A stringere la cinghia, come si suol dire, sono tutti i cittadini italiani, da giovani a coppie, a pensionati, ma in modo diverso. Le strategie di risparmio cambiano, infatti, sensibilmente a seconda della fase della vita. Cosa raccontano i recenti dati Istat.
Il carrello è sempre più leggero e il portafoglio sempre più attento. La spesa delle famiglie era quasi ferma nel 2025, e dietro questa apparente stabilità si nasconde una realtà fatta di rinunce, scelte ponderate e differenze territoriali che continuano ad ampliarsi. Giovani alle prese con affitti e stipendi incerti, coppie che devono bilanciare mutuo e figli, pensionati con assegni erosi dall’inflazione: ognuno, a modo suo, sta rivedendo le proprie priorità. Vediamo cosa dicono i dati e dove si taglia davvero per far quadrare i conti di casa.
Partiamo dal quadro generale. Stando ai recenti dati Istat, nel 2025 la spesa media mensile per consumi delle famiglie è pari, in valori correnti, a 2.782 euro. Si tratta di un valore sostanzialmente stabile rispetto al 2024, quando era risultata pari a 2.755 euro.
Una differenza di appena 27 euro al mese, che a prima vista potrebbe far pensare a una situazione di equilibrio. In realtà, il dato va letto con cautela. Si tratta infatti di valori correnti, cioè non depurati dall’effetto dei prezzi: se il costo della vita cresce, anche una spesa nominale invariata o in lieve aumento può tradursi in un potere d’acquisto reale più basso. In altre parole, spendere la stessa cifra non significa necessariamente acquistare gli stessi beni e servizi.
La stabilità della spesa, dunque, racconta più una fase di assestamento e prudenza che una vera ripresa dei consumi. Le famiglie hanno consolidato abitudini di spesa più caute, spesso orientate alle sole necessità.
Il primo capitolo dove le difficoltà economiche e il risparmio si fa sentire è quello dei beni di prima necessità e dell’abbigliamento. Secondo i dati, il 43,8% delle famiglie dichiara di aver limitato le spese per cibo e vestiti, contro il 47,5% registrato l’anno precedente.
Il calo della percentuale è un segnale positivo, ma non basta a parlare di inversione di tendenza: quasi una famiglia su due continua a ridurre la spesa alimentare e per l’abbigliamento. Il fenomeno si traduce in comportamenti ormai molto diffusi:
Il quadro si completa guardando alle voci di spesa su cui le famiglie hanno modificato i propri comportamenti rispetto al 2024. L’indicatore da osservare è la quota di famiglie che dichiara di non aver cambiato abitudini: quando scende, significa che più nuclei hanno dovuto adattarsi, spesso al ribasso.
Sanità: la rinuncia più delicata
La quota di famiglie che non ha modificato le proprie abitudini di acquisto per la sanità scende dal 78,6% al 74,6%. È un dato che merita attenzione perché riguarda un ambito in cui il taglio può avere conseguenze sulla salute. Visite specialistiche rimandate, esami privati evitati, farmaci non essenziali acquistati con più parsimonia: sono scelte che pesano soprattutto sui pensionati e sulle famiglie con persone fragili, già alle prese con liste d’attesa lunghe nel servizio pubblico.
Cura e igiene personale
Anche per la cura e l’igiene personale la quota di chi non cambia comportamento diminuisce dal 63,3% al 61,8%. La contrazione è più contenuta, ma indica una tendenza a ridimensionare spese considerate comprimibili, come cosmetici, trattamenti estetici e prodotti non indispensabili.
Carburanti: l’auto costa sempre di più
Si riduce anche la quota di famiglie che non cambia comportamento per i carburanti, dal 71,4% al 68,2%. Molti nuclei hanno quindi ridotto gli spostamenti in auto, ottimizzato i tragitti, scelto i mezzi pubblici o rinunciato a gite e uscite non indispensabili. Per chi vive in zone con scarsi collegamenti, però, le alternative sono poche e il costo del pieno resta una voce difficile da comprimere.
Viaggi e tempo libero
Infine i viaggi: la quota di chi non ha cambiato abitudini passa dal 56,2% al 54,9%. La vacanza resta una delle prime voci su cui si interviene: meno giorni, mete più vicine, prenotazioni last minute o rinuncia totale. È il segno di come il turismo, per molte famiglie, sia ancora considerato un lusso da sacrificare quando i conti non tornano.
I dati Istat descrivono un fenomeno generale, ciò significa che a stringere la cinghia, come si suol dire, sono tutti i cittadini italiani, da giovani a coppie, a pensionati, ma in modo diverso. Le strategie di risparmio cambiano, infatti, sensibilmente a seconda della fase della vita.
I giovani si trovano spesso a gestire redditi più bassi e contratti precari, con l’affitto che assorbe una fetta importante del budget. Per loro i tagli si concentrano su svago, viaggi, abbigliamento e ristorazione fuori casa, mentre cresce l’attenzione a abbonamenti, servizi digitali e acquisti usati. Rinviare l’autonomia abitativa o restare più a lungo in famiglia resta una delle risposte più diffuse.
Le coppie, in particolare quelle con figli, devono far convivere mutuo o affitto, bollette, scuola e spesa alimentare. Qui la parola d’ordine è pianificazione: si riducono le spese discrezionali, si rimandano i grandi acquisti, si confrontano con più attenzione le offerte di luce e gas e si rinuncia a vacanze lunghe o costose. Spesso la sanità privata viene sacrificata, con il rischio di rimandare controlli importanti.
I pensionati, infine, vivono con redditi fissi che l’inflazione rende meno incisivi. Per molti il taglio riguarda abbigliamento, cura della persona e tempo libero, ma anche spese sanitarie non coperte dal servizio pubblico. Sono tra i più esposti al rincaro di cibo ed energia, voci che difficilmente si possono ridurre oltre un certo limite.
Uno degli aspetti più rilevanti dell’indagine riguarda le disuguaglianze territoriali. I numeri parlano chiaro: le famiglie del Nord-est spendono in media 871 euro in più rispetto a quelle del Sud, pari al 39,3% in più. Il confronto con le Isole è altrettanto netto: 749 euro in più al mese, ovvero il 32,0% in più.
Il dato più preoccupante è la tendenza: il gap aumenta rispetto al 2024, quando la distanza dal Nord-est era pari al 37,9% per il Sud e al 30,6% per le Isole. Il divario, quindi, non solo resta ampio, ma si allarga.
Le ragioni sono molteplici: differenze nei livelli di reddito, tassi di occupazione più bassi, minore disponibilità di servizi e un mercato del lavoro meno dinamico. Il risultato è che nel Mezzogiorno e nelle Isole la spesa riesce a coprire soprattutto i bisogni essenziali, lasciando poco spazio a consumi culturali, ricreativi e di qualità.
In un contesto di spesa ferma e prezzi ancora elevati, alcune strategie possono aiutare a gestire meglio il budget familiare:
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...