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Iran, le conseguenze per l'economia italiana e mondiale in caso di attacco Usa o rovesciamento regime

di Marcello Tansini pubblicato il
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Le crescenti tensioni tra USA e Iran pongono interrogativi sul futuro dell’economia italiana e mondiale: tra rischi per energia e commercio, reazioni dei mercati, scenari geopolitici e la nuova crisi internazionale.

Nel contesto globale attuale, la contrapposizione tra Stati Uniti e Iran, e anche la possibile crisi interna nello stesso Iran, rappresenta una delle fonti di maggiore preoccupazione per i mercati e per le istituzioni internazionali. L’inasprimento degli scontri, culminato con attacchi ai siti nucleari iraniani da parte dell’aviazione statunitense, ha portato il livello di allerta internazionale a nuove vette. La risposta di Teheran, tra retorica accesa e minacce di nuove azioni, suggerisce un rischio concreto di escalation in tutta l’area mediorientale.
L’Europa, e in particolare l’Italia, osserva con attenzione le ripercussioni dirette e indirette sulla sicurezza e sull’economia. L’incertezza degli sviluppi futuri, unita a un quadro regionale segnato già da altri conflitti, suscita timori legati sia al potenziale allargamento delle ostilità, sia a possibili sconvolgimenti su energia, commercio e mercati finanziari. In questo quadro si inseriscono le minacce di chiusura dello Stretto di Hormuz e le tensioni con le potenze arabe, configurando uno scenario difficile da prevedere nei dettagli ma di enorme rilevanza globale.

Il ruolo dell'Italia nel contesto della crisi Iran-USA: rischi e posizioni ufficiali

L’Italia si ritrova in una posizione delicata e complessa, partecipe dei principali dossier regionali ma impegnata a mantenere una chiara autonomia nelle scelte strategiche. Le autorità politiche hanno ribadito la volontà di non coinvolgere direttamente le forze armate nazionali nelle operazioni contro Teheran, sottolineando i limiti costituzionali e la preferenza per soluzioni diplomatiche.
Il ministro della Difesa ha chiarito che l’intervento militare italiano in Iran non rientra né nell’orizzonte delle scelte possibili né nell’interesse nazionale, e la priorità resta la sicurezza dei militari già presenti in Medio Oriente nell’ambito di missioni di pace e iniziative multilaterali. Le misure adottate nell’ultima fase hanno compreso il riposizionamento dei contingenti italiani nelle aree sensibili (Iraq, Kuwait, Libano, Sinai, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein), con piani di protezione rafforzati e al rientro di alcuni militari da zone a rischio.
Un rischio non sottovalutato è rappresentato dalle basi militari statunitensi presenti sul territorio italiano, potenziali obiettivi di ritorsioni o sabotaggi. L’intelligence italiana è in piena attività, con task force interministeriali mobilitate per monitorare scenari di minaccia terroristica ed evitare danni collaterali. L’Italia si trova quindi a gestire un equilibrio delicato tra la sicurezza della popolazione e le sue relazioni multilaterali, rafforzando la cooperazione con i partner europei e gli organismi internazionali per prevenire sviluppi incontrollabili della crisi.

Impatto su energia e commercio globale: lo Stretto di Hormuz e l’economia italiana

Uno degli aspetti che più preoccupano riguarda l’incidenza sugli approvvigionamenti energetici e sulle traiettorie del commercio globale. Lo Stretto di Hormuz rappresenta il passaggio obbligato per circa il 30% del petrolio mondiale, e un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto, secondo dati forniti da U.S. Energy Information Administration. Un suo blocco, anche parziale, comporterebbe effetti immediati e potenzialmente duraturi sulle economie mondiali.
L’Italia trae oltre il 40% del proprio import energetico da regioni esposte a instabilità e attraversate dalle rotte che transitano proprio per Hormuz e il Mar Rosso. Il commercio italiano con i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa si quantifica in quasi 200 miliardi di euro annui di interscambio, incidendo per circa il 17% sul totale di import-export. Un’interruzione o rallentamento delle rotte potrebbe avere le seguenti conseguenze:

  • Incremento dei prezzi di petrolio e gas, con ricadute su famiglie e imprese;
  • Aumento dei costi di produzione e trasporto, aggravando le difficoltà delle filiere industriali e logistiche;
  • Contrazione della competitività delle aziende italiane, specie nei settori energivori;
  • Crescita dell'inflazione importata e riduzione del potere d’acquisto.
La dipendenza europea dal gas naturale e l’assenza di fonti dirette dall’Iran limitano in parte l’esposizione diretta, ma i rincari globali si trasmetterebbero rapidamente a tutta l’area economica UE. Per l’Italia, i costi di un aumento di anche solo 10 dollari al barile potrebbero riflettersi in incrementi dell’inflazione pari a 0,4 punti percentuali (fonte Federal Reserve), erodendo la crescita e aumentando la pressione fiscale sui consumi.
Il rischio concreto è che si inneschi una spirale di rincari delle materie prime, minando i percorsi di ripresa post-pandemia e rallentando gli investimenti, con effetti su occupazione, stabilità dei prezzi e bilancia commerciale.

Effetti sui mercati: reazioni dei prezzi di petrolio e gas e le conseguenze per l'Europa

L’attacco statunitense ha generato significative turbolenze nei mercati energetici e finanziari. Gli operatori hanno immediatamente reagito con forti rialzi nei prezzi del petrolio, con il valore del WTI che dopo l’attacco è cresciuto inizialmente del 13%, posizionandosi tra 77 e 90 dollari al barile stando alle previsioni di Oxford Economics. Eventuali sviluppi negativi potrebbero portare il prezzo fino a soglie molto più elevate, come 130 dollari al barile.
Anche il mercato del gas naturale liquefatto ha mostrato una notevole volatilità, influenzato dai timori di blocchi o ritardi lungo le principali rotte marittime. Gli effetti, pur partendo da uno scenario regionale, si propagano rapidamente a livello globale, con le economie più interconnesse – come quella europea – particolarmente esposte.
L’Italia e i principali partner dell’Unione Europea potrebbero andare incontro a:

  • Aumento dei costi delle bollette energetiche e dei prezzi industriali, alimentando pressioni inflazionistiche già in atto;
  • Riduzione della competitività dei prodotti esportati su mercati extra UE per via dei maggiori costi di produzione;
  • Incremento della spesa pubblica destinata a eventuali misure di sostegno per famiglie e imprese;
  • Effetti indiretti sulla percezione di stabilità finanziaria, con possibili scompensi nei listini di titoli energetici e bancari.
La Commissione europea monitora con attenzione la situazione e ha previsto una reazione fisiologica dei mercati a fronte delle fonti di instabilità. Tuttavia, una crisi prolungata potrebbe richiedere strumenti di tutela straordinari per contenere l’aumento dell’inflazione e scongiurare una recessione nell’area euro. La fiducia nei meccanismi di sicurezza energetica dell’UE e nei processi di diversificazione sarà nuovamente testata dalle dinamiche dei nuovi equilibri geopolitici.

Possibili scenari in caso di rovesciamento del regime o escalation militare

Alla luce degli attacchi e delle tensioni, si profilano diversi scenari di evoluzione per l’Iran e la regione:

  • Mantenimento dello status quo con sporadiche ritorsioni: Teheran potrebbe optare per risposte che preservino l’apparato interno, limitando l’escalation a bombardamenti simbolici su Israele o agli interessi occidentali nell’area;
  • Lunga guerra di logoramento: Un confronto armato diretto tra Stati Uniti e Iran, con coinvolgimento di alleati e attacchi a basi militari e rotte commerciali, innescherebbe una dinamica a catena difficile da contenere sia dal punto di vista militare che economico;
  • Crisi interna e cambio di leadership: L’eventuale morte della guida suprema, Ali Khamenei, aprirebbe una transizione incerta, regolata dall’Assemblea degli esperti ma probabilmente controllata dai settori conservatori. In caso di indebolimento del regime, si rischierebbe l’ascesa dei militari (IRGC) al potere effettivo, con ulteriore irrigidimento delle posizioni ufficiali;
  • Fragmentazione statuale: Il progressivo sgretolamento delle istituzioni centrali, simile a quanto visto in Siria o Iraq, faciliterebbe l’ingresso di attori non statali e movimenti minoritari (curdi, beluci, arabi), aumentando l’instabilità interregionale e favorendo derive separatiste o l’ingresso di gruppi armati;
  • Radicalizzazione e corsa all’arma nucleare: L’incertezza sul futuro del regime potrebbe spingere le nuove élite iraniane verso posizioni più estreme, accelerando i programmi di armamento avanzato.
Non sono ritenute probabili, al momento, opzioni come il ritorno di esponenti storici della monarchia o la formazione di governi di esilio accettati dalla popolazione, data la scarsa legittimazione di queste forze sia all’interno del Paese che presso la diaspora.

Le ripercussioni geopolitiche e sui rapporti con i Paesi arabi e la gestione dei flussi migratori

Le tensioni in Medio Oriente hanno un impatto diretto sui rapporti fra Italia, UE e Paesi arabi, soprattutto per quanto riguarda i fornitori di energia e i partner nella gestione migratoria. Collaborazioni consolidatesi negli ultimi anni con Algeria, Iraq e Tunisia potrebbero entrare in una fase di incertezza.
L’irrigidimento delle posizioni di alcuni alleati arabi, specie in rapporto al conflitto israelo-palestinese, potrebbe complicare le dinamiche negoziali nei tavoli multilaterali; questa situazione andrebbe a riverberarsi su:

  • Contratti di fornitura gas e petrolio: rischi di restrizioni e rinegoziazione dei termini;
  • Flussi migratori irregolari dal Nord Africa e Medio Oriente: escalation del conflitto potrebbe determinare nuove ondate di profughi e rifugiati verso l’Europa e l’Italia in particolare;
  • Piani di accoglienza e integrazione messi sotto pressione dalle amministrazioni locali e dai sistemi nazionali di protezione civile.
Il rischio percepito riguarda sia il deterioramento della stabilità nei paesi di transito, sia il compromesso equilibrio tra esigenze di sicurezza interna e rispetto degli impegni umanitari assunti in sede europea e internazionale. Un conflitto prolungato innalzerebbe la pressione sulle infrastrutture di prima accoglienza e rischierebbe di ridefinire l’agenda delle priorità diplomatiche e sociali del governo italiano.