Nel 2025 l'inflazione ufficiale cresce modestamente, ma i rincari su spesa, bollette e beni essenziali pesano molto sulle famiglie. Differenze territoriali, nuove abitudini di consumo e strategie di adattamento raccontano quanto il caro-vita trasformi la quotidianità.
Il 2025 si è chiuso con una fase di rincari che, pur risultando inferiori in termini assoluti rispetto agli anni precedenti, continua a incidere in modo incisivo sul bilancio delle famiglie italiane. I dati raccolti indicano una pressione crescente sui costi di beni e servizi essenziali, accentuando la percezione diffusa di carenza di potere d’acquisto e di un caro-vita persistente. Tale sensazione viene amplificata dal divario tra l’inflazione misurata ufficialmente e ciò che le famiglie riscontrano quotidianamente negli acquisti più comuni, come alimentari ed energia. I principali istituti di statistica, insieme alle associazioni dei consumatori, sottolineano come l’incremento dei prezzi delle spese necessarie superi in modo sensibile la media nazionale, generando disuguaglianze e stress economici su larga scala.
Secondo le rilevazioni dell’Istat, il tasso medio annuo dell’inflazione al consumo per il 2025 si è attestato all’1,5%, evidenziando un’accelerazione rispetto all’1% del 2024. Questa dinamica, apparentemente moderata, risulta tuttavia meno significativa per le famiglie rispetto al divario crescente rispetto ai beni essenziali. L’indice nazionale dei prezzi al consumo (NIC) comprende tutte le voci di spesa, dagli alimentari ai servizi, ma spesso non restituisce fedelmente la reale pressione economica vissuta a livello domestico. Nel dettaglio, mentre l’inflazione generale mostra valori prossimi agli obiettivi della Banca Centrale Europea – e risulta persino inferiore alla media europea (l’Eurozona si posiziona intorno al 2,1%) – i beni ad alta frequenza di acquisto, come alimenti, prodotti per la casa e altri beni di uso quotidiano, hanno sperimentato aumenti molto più sostenuti. Nel periodo 2021-2025, l’indice dei prezzi relativo al carrello della spesa è aumentato del 24%, a fronte di una crescita dell’indice generale pari a 17,1 punti percentuali. La causa di questo scollamento nasce anche dalla maggiore incidenza delle spese incomprimibili (energia, alimentari, affitti) rispetto ad altre voci più facoltative, cambiando le modalità con cui cittadini percepiscono e affrontano il fenomeno inflattivo.
L’aumento dei prezzi che grava sul cosiddetto carrello della spesa manifesta una forza molto più marcata rispetto a quella dell’inflazione media riportata statisticamente. Negli ultimi cinque anni, questa voce di spesa – che include alimenti, prodotti per l’igiene personale e beni per la casa – ha registrato rincari superiori di vari punti percentuali rispetto all’indice complessivo. Secondo i dati Istat, tra il 2021 e il 2025, riempire il carrello richiede il 24% in più, mentre per acquistare la stessa quantità di beni alimentari e di uso quotidiano occorrono oggi 124 euro rispetto ai 100 euro necessari nel 2021. Solo nel 2025, i prezzi dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche sono cresciuti mediamente del 2,9%, con punte che sfiorano il 3,5% su alcuni segmenti, come carne, pesce, frutta e prodotti a base di latte. Uno dei fattori chiave di tale crescita risiede nell’incidenza modificata del paniere Istat, dove i prodotti di largo consumo rivestono un peso sempre maggiore nei bilanci familiari.
Le ragioni di questa asimmetria nella percezione dei rincari sono molteplici:
Oltre a prodotti alimentari e di base, i costi dell’abitazione e delle utenze rappresentano una voce di spesa fortemente influenzata dall’attuale dinamica inflattiva. Nel quinquennio 2021-2025, i rincari delle bollette hanno raggiunto il 34,1%, con un picco osservato sui costi energetici regolamentati. Nel solo 2025, abitazione, acqua, energia elettrica e combustibili segnano una ripresa netta: dopo un periodo di flessione, la crescita annua si attesta all’1,1%, mentre nei centri urbani si segnalano variazioni che superano il 4%, soprattutto nei mesi invernali. Sono state registrate aumenti sulle bollette elettriche (+13,8% nell’area di Roma) e su altre voci come gas e combustibili solidi, il che ha generato salassi per le fasce vulnerabili.
Le tariffe regolamentate hanno oscillato considerevolmente nell’anno, alleggerendo temporaneamente la pressione media sull’inflazione ma lasciando immutata la difficoltà per chi non può usufruire delle agevolazioni. La ripercussione si espande ai servizi legati alla casa, dall’affitto (con crescite fino al 4,3%) alla manutenzione. Il quadro si completa con il crescente ricorso dell’energia a misure di autotutela (contratti fissi, offerte promozionali), che però non sempre rappresentano una soluzione duratura rispetto alla volatilità dei mercati internazionali delle materie prime.
L’impatto complessivo dei rincari sul bilancio delle famiglie italiane è misurabile grazie alle simulazioni effettuate dalle associazioni dei consumatori e ai dati definitivi forniti dall’Istat. Nel 2025, un nucleo familiare tipo ha dovuto affrontare una maggiore spesa annuale di circa 496 euro solo per l’effetto inflattivo sui principali beni e servizi, cifra che sale a 685 euro per una famiglia con due figli. L’aggravio specifico per i prodotti alimentari, in crescita del 2,9% in media annua, ha comportato un incremento di 269 euro per i nuclei numerosi, mentre l’incidenza delle bollette e delle spese legate all’abitazione resta pesante anche per chi si trova in condizioni di welfare relativamente stabile.
Le differenze tra le famiglie a reddito fisso e quelle con minori tutele lavorative si accentuano, anche perché i salari reali crescono meno dei prezzi. Gli incrementi degli stipendi, secondo l’INPS, si sono attestati su valori ben inferiori a quelli dell’inflazione cumulata nell’ultimo decennio, alimentando il rischio di una contrazione della domanda interna. Questo fenomeno si riflette nella riduzione delle spese discrezionali e in una percezione pervasiva di fragilità economica, con una quota crescente di famiglie costrette a comprimere consumi ritenuti in passato irrinunciabili.
L’effetto dei rincari risulta disomogeneo sul territorio nazionale: alcune regioni italiane registrano aumenti superiori alla media nazionale, altre invece mostrano una maggiore stabilità dei listini. Nel 2025 la Puglia ha visto l’inflazione più alta, al +2,1%, mentre Molise e Valle d’Aosta hanno sperimentato crescite minime, con un indice al +0,9%.
Queste variazioni si riflettono sia sui prezzi al dettaglio sia sulla diversa incidenza delle tariffe regionali per energia, affitti e servizi. Le città capoluogo denunciano una pressione particolarmente elevata: a Cagliari, ad esempio, l’indice mensile dei prezzi segna aumenti costanti, mentre a Roma il boom delle bollette e degli affitti ha svuotato le economie familiari più fragili, a fronte di ricadute differenziate sulle varie voci di spesa.
Il progressivo indebolimento del potere d’acquisto ha determinato una svolta nelle abitudini di spesa degli italiani. Le famiglie reagiscono ai rincari adottando strategie di risparmio e cambiamenti nei consumi:
Di fronte alla pervasività dei rincari sui beni essenziali, le istituzioni pubbliche sono chiamate a rafforzare le misure di sostegno e ad aumentare la trasparenza. Le principali richieste delle organizzazioni dei consumatori includono: