Il racconto di un'amica di una donna malata di tumore che, dietro la vicenda personale, mette a nudo un problema strutturale: quello di lavoratrici gravemente malate che maturano i requisiti per il pensionamento anticipato tramite Opzione Donna ma che, per lentezze burocratiche e paletti sempre più stretti, non riescono a vederselo riconosciuto.
Una storia che si sarebbe dovuta chiudere con una firma su un modulo dell'Inps e che invece si è chiusa con un funerale. È quanto racconta un'amica di una donna malata di tumore, in una testimonianza pubblicata dal Corriere della Sera con il titolo «La mia amica è morta senza poter avere la pensione». Un racconto che, dietro la vicenda personale, mette a nudo un problema strutturale: quello di lavoratrici gravemente malate che maturano i requisiti per il pensionamento anticipato tramite Opzione Donna ma che, per lentezze burocratiche e paletti sempre più stretti, non fanno in tempo a vederselo riconosciuto.
Secondo quanto emerge dal racconto pubblicato sul Corriere della Sera, la protagonista della vicenda aveva teoricamente maturato i requisiti per accedere a Opzione Donna, la misura che consente alle lavoratrici con una determinata età anagrafica e un certo numero di anni di contributi di lasciare il lavoro in anticipo, accettando in cambio un ricalcolo interamente contributivo dell'assegno pensionistico. Colpita da una grave patologia oncologica, la donna avrebbe dovuto poter contare su un canale di accesso semplificato, pensato proprio per le situazioni più fragili. Invece si è trovata davanti a un percorso fatto di domande, attese e requisiti restrittivi che non le hanno lasciato il tempo di arrivare alla meta. È morta prima di poter firmare la propria pensione, lasciando ai familiari e agli amici solo la beffa di un diritto maturato sulla carta ma mai concretamente esercitato.
Non è un caso isolato. Da anni le associazioni che si occupano di previdenza femminile denunciano situazioni analoghe, in cui la burocrazia previdenziale italiana, con le sue finestre mobili, i suoi requisiti anagrafici crescenti e le sue verifiche documentali, finisce per penalizzare proprio le persone più vulnerabili, quelle che avrebbero più bisogno di una via d'uscita rapida dal mondo del lavoro.
Mentre ora si discute di una sua conferma e proroga nella prossima Manovra 2027, Opzione Donna nasce nel 2004 come misura sperimentale pensata per consentire alle lavoratrici di andare in pensione anticipatamente rispetto ai requisiti ordinari, a fronte però di un taglio dell'assegno, calcolato interamente con il metodo contributivo anziché con quello retributivo o misto. In origine la misura era aperta a tutte le lavoratrici dipendenti e autonome che avessero maturato 57 o 58 anni di età e 35 anni di contributi.
Nel corso degli anni, però, i requisiti sono stati progressivamente inaspriti. Le riforme più recenti hanno innalzato l'età minima fino a 59 o addirittura 61 anni per le donne senza figli, riducendo drasticamente la platea delle beneficiarie e introducendo condizioni particolari legate al numero di figli, allo stato di invalidità o al ruolo di caregiver. Il risultato è che quella che nasceva come una misura di ampio respiro si è trasformata in uno strumento accessibile a una minoranza sempre più ristretta di lavoratrici, con paletti che in molti casi finiscono per escludere proprio chi si trova in condizioni di salute più critiche.
A complicare ulteriormente il quadro, secondo quanto riportano le rassegne previdenziali degli ultimi mesi, la legge di Bilancio ha più volte messo in discussione la proroga stessa della misura, generando incertezza tra le lavoratrici che contavano su Opzione Donna come unica reale alternativa per lasciare il lavoro prima dei requisiti ordinari previsti dalla riforma Fornero.
Il nodo più doloroso, quello che la vicenda raccontata dal Corriere della Sera porta drammaticamente alla luce, riguarda i tempi della burocrazia previdenziale quando a chiedere la pensione è una persona gravemente malata. Anche quando una lavoratrice ha già maturato tutti i requisiti anagrafici e contributivi richiesti da Opzione Donna, il percorso che porta dalla domanda alla liquidazione effettiva dell'assegno può richiedere mesi. Servono verifiche documentali, calcoli contributivi, talvolta integrazioni di pratica, e in mezzo a tutto questo c'è una persona che sta lottando contro una malattia che non concede lo stesso tempo della macchina amministrativa.
Le associazioni di categoria e i comitati che da anni seguono da vicino l'evoluzione di Opzione Donna segnalano che non esiste, ad oggi, una corsia realmente accelerata per le domande di pensionamento presentate da lavoratrici affette da patologie gravi o terminali. Esistono, è vero, alcune tutele previste per le persone con invalidità civile pari o superiore al 74%, che possono accedere alla misura con requisiti leggermente agevolati. Ma questo non basta a garantire una liquidazione tempestiva della pratica, soprattutto quando la diagnosi arriva quando i requisiti sono già maturati, e il tempo a disposizione si misura in settimane, non in mesi.
Storie come questa hanno riacceso il dibattito sulla necessità di una riforma strutturale dell'accesso alla pensione anticipata per le lavoratrici in condizioni di grave fragilità. I comitati che rappresentano le donne coinvolte in Opzione Donna chiedono da tempo corsie preferenziali per le pratiche legate a patologie oncologiche o comunque gravi, con tempi di istruttoria ridotti e la possibilità di liquidare l'assegno anche solo pochi giorni dopo la presentazione della domanda, quando la situazione clinica lo richiede.
Al centro delle rivendicazioni c'è anche la richiesta di rendere strutturale, e non più sperimentale, l'istituto di Opzione Donna, eliminando l'incertezza normativa che ogni anno costringe migliaia di lavoratrici a rincorrere scadenze e proroghe dell'ultimo minuto. Una misura che nasce come strumento di equità di genere, pensata per compensare le carriere discontinue e i carichi di cura non riconosciuti che gravano soprattutto sulle donne, rischia altrimenti di trasformarsi in un percorso a ostacoli proprio per chi ne avrebbe più bisogno.
Dietro ogni intervento normativo su Opzione Donna c'è la tensione, tipica dell'intero sistema previdenziale italiano, tra la necessità di contenere la spesa pubblica e quella di garantire un accesso equo alla pensione a chi ha lavorato una vita intera. I dati diffusi negli ultimi anni dall'Inps mostrano un calo costante del numero di lavoratrici che riescono effettivamente a utilizzare la misura, segno di requisiti sempre più selettivi.
In questo contesto, la vicenda raccontata dal Corriere della Sera assume un valore che va oltre il singolo caso. Racconta di un sistema che, nel tentativo di limitare l'accesso alla pensione anticipata per motivi di bilancio, finisce per colpire proprio chi si trova nelle condizioni più drammatiche, senza distinguere tra chi può permettersi di aspettare e chi, semplicemente, il tempo per aspettare non ce l'ha più. Una contraddizione che molte lavoratrici e le loro famiglie vivono ogni anno, spesso senza che la loro storia arrivi mai alle cronache.
Le proposte sul tavolo, raccolte in questi mesi dai comitati e dalle associazioni che seguono l'evoluzione di Opzione Donna, si muovono su alcune direttrici precise:
La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...