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Gli infermieri sono spesso degli eroi nonostante gli stipendi: la storia di Mariuccia in Piemonte

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Tre volte a settimana Mariuccia, infermiera di Omegna, sale a Sambughetto e prosegue a piedi per curare gli anziani. Una storia che racconta il valore ma anche i bassi stipendi degli infermieri.

Ci sono professioni che si raccontano da sole, ma che troppo spesso restano nell’ombra. Quella dell’infermiere è una di queste. Si parla di loro nei momenti di emergenza, si applaudono dai balconi quando il pericolo è alto, poi si dimentica in fretta quanto lavoro, quanta fatica e quanta dedizione ci siano dietro ogni turno. La storia di Mariuccia è un esempio perfetto di cosa significhi essere un infermiere oggi in Italia: un mestiere fatto di passione, spirito di sacrificio e, purtroppo, di compensi che non rendono giustizia all’impegno richiesto.

Dove si trova Omegna e perché la sua storia parte da qui

Omegna è una cittadina di circa quindicimila abitanti affacciata sulla punta settentrionale del Lago d’Orta, in Piemonte, nella provincia del Verbano Cusio Ossola. È un centro vivace, con un lungolago curato, una forte tradizione industriale legata ai casalinghi e un ospedale di riferimento per tutto il territorio. Da qui, tra le case e le strade del centro, comincia la giornata di Mariuccia, infermiera che ha scelto di mettere la propria professionalità al servizio di chi, spesso, non può permettersi di spostarsi per ricevere assistenza.

Alle spalle di Omegna si apre infatti la Valle Strona, una delle vallate più suggestive e meno conosciute dell’Alto Piemonte. È una terra di boschi fitti, torrenti, piccole frazioni aggrappate ai pendii e antiche borgate, dove la vita scorre lenta ma dove i servizi, per ovvie ragioni geografiche, non sono mai scontati. Qui l’invecchiamento della popolazione è un dato di fatto: molte persone anziane vivono ancora nelle loro case, spesso sole, spesso lontane dai centri maggiori.

Tre volte a settimana, da Omegna a Sambughetto

Tre volte a settimana Mariuccia sale in auto e lascia Omegna per addentrarsi nella Valle Strona. La destinazione è Sambughetto, frazione di Valstrona, un piccolo nucleo di montagna dove la strada carrozzabile arriva fino a un certo punto. Percorre i tornanti, costeggia il torrente, attraversa paesaggi che per un turista sarebbero una cartolina, ma che per lei sono semplicemente il tragitto di lavoro.

Quando l’auto non può più proseguire, comincia la parte che rende la sua storia davvero speciale. Mariuccia parcheggia, prende la borsa con il materiale sanitario e inizia la camminata verso la borgata. Sentieri, mulattiere, salite che mettono a dura prova anche chi è allenato, con il caldo dell’estate, il fango dell’autunno, il freddo e talvolta la neve dell’inverno. Nessuna di queste difficoltà le ha mai fatto cambiare idea. Dall’altra parte del sentiero c’è qualcuno che l’aspetta.

Ad attenderla ci sono anziani che vivono in case isolate, spesso lontane da qualsiasi servizio. Per loro la visita dell’infermiera non è una semplice prestazione sanitaria. È il medicamento, la terapia, il controllo della pressione, l’iniezione, la verifica che tutto proceda bene. Ma è anche una voce amica, un sorriso, qualche minuto di conversazione in giornate che altrimenti sarebbero silenziose.

L’assistenza domiciliare è uno dei pilastri più importanti della sanità territoriale, soprattutto nelle aree montane e interne. Permette alle persone fragili di restare nelle proprie case, evita ricoveri inutili, riduce il peso sugli ospedali e garantisce una qualità della vita più alta. Dietro questo servizio, però, ci sono persone in carne e ossa che macinano chilometri, affrontano condizioni difficili e lo fanno con una dedizione che nessun tariffario potrebbe davvero misurare.

Il lavoro dell’infermiere oggi: molto più di una professione

Per capire fino in fondo il valore di storie come quella di Mariuccia bisogna guardare a cosa fa realmente un infermiere. Non si limita a somministrare farmaci o eseguire medicazioni. Valuta le condizioni del paziente, monitora i parametri vitali, individua i segnali di un peggioramento prima che diventi un’emergenza, coordina l’assistenza, educa i familiari, gestisce situazioni complesse e, nel caso dell’assistenza territoriale, lavora spesso in totale autonomia, lontano da colleghi e strutture.

È una professione che richiede un percorso universitario, aggiornamento continuo, competenze cliniche elevate e una grande capacità di tenuta emotiva. Ogni giorno gli infermieri si confrontano con la sofferenza, la fragilità, talvolta la perdita. Eppure, nonostante tutto, tornano al lavoro il giorno dopo.

Chi fa questo mestiere conosce bene la realtà dei turni di lavoro: mattine presto, notti, weekend, festivi, reperibilità. Spesso si lavora in carenza di organico, con carichi che crescono mentre le risorse restano ferme. La carenza di infermieri è un tema noto in tutta Italia: le stime delle associazioni di categoria parlano di decine di migliaia di professionisti mancanti rispetto al fabbisogno reale, e il problema si fa sentire ancora di più nelle zone periferiche e montane, dove attrarre personale è più difficile.

In questo contesto, ogni infermiere finisce per fare più del dovuto. Si fanno straordinari, si rinunciano a giorni di riposo, si rientra quando manca un collega. Il peso fisico e mentale è enorme e il rischio di burnout è una realtà documentata. Nel caso dell’assistenza a domicilio in montagna, a tutto questo si aggiungono i chilometri, il tempo di spostamento e la fatica fisica di raggiungere luoghi a cui non si arriva in auto.

Stipendi infermieri: perché guadagnano poco rispetto a quanto dovrebbero

E qui arriva il tasto più dolente. Nonostante responsabilità cliniche importanti, formazione di livello universitario e un impegno quotidiano che non ammette distrazioni, lo stipendio degli infermieri in Italia resta tra i più bassi nel confronto con molti altri Paesi europei. Con il contratto collettivo nazionale della sanità, un infermiere a inizio carriera si colloca in genere attorno ai 1.400 o 1.500 euro netti al mese, con variazioni legate a indennità, turni notturni e festivi, anzianità e tipo di struttura. Con il passare degli anni gli aumenti sono contenuti, e chi lavora nel settore sa bene che la progressione economica è lenta.

Se si considera che si tratta di una professione che comporta responsabilità legali, decisioni rapide, turni notturni, esposizione a rischi biologici e carichi emotivi pesanti, è evidente come il compenso non sia proporzionato. Il confronto con altri Paesi europei, dove gli infermieri ricevono retribuzioni sensibilmente più alte e un maggiore riconoscimento sociale, spiega in parte anche il fenomeno della fuga all’estero di molti professionisti italiani, attratti da stipendi migliori e condizioni di lavoro più sostenibili.

Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: si chiede agli infermieri di coprire sempre più funzioni, di assumersi più competenze, di reggere un sistema sanitario in affanno, ma il riconoscimento economico non cresce nella stessa misura. Il risultato è una professione che fatica ad attrarre nuove leve e che rischia di perdere, anno dopo anno, i suoi professionisti migliori.

Perché Mariuccia continua: la forza della passione

Eppure, nonostante tutto questo, ci sono persone come Mariuccia. Persone per cui questo non è semplicemente un impiego, ma una scelta di vita. Quando percorre il sentiero verso la borgata, non lo fa perché il contratto glielo impone nei minimi dettagli, né perché la retribuzione compensi la fatica. Lo fa perché sa che dall’altra parte c’è una persona che ha bisogno di lei, e perché crede nel valore di ciò che fa.

È questa la vera natura dell’eroismo quotidiano degli infermieri: non gesti eclatanti, ma costanza. Presentarsi ogni volta, con qualsiasi tempo, con la stessa attenzione e la stessa gentilezza. Salire un sentiero a piedi per fare un prelievo, cambiare una medicazione, controllare una terapia. Piccole azioni che, sommate, tengono in piedi il tessuto sociale e sanitario di intere comunità.

Cosa serve davvero: riconoscimento, non solo applausi

Raccontare storie come questa è importante, ma non basta. Gli infermieri non hanno bisogno soltanto di parole di ammirazione. Servono contratti più equi, stipendi adeguati, un riconoscimento economico della specializzazione e delle responsabilità, incentivi per chi lavora in zone disagiate e un piano serio per ridurre la carenza di organico. Servono condizioni che permettano a chi sceglie questa professione di viverla con serenità, senza dover scegliere tra la propria vocazione e la propria sostenibilità economica.

Valorizzare gli infermieri significa anche garantire un futuro alla sanità pubblica. Se la professione diventa sempre meno attrattiva, a pagarne il prezzo saranno tutti i cittadini, a partire dai più fragili: proprio quegli anziani che Mariuccia raggiunge, passo dopo passo, tre volte a settimana.

 




Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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