prezzi più alti per alcune verdure. Le famiglie se ne accorgono già facendo la spesa.
Le segnalazioni provengono da più zone d’Italia. L’intensità del problema cambia in base all’area produttiva, alla catena distributiva e alla singola verdura.
Le insalate in busta e gli ortaggi pronti al consumo, cioè quelli appartenenti ai comparti della cosiddetta quarta e quinta gamma, sono tra i prodotti più difficili da trovare. Per alcune lavorazioni, nel 2026 la materia prima disponibile si è ridotta fino al 30-40%. Nei raccolti più danneggiati, la selezione ha prodotto scarti compresi tra il 10 e il 20%.
Nei reparti freschi vengono segnalati anche pomodori, lattughe, cicorie, indivie, spinaci, valeriana, rucola e cavoli. A determinare ciò che il cliente trova in negozio non è quindi soltanto la quantità raccolta. Conta anche la parte del raccolto che conserva caratteristiche adeguate alla vendita, soprattutto quando deve essere lavata, tagliata o confezionata.
Non emerge una scomparsa generalizzata di frutta e verdura. Il quadro indica piuttosto forniture discontinue e meno varietà, con differenze anche marcate tra un punto vendita e l’altro.
I prezzi registrati in alcuni contesti mostrano quanto l’offerta sia sotto pressione. I pomodori sono arrivati a 5 euro al chilogrammo e l’insalata a 4 euro; le melanzane hanno segnato aumenti superiori al 40%. Per i pomodori importati dall’Olanda è stato prospettato un costo di circa 4 euro al chilogrammo per i grossisti e di 7-8 euro al dettaglio. Quel riferimento descrive però uno scenario legato al ricorso all’importazione, non un prezzo uniforme valido in tutta Italia.
La difficoltà comincia nei campi. Le temperature elevate hanno rallentato la crescita di alcune colture, mentre per altre hanno accelerato la maturazione e reso più rapido il deterioramento. Quando il prodotto matura troppo presto o si rovina in tempi brevi, la raccolta e la distribuzione diventano più complicate.
La siccità e la disponibilità irregolare di acqua hanno aumentato la pressione sulle aziende agricole, già costrette a sostenere spese più alte per l’irrigazione. Poi sono arrivati vento, temporali, nubifragi e grandinate. Piante e frutti danneggiati hanno reso meno regolari i conferimenti destinati alla distribuzione.
Coldiretti, l’organizzazione che rappresenta gli imprenditori agricoli, ha stimato nel 2026 danni superiori a 3 miliardi di euro per l’agricoltura italiana. La cifra comprende gli effetti combinati di caldo estremo, siccità, incendi e grandine. Nelle aree più colpite le perdite dei raccolti possono arrivare all’80%; per alcune produzioni ortofrutticole del Lazio è stato indicato un calo delle rese fino al 20%.
Il problema riguarda anche colture diverse dall’ortofrutta. Mais, riso, seminativi e foraggi hanno subito danni. Le imprese devono poi fare i conti con rincari per energia, imballaggi, trasporti e difesa delle colture. Confagricoltura ha richiamato l’attenzione sulla disponibilità limitata dei prodotti fitosanitari: in alcuni casi questo può obbligare le aziende a ricorrere a soluzioni più costose o a lasciare i terreni fermi per determinati periodi.
Le produzioni per la quarta e quinta gamma hanno esigenze precise. La materia prima deve essere uniforme, sana e adatta alla lavorazione. Un raccolto parzialmente danneggiato, quindi, non può essere utilizzato nella stessa misura di uno destinato alla vendita sfusa.
Le colture fuori serra impiegano in genere tra 35 e 55 giorni per arrivare alla crescita necessaria. Se il danno avviene durante il ciclo, non è possibile compensarlo subito con un nuovo raccolto. Le criticità cominciate a luglio 2026 sono così entrate nella fase più delicata a settembre e, per alcune referenze, la scarsità può proseguire per tutto settembre.
Il presidente del gruppo ortofrutticoli di quarta e quinta gamma di Unione Italiana Food ha descritto una situazione che non appare più soltanto stagionale. La filiera sta cercando di distribuire meglio gli approvvigionamenti, adeguare l’offerta alle quantità effettivamente disponibili e organizzare i trasporti nel modo più efficiente possibile.
Quando però la materia prima manca nei campi, il problema risale tutta la catena. Trasformatori, piattaforme logistiche e supermercati ricevono meno prodotto, anche se le loro attività procedono regolarmente.
La riduzione riguarda l’ortaggio venduto sfuso e quello lavato, tagliato e confezionato. Per i prodotti lavorati gli scarti possono crescere ulteriormente, perché una quota maggiore del raccolto non supera i criteri di qualità richiesti. Per questo due negozi possono presentare livelli diversi di disponibilità: uno scaffale può essere quasi vuoto, mentre un altro conserva ancora una parte dell’assortimento.
Quando la produzione italiana non è sufficiente, distributori e grossisti possono cercare merci all’estero. L’importazione consente di evitare l’interruzione completa delle forniture, ma aggiunge costi di acquisto, trasporto e gestione che possono riflettersi sul prezzo pagato dal consumatore.
Il caso dei pomodori olandesi chiarisce il meccanismo. I circa 4 euro al chilogrammo indicati per i grossisti e i 7-8 euro ipotizzati al dettaglio appartengono a quello specifico scenario. Non rappresentano il prezzo applicato a ogni pomodoro venduto in Italia.
La logistica pesa soprattutto nelle aree che dipendono da collegamenti più costosi. In Sardegna, per esempio, una parte significativa delle merci raggiunge i punti vendita via mare. L’aumento del gasolio incide sui viaggi dei camion e delle navi; le tensioni sul petrolio e il costo dell’energia si aggiungono alle spese sostenute in campagna per irrigazione, refrigerazione, confezionamento e movimentazione.
Un prezzo agricolo più elevato non equivale automaticamente a maggiori margini. Se le rese diminuiscono e gli scarti aumentano, il risultato economico delle aziende può peggiorare anche quando il prodotto viene venduto a un prezzo superiore.
La distribuzione prova a contenere le oscillazioni cercando fornitori alternativi, modificando le promozioni e cambiando la composizione dell’assortimento. Ecco perché una verdura può mancare in un supermercato e comparire in un altro. Lo stesso prodotto può avere valori diversi tra supermercati, mercati rionali e aree differenti del Paese.
Le indicazioni degli operatori non descrivono un’emergenza identica in tutta Italia. Segnalano però un rischio concreto per le prossime settimane.
La durata dipenderà dal ritorno di condizioni meteorologiche più favorevoli, dalla quantità d’acqua disponibile e dalla capacità delle colture autunnali di recuperare. Un altro elemento sarà la possibilità di sostituire rapidamente le forniture nazionali con prodotti esteri.
Il quadro si aggraverebbe se caldo, piogge intense o nuove grandinate colpissero nello stesso periodo più aree produttive. Le colture fuori serra hanno cicli di 35-55 giorni e, di conseguenza, tempi di recupero che non si misurano in pochi giorni. Un miglioramento del clima, insieme a una programmazione più coordinata degli ordini, può invece limitare la durata dei vuoti.
Nel breve periodo, il consumatore deve mettere in conto una combinazione variabile di meno scelta, prezzi instabili e sostituzioni. L’insalata in busta può lasciare spazio ad altre tipologie di ortaggi. Per i pomodori si può ricorrere a origini differenti e il prezzo tende a salire quando il prodotto nazionale non basta.
La frutta non segue necessariamente lo stesso andamento. In alcuni mercati esteri, per esempio, un’offerta abbondante unita a una domanda debole ha fatto diminuire i prezzi di diversi frutti. Nei supermercati, invece, i consumi sono rimasti relativamente stabili.
Le famiglie possono limitare l’impatto sulla spesa confrontando più punti vendita, acquistando quantità adeguate e scegliendo ortaggi stagionali o disponibili in maggiore quantità. La sostituzione conviene soprattutto quando il prodotto alternativo ha un’offerta più regolare e costi di distribuzione inferiori.
Rincari e disponibilità restano comunque variabili tra zone e supermercati. Per questo è utile controllare sia la provenienza sia il prezzo, senza considerare le testimonianze individuali come una media nazionale.
Se caldo, siccità e fenomeni estremi continueranno a colpire i raccolti, la pressione potrebbe prolungarsi oltre il singolo episodio locale. Nel breve periodo, il segnale più concreto per i consumatori resta la combinazione di meno scelta, prezzi instabili e possibili sostituzioni.
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...