Nella basilica di San Lorenzo in Lucina alcuni angeli restaurati mostrano i volti di Meloni e Conte, generando sorpresa, dibattito politico e interrogativi sul patrimonio artistico.
Suscita clamore e sorpresa un evento che intreccia arte, attualità e dibattito pubblico: durante il restauro della basilica di San Lorenzo in Lucina, a Roma, un angelo raffigurato in una cappella appare con tratti sorprendentemente simili a quelli di Giorgia Meloni.
Nei giorni successivi emerge, tra ironia e sospetti, anche la possibile presenza, tra i cherubini, di fisionomie riconducibili a Giuseppe Conte. Questa inattesa somiglianza ha scatenato reazioni tra istituzioni, fedeli e politici, alimentando discussioni sulla rappresentazione del contemporaneo nell'arte sacra e sulle pratiche di tutela del patrimonio.
Il caso esplode quando giornalisti e visitatori notano che uno degli angeli dipinti nella cappella dedicata a Umberto II di Savoia, nella basilica di San Lorenzo in Lucina, mostra sembianze che molti ritengono affine al volto della presidente del Consiglio. L'opera, collocata accanto al busto marmoreo dell'ultimo re d'Italia, raffigura un angelo alato che regge una pergamena con l'Italia stilizzata. La scoperta viene diffusa dai media, generando rapidamente un acceso dibattito.
La responsabilità dell'intervento è attribuita a Bruno Valentinetti, ottantatreenne, noto tra i fedeli come restauratore autodidatta e sacrestano, autore già di precedenti lavori nella stessa basilica. Accesa da queste rivelazioni, la discussione si intensifica quando Valentinetti, interpellato dalla stampa, nega un intento volontario di ritrarre persone viventi, ricordando che il restauro consiste nel riprendere le linee originali già presenti da venticinque anni. A sua detta, tutta la vicenda ruoterebbe attorno ad una casualità di lineamenti, sebbene il confronto tra il prima e il dopo suggerisca una trasformazione evidente.
Accanto a questa figura, inizia anche a circolare la tesi che un secondo angelo, restaurato durante lo stesso intervento, possa recare tratti similari a Giuseppe Conte, alimentando curiosità e interpretazioni soggettive. L'evento esce rapidamente dai confini artistici, coinvolgendo le istituzioni religiose e il pubblico nazionale, e favorendo un dibattito sulle modalità di affidamento e controllo degli interventi di restauro in luoghi di culto tanto rilevanti.
Bruno Valentinetti, autore del restauro, si presenta pubblico e stampa come decoratore volontario con lunga esperienza nella basilica e trascorsi professionali anche presso importanti residenze private. Interpellato per le presunte somiglianze tra l'angelo e i personaggi pubblici, nega ogni intenzione ritrattistica: Ho semplicemente ricalcato le tracce del dipinto precedente. L'artigiano sottolinea che i restauri sono consistiti nel ripristino di forme già esistenti, a suo dire realizzate venticinque anni addietro da lui stesso.
Valentinetti si difende da ogni accusa di personalizzazione o propaganda, insistendo che ognuno ci vede ciò che vuole vedere. Nei dialoghi con i cronisti emerge uno stile tra il faceto e l'ironico: Se mi sono ispirato a persone viventi? No, sono tutti morti. Tra il serio e il sarcastico, insinua anche alternative per la fisionomia del secondo angelo, alludendo prima a Giuseppe Conte, poi a una conoscenza personale.
Le dichiarazioni del restauratore attirano l'attenzione sia per la leggerezza e l'autoironia con cui tratta il caso, sia per la sua posizione di confine tra tradizione artigianale locale e procedure istituzionali nel restauro. La vicenda suggerisce quanto sia sottile il limite tra casualità iconografica e interpretazione pubblica.
L'arrivo delle prime notizie genera sconcerto e sorpresa negli ambienti della diocesi di Roma. Fonti interne dichiarano di non essere mai state informate di modifiche tali e di non sapere nulla del coinvolgimento del restauratore. Non conoscevamo la vicenda e stiamo cercando di indagare, spiegano alcune voci del vicariato, sottolineando che una situazione simile non avrebbe precedenti noti.
Il rettore della basilica, monsignor Daniele Micheletti, dopo aver preso atto della notizia dalla stampa, ammette la somiglianza con la figura pubblica ma puntualizza: Avevo chiesto di restaurare la cappella esattamente com'era. Sottolinea inoltre come, nella storia dell'arte sacra, non sia raro trovare ritratti di laici, anche se la prassi non riguarda solitamente volti di politici contemporanei.
L'imbarazzo deriva anche dal timore che l'episodio possa offuscare il decoro e la neutralità che la chiesa e la diocesi intendono mantenere rispetto alle vicende politiche e alle attualizzazioni visive operate su patrimoni di rilevanza collettiva.
L'episodio, ben presto, diviene terreno di scontro politico. Esponenti di diversi schieramenti si pronunciano con toni opposti e contrastanti:
La questione travalica il singolo evento, diventando simbolo di una polarizzazione politica che si riflette sulle modalità di gestione e interpretazione del patrimonio storico-artistico, in un clima in cui ogni azione pubblica è soggetta a letture contrapposte.
La polemica mette in luce tematiche normative precise: le operazioni di restauro su beni tutelati dalla legge italiana devono avvenire nel rispetto del Codice dei beni culturali e del paesaggio (D. Lgs. 42/2004), che prevede il divieto di modifiche arbitrarie e personalizzazioni non fondate su criteri scientifici. Gli interventi dovrebbero inoltre essere supervisionati da enti competenti, come le Soprintendenze.
Nel caso di San Lorenzo in Lucina, numerosi osservatori si interrogano su:
L'uso di fisionomie contemporanee nell'arte sacra non rappresenta un fatto nuovo nella storia dell'iconografia religiosa. Dal Rinascimento in poi, molte chiese italiane hanno accolto ritratti di committenti, notabili o esponenti del clero e della società del tempo: un modo sia per lasciare memoria collettiva di famiglie o benefattori, sia per celebrare la comunità locale.
Casi emblematici includono:
L'attenzione istituzionale si è tradotta in sopralluoghi tecnici disposti dalla Soprintendenza Speciale di Roma, su indicazione del Ministro della Cultura. L'obiettivo dichiarato è verificare la regolarità degli interventi compiuti e accertare se vi siano state violazioni delle norme di tutela. Gli esiti delle verifiche sono attualmente attesi, con ipotesi differenti: