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Il 7,7% del tempo di lavoro risparmiato grazie a IA ma aumento vantaggi solo per il 48%:nuovi dati sondaggio Bce su 20mila persone

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

L'intelligenza artificiale sta cambiando il modo di lavorare in Europa, ma i suoi effetti restano ancora molto disomogenei: cosa emerge da una nuova analisi della Banca Centrale Europea (BCE), sull'uso dell'IA sul lavoro

L'intelligenza artificiale sta cambiando il modo di lavorare in Europa, ma i suoi effetti restano ancora molto disomogenei. È quanto emerge da una nuova analisi della Banca Centrale Europea (BCE), secondo cui l'uso dell'IA sul lavoro è raddoppiato in due anni, passando dal 26% dei lavoratori nel 2024 al 52% nel 2026. Chi utilizza questi strumenti dichiara di risparmiare in media tre ore alla settimana, pari al 7,7% del tempo di lavoro. Tuttavia, quando si considera l'intera forza lavoro europea, solo il 48,8% dei lavoratori afferma di ottenere benefici concreti in termini di produttività. Un dato che racconta un'adozione tecnologica in forte crescita, ma ancora lontana dall'essere diffusa in modo uniforme.

Chi ha condotto l'indagine e come è stata realizzata

I dati diffusi arrivano da un'analisi firmata da alcuni economisti della Banca Centrale Europea, pubblicata sul blog istituzionale dell'Eurotower. La ricerca non nasce da un sondaggio ad hoc, ma si basa sui risultati della Consumer Expectations Survey (CES), l'indagine sulle aspettative dei consumatori che la BCE conduce ogni mese in undici paesi dell'area euro, coinvolgendo un campione di circa 20mila persone.

Si tratta di uno strumento statistico consolidato, utilizzato dalla banca centrale per monitorare periodicamente percezioni, comportamenti e aspettative economiche dei cittadini europei, dall'inflazione al mercato del lavoro. Negli ultimi mesi, la BCE ha inserito nel questionario alcune domande specifiche sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale nel contesto lavorativo, per capire quanto e come questa tecnologia stia effettivamente cambiando la vita professionale delle persone.

Agli intervistati è stato chiesto in particolare se utilizzano personalmente strumenti di IA come ChatGPT, Claude o Gemini nel proprio lavoro, quante ore aggiuntive sarebbero state necessarie per completare lo stesso carico di lavoro senza l'ausilio dell'intelligenza artificiale e per quali attività specifiche viene impiegata la tecnologia. Questo approccio metodologico consente di ottenere una fotografia realistica, basata sull'autopercezione dei lavoratori, e non su stime teoriche o modelli previsionali.

I numeri chiave: il 7,7% del tempo di lavoro risparmiato

Il dato più citato dell'indagine riguarda il risparmio di tempo dichiarato da chi utilizza l'intelligenza artificiale sul lavoro. In media, gli utenti abituali di strumenti IA affermano di risparmiare tre ore a settimana, una quota che corrisponde al 7,7% del tempo di lavoro mediano. Non tutti gli utenti, però, beneficiano allo stesso modo di questi vantaggi: la BCE sottolinea che la distribuzione del risparmio di tempo è molto asimmetrica. La maggior parte dei lavoratori registra un guadagno di efficienza moderato, mentre una minoranza dichiara risparmi molto più elevati, un effetto che tende a gonfiare la media complessiva.

Il tempo risparmiato varia inoltre a seconda delle attività svolte con l'aiuto dell'IA. Gli intervistati potevano indicare più mansioni contemporaneamente, dalla scrittura di testi alla ricerca di informazioni, dall'analisi di dati alla gestione della corrispondenza. Chi dichiara di aver ottenuto risparmi di tempo maggiori tende anche a selezionare un numero più alto di attività, un ulteriore fattore che contribuisce a spiegare la dispersione dei risultati.

In media, chi usa l'intelligenza artificiale per lavoro lo fa circa tre giorni alla settimana, segno di un utilizzo ormai abituale e non più episodico per una parte crescente della forza lavoro europea.

Solo il 48% dei lavoratori trae reali benefici

Se si guarda al risparmio di tempo calcolato sull'intera forza lavoro, e non solo su chi utilizza attivamente l'IA, il quadro cambia sensibilmente. L'effetto complessivo scende infatti a circa il 3,8% delle ore lavorate, perché meno della metà degli occupati, esattamente il 48,8%, dichiara di utilizzare l'intelligenza artificiale e di ottenere effettivi vantaggi in termini di produttività.

Questo significa che, nonostante la rapida diffusione degli strumenti IA, la metà dei lavoratori europei non ne trae ancora benefici concreti. Le ragioni sono molteplici e includono barriere culturali, formative e organizzative che rallentano un'adozione realmente efficace. In molti casi, i lavoratori conoscono l'esistenza di questi strumenti, ma non li utilizzano in modo sistematico, oppure li impiegano senza ottenere reali guadagni di produttività a causa della mancanza di formazione adeguata o di processi aziendali ancora poco strutturati per integrarli.

Il divario tra chi adotta l'IA con successo e chi resta indietro rischia quindi di ampliare le differenze di produttività tra aziende e settori, un tema che gli economisti della BCE considerano centrale per le politiche economiche dei prossimi anni.

L'uso dell'IA raddoppiato in due anni: dal 26% al 52%

Uno degli aspetti più significativi della ricerca riguarda la velocità di diffusione dell'intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. Secondo i dati raccolti dalla Consumer Expectations Survey, la quota di lavoratori che dichiara di utilizzare l'IA per motivi professionali è passata dal 26% nel 2024, al 41% nel 2025, fino al 52% nel 2026. In appena due anni, dunque, l'uso dell'intelligenza artificiale sul posto di lavoro è praticamente raddoppiato.

Questa crescita conferma quanto rapidamente strumenti come i chatbot basati su modelli linguistici siano entrati nella quotidianità professionale di milioni di lavoratori europei, spinti anche dalla diffusione capillare di applicazioni gratuite o a basso costo e dalla crescente familiarità con queste tecnologie, non solo in ambito lavorativo ma anche nella vita privata.

La paura di essere sostituiti cresce nei mercati del lavoro più deboli

Un altro elemento importante emerso dall'analisi della BCE riguarda l'impatto dell'intelligenza artificiale sull'occupazione. Secondo la ricerca, non ci sono al momento prove evidenti che l'IA stia riducendo i livelli occupazionali a livello aziendale. In altre parole, i timori più diffusi legati alla sostituzione massiccia di posti di lavoro non trovano, almeno per ora, un riscontro diretto nei dati raccolti.

Tuttavia, gli stessi economisti sottolineano un aspetto rilevante: la paura di essere sostituiti dall'intelligenza artificiale tende ad aumentare proprio nei contesti in cui il mercato del lavoro appare meno favorevole ai lavoratori, ad esempio in presenza di minore domanda di lavoro o di condizioni occupazionali più incerte. Questo suggerisce che la percezione del rischio legato all'IA non dipende solo dalla tecnologia in sé, ma anche dal contesto economico generale in cui i lavoratori si trovano ad operare.

Perché il divario tra utenti e non utenti resta così ampio

I dati della BCE mettono in evidenza un paradosso che caratterizza l'attuale fase di transizione tecnologica: da un lato l'intelligenza artificiale si sta diffondendo a un ritmo molto sostenuto, dall'altro una parte consistente della forza lavoro non riesce ancora a trasformarla in un reale vantaggio competitivo. Tra le cause principali di questo divario, gli economisti individuano tre fattori ricorrenti.

Il primo riguarda le barriere culturali, legate alla diffidenza verso strumenti percepiti come poco affidabili o difficili da integrare nelle proprie mansioni quotidiane. Il secondo fattore è di natura formativa: molti lavoratori non hanno ancora ricevuto una formazione adeguata sull'utilizzo pratico dell'IA, con il rischio di sottoutilizzare strumenti potenzialmente molto utili. Il terzo elemento è organizzativo, e riguarda la capacità delle aziende di ripensare processi, flussi di lavoro e ruoli professionali in funzione dell'introduzione dell'intelligenza artificiale, un passaggio che richiede tempo, investimenti e una strategia chiara da parte del management.

Cosa significa questo studio per aziende e lavoratori

L'analisi della BCE offre uno spaccato prezioso sull'impatto reale dell'intelligenza artificiale nel mondo del lavoro europeo, basandosi su dati raccolti direttamente da chi utilizza questi strumenti ogni giorno, e non su proiezioni teoriche. Il messaggio che emerge è duplice. Da una parte, l'IA sta effettivamente generando risparmi di tempo misurabili per chi la utilizza in modo consapevole, con un potenziale di crescita ancora ampio. Dall'altra, la metà della forza lavoro europea resta ai margini di questa trasformazione, un dato che pone interrogativi importanti sulle politiche di formazione e sull'organizzazione del lavoro nei prossimi anni.

Per le aziende, la sfida principale sarà quindi quella di colmare il divario tra chi già beneficia dell'intelligenza artificiale e chi non la utilizza ancora in modo efficace, investendo in formazione mirata e in una riorganizzazione dei processi interni.






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Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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