Tra proroghe, decreti legge e nuovi meccanismi di copertura, il taglio delle accise sui carburanti è diventato una misura quasi permanente, rinnovata di settimana in settimana da mesi ormai. Il conto per le casse pubbliche si aggira ormai intorno ai 6 miliardi di euro, ma il risultato concreto sui prezzi alla pompa resta modesto.
Il 2026 verrà ricordato come l'anno in cui il governo ha speso miliardi di euro per contenere il prezzo dei carburanti, senza riuscire davvero a farlo percepire agli automobilisti italiani. Tra proroghe, decreti legge e nuovi meccanismi di copertura, il taglio delle accise sul gasolio (e in alcuni momenti anche sulla benzina) è diventato una misura quasi permanente, rinnovata di settimana in settimana da marzo in avanti. Il conto per le casse pubbliche si aggira ormai intorno ai 6 miliardi di euro, ma il risultato concreto sui prezzi alla pompa resta modesto. Vale la pena chiedersi cosa si sarebbe potuto fare con la stessa cifra per pensioni, tasse e lavoro.
La misura nasce come risposta a una nuova impennata dei prezzi petroliferi internazionali, legata alle tensioni sui mercati energetici. Il decreto legge del 27 luglio 2026 ha ridotto l'aliquota di accisa sul gasolio di 140 euro ogni mille litri, portandola da 672,90 a 532,90 euro per mille litri, con un beneficio complessivo alla pompa di circa 17 centesimi al litro considerando anche l'effetto sull'Iva. Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti aveva quantificato il costo iniziale dell'operazione in circa 125 milioni di euro.
Da lì è iniziata una catena di proroghe quasi ininterrotta: prima fino al 6 agosto, poi fino al 25 agosto, poi ancora fino al 26 agosto e infine fino al 5 settembre, con lo sconto arrivato a toccare circa 25 centesimi al litro su gasolio e, in alcune finestre, anche sulla benzina. Il costo mensile della misura è stato stimato in circa un miliardo di euro al mese, mentre la spesa cumulata da metà marzo è arrivata a superare i 2,6 miliardi di euro, con un esborso giornaliero di circa 13 milioni nelle settimane più recenti. Sommando le proroghe successive e i mesi precedenti in cui il meccanismo era già stato utilizzato più volte, la cifra complessiva stimata dagli osservatori del settore energetico si avvicina proprio ai 6 miliardi di euro.
Per finanziare l'ultima proroga, il governo ha dovuto inventarsi una copertura inedita: un acconto fiscale sulle tasse sui dividendi anticipato dai grandi gruppi energetici, una misura pensata soprattutto per coinvolgere l'Eni, che genera un credito d'imposta equivalente per le società coinvolte.
Il paradosso più evidente riguarda l'efficacia della misura. Nonostante gli sconti fiscali ripetuti, i prezzi dei carburanti hanno continuato a salire. Diversi osservatori hanno parlato apertamente di un vero e proprio effetto spugna, ossia della tendenza dei distributori e della filiera a riassorbire buona parte dello sconto fiscale attraverso un adeguamento dei margini, vanificando in pochi giorni il beneficio teorico concesso ai consumatori.
Anche le associazioni dei consumatori hanno segnalato che l'intervento è arrivato spesso in ritardo e con un'entità insufficiente rispetto ai rincari accumulati. Il presidente dell'Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano Dona, ha definito inadeguata la riduzione rispetto all'aumento dei listini registrato regione per regione. Nella pratica, il prezzo medio del gasolio in modalità self service è rimasto sopra la soglia psicologica dei due euro al litro in molte aree del Paese, anche nei giorni di sconto pieno.
Il quadro è ancora più stridente se si guarda al gettito complessivo che lo Stato incassa ogni anno da accise e Iva sui carburanti. Nel solo 2024 il carico fiscale complessivo sulla motorizzazione ha toccato 83 miliardi di euro, di cui quasi 40 miliardi derivanti dalla tassazione sui carburanti. In altre parole, lo Stato continua a incassare cifre enormi dal settore, mentre destina somme importanti a tamponare, con risultati limitati, gli effetti degli stessi rincari che quel prelievo fiscale contribuisce ad amplificare.
Sei miliardi di euro rappresentano una cifra enorme se paragonata alle risorse storicamente destinate alle pensioni minime o alla rivalutazione degli assegni previdenziali nelle ultime leggi di bilancio. Con un budget di questa entità sarebbe stato possibile, ad esempio:
Resta però il nodo di fondo: una spesa pubblica di 6 miliardi di euro, erogata attraverso decreti d'urgenza rinnovati di volta in volta, ha prodotto benefici percepiti come marginali dai cittadini, mentre la stessa cifra, se investita in modo strutturale su pensioni, fisco e lavoro, avrebbe probabilmente lasciato un segno più duraturo nel potere d'acquisto degli italiani. È un dilemma che difficilmente troverà una risposta univoca, ma che merita di restare al centro del dibattito pubblico ogni volta che si discute della prossima legge di bilancio.
Il caso del taglio delle accise mette a nudo un limite più generale della politica economica italiana degli ultimi anni: la tendenza a privilegiare misure emergenziali, visibili nell'immediato e facilmente comunicabili, rispetto a interventi strutturali che richiedono coperture stabili e una programmazione di medio periodo. Uno sconto sulle accise si annuncia in un Consiglio dei ministri, produce un titolo di giornale il giorno dopo e si esaurisce nel giro di poche settimane. Un aumento strutturale delle pensioni minime, una riforma dell'Irpef o un piano organico di decontribuzione richiedono invece scelte più complesse, spalmate su più anni e soggette al vincolo di bilancio previsto dalla legge di bilancio annuale.
Questo non significa che il taglio delle accise sia stato privo di ogni utilità. Per le famiglie che percorrono molti chilometri, per gli autotrasportatori e per le imprese agricole, anche pochi centesimi di sconto al litro hanno un peso reale sui costi quotidiani. Il punto sollevato da più osservatori, tuttavia, riguarda l'efficienza della spesa: a parità di risorse impegnate, un intervento diverso, meno frammentato e più mirato, avrebbe probabilmente garantito benefici più duraturi e più equamente distribuiti tra le diverse categorie di cittadini, dai pensionati ai lavoratori dipendenti fino alle famiglie con redditi medio bassi.
Il Dott. Giovanni Matano è un esperto di fiscalità pratica e consulente fiscale con oltre 15 anni di esperienza nel settore. Laureato in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi di Milano, ha dedicato la sua carriera a supportare piccole e medie imprese nella pianificazione fiscale e nell'ottimizzazione delle agevolazioni fiscali. La sua competenza si estende anche ...