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Il conto corrente non basta più: perché gli italiani non lo abbandonano pur sapendo di perderci

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di Dott. Luca Rossoni pubblicato il
Sapendo di perderci

In Italia milioni di persone tengono i risparmi fermi sul conto corrente, accettando perdite silenziose dovute a inflazione e costi nascosti. Influiscono storia, cultura, scarsa fiducia ed educazione.

In Italia, il risparmio è da sempre visto come una virtù, un segno di prudenza e lungimiranza. Tuttavia, si sta consolidando una realtà sorprendente: nonostante l'evidenza che la liquidità ferma perde pesantemente valore anno dopo anno, la maggioranza degli italiani continua a mantenere sul conto corrente ben più di quanto sarebbe ragionevole.

Questo comportamento appare tanto più singolare se si considera che, negli ultimi anni, l'inflazione elevata ha reso ancor più palese la perdita di potere d'acquisto, eppure la quantità di denaro parcheggiata sui conti è ulteriormente cresciuta. Il fenomeno non può essere spiegato semplicemente con disinteresse o pigrizia finanziaria: siamo di fronte a un paradosso documentato che coinvolge psicologia, storia, cultura e condizioni macroeconomiche.

Quanto conta il conto: dati sugli italiani senza conto in banca

L'Italia vanta un record europeo inaspettato: quasi 15 milioni di cittadini, cioè circa il 29% degli over 15 anni, non hanno rapporto diretto con una banca tramite un conto corrente. Questo primato è unico tra le economie avanzate. Se in Germania, Francia e Regno Unito i non bancarizzati sono solo tra il 2% e il 3% della popolazione, il dato italiano svetta, secondo rilevazioni della Commissione Europea e CGIA di Mestre.

Nonostante questa percentuale elevata di persone senza conto, la quantità di liquidità complessiva degli italiani parcheggiata in banca ha superato, negli ultimi anni, quote record. Secondo dati Banca d'Italia e Unimpresa, tra ottobre 2024 e ottobre 2025, la liquidità complessiva di famiglie e imprese è salita a 2.046,5 miliardi di euro. Questa crescita si registra nonostante il rendimento offerto dai conti correnti sia prossimo allo zero e l'inflazione galoppi.

Questi approfondimenti fanno affiorare un'altra peculiarità: il risparmio italiano resta immobile, più che in altri Paesi comparabili. Le ragioni principali?

  • la diffidenza verso gli strumenti finanziari,
  • la storica propensione a evitare rischio,
  • il forte utilizzo dei contanti da parte di determinate categorie, specie anziani e meno istruiti.
Una buona parte delle persone, poi, tiene i propri soldi in prodotti diversi dai conti bancari: libretti postali, conti di familiari, oppure mantiene liquidità in casa.

Perché gli italiani (continuano a) preferire il conto corrente

Alla base della tendenza diffusa a tenere liquidità su depositi bancari, ci sono meccanismi psicologici ben radicati e una stratificazione di motivazioni storiche e culturali:

  • Avversione alle perdite: il saldo del conto corrente rappresenta, nella mente di molti, una garanzia tangibile. La reale erosione dovuta all'inflazione è invisibile e non immediatamente percepita, mentre il rischio di investire viene vissuto come una minaccia concreta e spaventosa.
  • Costo dell'inazione: non fare nulla equivale a non assumersi responsabilità. Se il risparmio viene eroso dall'inflazione lentamente e senza scossoni, non ci sono momenti chiave di rimpianto o decisioni da recriminare.
  • Radici culturali della liquidità: l'educazione al risparmio e al mettere da parte è stata tramandata per generazioni in Italia come un mantra. Per molti, il gesto di lasciare i soldi nel conto, o in passato sotto il materasso, è sinonimo di sicurezza e autoconservazione.
  • Diffidenza verso le istituzioni finanziarie: la memoria collettiva degli scandali bancari, dei crack e dei casi di mis-selling alimenta la paura. In tanti preferiscono strumenti semplici, percepiti come controllabili, piuttosto che affidarsi a opzioni poco conosciute.
  • Peso generazionale: gli over 65 hanno una minore propensione al rischio e una forte resistenza all'innovazione finanziaria e digitale, mantenendo modelli ereditati e difficilmente scalfibili.

La liquidità che non paga: tra inflazione, costi occulti e rischi

Lasciare grandi somme sul deposito bancario ha costi reali che molti sottovalutano. Il primo fattore di erosione è l'inflazione: quando il tasso annuo supera il rendimento del conto, il saldo rimane fermo ma il potere d'acquisto scende costantemente.

Ad esempio, secondo simulazioni di scenario, 1.000 euro lasciati immobili sul conto per vent'anni possono ridursi, in termini reali, a soli 588 euro. Una percentuale significativa viene inoltre persa attraverso:

  • Imposte di bollo (oltre i 5.000 euro di giacenza tenuti sul conto),
  • Commissioni bancarie di gestione annuale,
  • Spese accessorie (pagamenti, prelievi, operazioni extra-sportello).
Non mancano i rischi legali, sebbene mitigati dalla normativa sulla garanzia dei depositi (Direttiva 2014/49/UE, D.Lgs. 30 maggio 2015, n. 72), che tutela fino a 100.000 euro per depositante e banca. Anche la possibilità di prelievi forzosi o patrimoniali, pur remota nel breve termine, aleggia come spauracchio nella memoria degli italiani.

Resta però dominante il rischio dell'immobilismo: il patrimonio parcheggiato non solo si deprezza, ma si traduce in mancata crescita, perdita di opportunità e, su scala nazionale, finanziamento minore all'economia reale.

Conto corrente come fondo di emergenza e sovra-liquidità

Non tutta la liquidità lasciata sui conti è sintomo di errore: alcune somme, infatti, sono correttamente mantenute come cuscinetto per fronteggiare imprevisti. Gli esperti di pianificazione finanziaria raccomandano di tenere facilmente disponibile una quota pari a 3-6 mesi delle proprie spese correnti per far fronte a imprevisti (malattia, spese urgenti, lavori imprevisti):

  • Questa quota dovrebbe costituire il cosiddetto fondo di emergenza e non essere investita in strumenti meno liquidi o rischiosi.
  • Il nodo critico arriva quando si accumulano somme ben superiori a questa soglia, per paura di eventi futuri imprevedibili o per mancanza di strategia.
Tale eccesso viene chiamato sovra-liquidità ed è molto frequente. Deriva sia dalla soprastima dei rischi futuri, sia dall'assenza di una chiara destinazione degli importi parcheggiati. Inoltre:
  • Spese a breve termine (auto, vacanze, ristrutturazioni) vengono confuse con necessità di liquidità immediata.
  • Mancano strumenti di pianificazione per distinguere tra denaro per gli imprevisti e liquidità investibile.

Paura, sfiducia e scarsa educazione finanziaria

L'inattività degli italiani sul fronte degli investimenti ha origini profonde. La paura di perdere il capitale accumulato è più intensa della consapevolezza della perdita causata dall'inflazione, specie tra i meno giovani:
  • Le cicatrici lasciate dagli scandali bancari hanno inciso sulla percezione collettiva dell'affidabilità delle offerte finanziarie.
  • L'educazione finanziaria in Italia resta tra le più basse d'Europa: secondo dati OCSE, il Paese si colloca tra gli ultimi posti nel continente per competenze di base su strumenti bancari e finanziari.
  • Anche la complessità degli strumenti alternativi rappresenta uno scoglio: capire rendimenti, tassazione, rischio non è un esercizio familiare. Questo crea inerzia e favorisce la scelta dello strumento più semplice da comprendere: il conto corrente.
In definitiva, l'inerzia è spesso una strategia difensiva, quasi istintiva, più che il risultato di una valutazione economica razionale.

Scenario europeo: il paradosso italiano a confronto con l'UE

L'analisi comparata mostra che la propensione italiana a non investire la liquidità ha risvolti unici. Nonostante la grande quantità di risparmio parcheggiata, solo il 32% degli italiani investe in strumenti finanziari, una delle percentuali più basse tra i Paesi avanzati. Il paradosso si accentua osservando la composizione della ricchezza degli italiani:

  • Il 75,9% possiede la casa dove vive,
  • Gran parte del patrimonio totale è bloccato in immobili anziché essere canalizzato verso strumenti produttivi,
  • La quota di liquidità sul patrimonio totale è tra le più basse in Europa, ma quella poca liquidità disponibile è spesso totalmente ferma.
Altrove in Europa, la diversificazione del risparmio risulta più diffusa, i livelli di educazione finanziaria sono più alti e la sfiducia verso le istituzioni bancarie minore. Il risultato? Più famiglie investono e più risorse vengono messe al lavoro nell'economia reale.

Cosa cambierebbe se gli italiani investissero la liquidità?

Se anche solo una quota dei depositi venisse ridirezionata verso strumenti efficienti, come i titoli di Stato o i conti deposito, le differenze sarebbero tangibili:

Capitale spostato

Rendimento annuo netto stimato

Guadagno su 5 anni

10.000 euro

circa 295 euro

1.475 euro

50.000 euro

circa 1.475 euro

7.375 euro

A livello individuale ciò significa un incremento reale del patrimonio e una protezione efficace dall'erosione causata dall'inflazione. A livello collettivo, risorse liberate dalla liquidità improduttiva potrebbero finanziare lo sviluppo di imprese, innovazione e crescita nazionale.

L'esempio mostra che il denaro lasciato fermo silenziosamente evapora, ma se investito contribuisce a generare valore, lavoro e sicurezza economica di lungo periodo.




Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...