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I soldi degli italiani crescono solo sulla carta: chi ha vinto e perso tra ricchi, ceto medio e poveri negli ultimi 15 anni

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di Dott. Luca Rossoni pubblicato il

La ricchezza degli italiani cresce solo sulla carta: +23,8% nominale ma -2,2% reale in 15 anni. A guadagnare davvero è stato solo il 10% più ricco, mentre il ceto medio ha perso di più.

A dicembre 2025, ultimo dato disponibile, la ricchezza netta degli italiani aveva toccato quota 11.339 miliardi di euro, secondo la stima pubblicata dalla Banca d'Italia nel suo report sui conti distributivi della ricchezza delle famiglie. Un numero che, letto da solo, racconta una storia di crescita e benessere. Ma dietro quella cifra si nasconde una realtà molto più complessa, fatta di disuguaglianze crescenti e di un potere d'acquisto che, per gran parte delle famiglie, si è addirittura ridotto.

La ricchezza netta, va precisato, rappresenta il valore complessivo di tutto ciò che le famiglie possiedono, al netto dei debiti: dagli immobili ai depositi bancari, dai titoli di Stato alle azioni quotate, fino alle quote di fondi comuni di investimento. È quindi un indicatore molto più completo del semplice reddito, perché fotografa l'accumulo patrimoniale costruito nel tempo, non solo il flusso di denaro guadagnato in un determinato periodo.

Una ricchezza che cresce solo sulla carta

La serie storica dei dati sulla ricchezza degli italiani è disponibile dal quarto trimestre 2010, quando il patrimonio netto complessivo era stimato in 8.932 miliardi di euro. Confrontando le medie annue del periodo 2011-2025, emerge che in quindici anni la ricchezza netta degli italiani, a valori correnti, è cresciuta di oltre un quarto, con un incremento del 23,8%.

Un dato che sembrerebbe positivo, se non fosse per un dettaglio fondamentale: quella crescita è quasi interamente nominale. In termini reali, cioè calcolando l'effettivo potere d'acquisto, le famiglie italiane si sono in realtà impoverite del 2,2%. L'inflazione accumulata negli anni ha eroso gran parte dell'incremento del valore degli asset posseduti dalle famiglie, vanificando quello che sulla carta sembrava un aumento consistente del benessere collettivo.

La forbice tra ricchi e poveri si allarga

Se la ricchezza complessiva del Paese cresce poco o nulla in termini reali, ancora più significativo è capire come questa ricchezza, per quanto stagnante, si sia distribuita tra le diverse fasce della popolazione. E qui i dati Bankitalia raccontano una storia di divario crescente.

Nel 2011 la metà meno abbiente delle famiglie italiane, ovvero i primi cinque decili di reddito, possedeva l'8,4% della ricchezza nazionale complessiva. Nel 2025 questa quota si è ridotta al 7,3%. Nello stesso periodo, il 10% delle famiglie più benestanti, ovvero il decimo decile, ha visto crescere la propria quota di ben otto punti percentuali, arrivando a possedere circa il 60% dell'intera ricchezza netta nazionale.

Per dare un'idea della portata di questo squilibrio, basta guardare al rapporto tra le due fasce: nel 2011 il patrimonio del decile più ricco era 6,2 volte superiore a quello complessivo dei primi cinque decili messi insieme. Nel 2025, quindici anni dopo, questo rapporto è salito a 8,2 volte. Un incremento significativo della disuguaglianza patrimoniale, che si è consumato in un arco di tempo relativamente breve.

Chi ha davvero pagato il conto dell'inflazione

Uno degli aspetti più interessanti, e forse meno raccontati, di questa analisi riguarda l'impatto reale dell'inflazione sulle diverse fasce sociali. Il dato più sorprendente non riguarda i più poveri, ma il cosiddetto ceto medio: a soffrire maggiormente la perdita di potere d'acquisto sono state proprio le famiglie con patrimoni medi compresi tra 200mila e 300mila euro.

L'inflazione, infatti, ha colpito in misura diversa i vari gruppi sociali. Ha eroso, seppur con intensità differenti, sia i patrimoni delle famiglie più povere sia quelli delle fasce intermedie, quelle che generalmente vengono identificate come ceto medio o medio-alto. Solo i patrimoni del 10% di famiglie più ricche sono riusciti a resistere efficacemente all'aumento generalizzato dei prezzi, complice probabilmente una gestione più professionale e diversificata dei propri investimenti, capace di generare rendimenti superiori all'inflazione stessa.

Il paradosso, in un certo senso, è che a pagare il prezzo più alto non sia stata la fascia di popolazione con meno risorse in assoluto, ma quella che si trovava a metà strada: famiglie che avevano accumulato un patrimonio consistente, spesso legato all'acquisto della casa o a risparmi accantonati nel tempo, ma che non disponevano degli strumenti finanziari sofisticati necessari per proteggere efficacemente quei capitali dall'erosione inflattiva. Ricchezza chiama ricchezza, si potrebbe dire: una gestione professionale e qualificata del patrimonio ha probabilmente permesso alle famiglie già benestanti di consolidare ulteriormente la propria posizione, ampliando ancora di più il divario rispetto al resto della popolazione.

Il dettaglio delle disuguaglianze più estreme

Grazie a statistiche pubblicate per la prima volta dalla Banca d'Italia, è oggi possibile osservare la distribuzione della ricchezza anche per quintili, ovvero suddividendo le famiglie in cinque fasce da un quinto della popolazione ciascuna. E il quadro che emerge è ancora più netto.

Il 20% delle famiglie più povere in Italia si divide, nel 2025, un patrimonio complessivo di poco superiore ai 37 miliardi di euro. Una cifra che risulta 182 volte inferiore rispetto al valore complessivo dei beni posseduti dal 10% delle famiglie più agiate del Paese.

Ancora più eloquenti sono i valori medi. Il patrimonio medio delle circa 2,5 milioni di famiglie che rientrano nel 10% più ricco della popolazione ammonta a 2,68 milioni di euro. Dall'altra parte della scala sociale, le quasi 5 milioni di famiglie appartenenti al 20% più povero possiedono in media appena 7.350 euro. Una cifra che, per molte di queste famiglie, rappresenta probabilmente il frutto di risparmi modesti, insufficienti a garantire una reale protezione in caso di improvvisi rincari dei prezzi o periodi, anche temporanei, di disoccupazione.

Il ruolo dei debiti nella ricchezza delle famiglie

Nel calcolo della ricchezza netta rientrano anche i debiti, che rappresentano un elemento da non trascurare per comprendere pienamente la situazione patrimoniale delle famiglie italiane. Nel 2025 il totale dei debiti degli italiani ammontava a poco meno di 800 miliardi di euro, con un incremento del 13% rispetto al 2011. Nonostante questa crescita in valore assoluto, il peso dei debiti sul totale della ricchezza netta è però diminuito, attestandosi intorno al 7%.

È interessante notare come il debito si concentri soprattutto agli estremi della scala sociale, sia tra le famiglie meno abbienti sia tra quelle più agiate, ma con un peso relativo molto diverso: rispettivamente pari al 37% e al 4% dei rispettivi patrimoni. Le famiglie con meno risorse si indebitano principalmente per acquistare la casa di abitazione, che rappresenta per loro la forma tipica di accumulo patrimoniale.

La casa non è più la protagonista assoluta della ricchezza

Un altro dato significativo riguarda il peso della casa nella composizione della ricchezza complessiva degli italiani. Per la prima volta dall'inizio delle rilevazioni statistiche, nel 2025 il valore delle abitazioni è sceso sotto la soglia del 50% del totale della ricchezza netta, fermandosi al 49,8%, con un calo di ben 11 punti percentuali nell'arco di quindici anni.

L'acquisto casa resta comunque la forma tipica di ricchezza per le famiglie meno abbienti. Man mano che il patrimonio complessivo cresce, il mix di beni posseduti diventa più equilibrato e diversificato: tra le famiglie con patrimoni più elevati, gli immobili residenziali rappresentano infatti solo circa un terzo della ricchezza complessiva, a favore di strumenti finanziari come azioni, titoli di Stato e fondi comuni di investimento.

Per le famiglie più povere, invece, il valore dell'abitazione supera addirittura, seppur di poco, il valore complessivo della loro ricchezza netta. Un dato che segnala una fragilità strutturale: in caso di reale necessità, la somma di depositi, titoli e altre forme di patrimonio facilmente liquidabili potrebbe non essere sufficiente a coprire eventuali debiti. Nonostante questo rischio, la proprietà della prima casa resta per molte famiglie italiane un obiettivo a cui è estremamente difficile rinunciare, anche a fronte di una situazione finanziaria complessivamente più fragile.






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Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...