L’inasprirsi delle barriere commerciali tra Stati Uniti ed Europa ha portato, nell'ultimo annoi, ad una sostanziale revisione delle strategie di export per numerose imprese italiane. La recente escalation di tariffe, con aliquote che hanno toccato il 30%, ha colpito in modo asimmetrico il territorio nazionale, evidenziando quanto siano variabili le conseguenze economiche in base alla specializzazione locale. Non si tratta di una problematica astratta, ma di un fenomeno i cui effetti si avvertono nei distretti produttivi, nelle filiere agroalimentari e persino nella quotidianità delle comunità più esposte.
Gli impatti si estendono ben oltre il mero rallentamento degli scambi: a essere coinvolti sono catene di fornitura, livelli occupazionali, equilibri di bilancio delle aziende e potere d’acquisto delle famiglie.
Il peso dell'export italiano verso gli Stati Uniti: dati e settori coinvolti
Gli Stati Uniti si posizionano saldamente come secondo mercato di sbocco per l’export italiano, con un valore che nel 2024 ha raggiunto i 64,7 miliardi di euro, pari a circa il 10,4% delle esportazioni nazionali. Questa quota si riflette non solo sulla competitività internazionale del made in Italy, ma anche direttamente sul prodotto interno lordo, incidendo per circa il 2,9% secondo gli ultimi dati Istat. L’export diretto verso gli USA copre l’1,4% dei ricavi complessivi delle imprese italiane, ma il peso reale è maggiore se si aggiunge la quota indiretta derivante dalla partecipazione alle catene globali del valore.
I settori maggiormente coinvolti nell’export verso il mercato americano si distinguono per varietà e qualità:
- Farmaceutico: circa 7,7 miliardi di euro, con una presenza predominante di prodotti innovativi e a elevato valore aggiunto.
- Automotive e mezzi di trasporto: oltre 4,9 miliardi di euro, trainati principalmente da Piemonte ed Emilia-Romagna.
- Agroalimentare: 7,8 miliardi di euro, comprendenti eccellenze come vini, formaggi Dop, olio d’oliva e pasta.
- Moda e accessori: quasi 3 miliardi di euro tra pelletteria, calzature, abbigliamento e accessori.
- Meccanica, metallurgia e arredamento: comparti che insieme superano i 13 miliardi di euro e coinvolgono vaste aree del Nord e del Centro Italia.
La composizione dell’export italiano verso gli Stati Uniti vede un 43% di prodotti di alta gamma, privilegiando la fascia medio-alta e alimentando la resilienza del Made in Italy anche in contesti di maggiore volatilità dei mercati. Tuttavia, la dipendenza di intere filiere produttive dal mercato americano rende vulnerabili soprattutto le micro e piccole imprese, che esportano annualmente circa 9 miliardi e rappresentano il 14% delle esportazioni manifatturiere dirette negli USA.
Le regioni e i Comuni italiani più esposti ai dazi USA
I dati più recenti e le analisi elaborate da Bankitalia e piattaforme territoriali evidenziano come non tutte le aree del Paese siano esposte allo stesso modo ai rischi commerciali. La differenziazione nasce sia dalla struttura produttiva sia dalla concentrazione settoriale in determinati territori. Fra le regioni più esposte – per quota di export e incidenza sul fatturato locale – spiccano:
- Toscana: il 5,3% dei ricavi regionali dipende dall’export verso gli USA, trainata da vino, cuoio, pelle e manifattura di alta qualità.
- Emilia-Romagna: 4,6%, con particolari rischi nei distretti meccanici, automotive e agroalimentare.
- Basilicata: 4,1%, dove l’industria manifatturiera, automobilistica e dell’energia ha un peso decisivo.
- Piemonte: il 3,8% dei ricavi è esposto, soprattutto grazie a componentistica auto e industrie alimentari, mentre la Lombardia (3,1%) si segnala per la forte diversificazione produttiva.
Fra i
Comuni italiani, i casi più emblematici di esposizione ai dazi USA sono legati a distretti industriali specifici:
| Comune |
Esposizione (% ricavi) |
Distretto/Specializzazione |
| Agordo (Veneto) |
29,4% |
Occhialeria |
| Nurri (Sardegna) |
23,6% |
Industria alimentare |
| Thiesi (Sardegna) |
20,4% |
Industria alimentare |
| Copparo (Emilia-Romagna) |
n.d. |
Meccanica e motori |
| Modena/Sassuolo (Emilia-Romagna) |
n.d. |
Ceramica e automotive |
Comuni come Milano, Firenze e Modena costituiscono inoltre poli di esportazione verso gli Stati Uniti, con un volume complessivo superiore a 15 miliardi di euro. In queste realtà, l'interconnessione tra piccole imprese e grandi aziende leader del Made in Italy amplifica l’effetto cascata delle restrizioni tariffarie sull’intero ecosistema produttivo locale e nazionale.
I settori economici più colpiti: agroalimentare, moda, automotive e farmaceutica
L’attuale scenario commerciale ha reso immediato l’impatto negativo per alcune delle eccellenze produttive e simboli dell’export italiano. I comparti maggiormente colpiti dalle misure tariffarie includono:
- Agroalimentare: Settore trasversale a molte regioni, particolarmente sensibile per prodotti a denominazione d’origine e filiere d’eccellenza (vino, formaggi, olio, pasta). Solo nel comparto vini e spiriti si stimano oltre 2 miliardi di euro di scambi annuali con gli USA, mentre l’export di formaggi Dop, soprattutto dalla Sardegna, rischia di essere penalizzato da rincari superiori al 40%.
- Moda e accessori: Il mercato statunitense vale circa il 10% dell’export del settore, coinvolgendo 40.000 imprese e più di 450.000 addetti tra pelletteria, lusso e abbigliamento. L’aumento dei costi doganali può determinare una perdita di competitività internazionale, spingendo molte aziende alla diversificazione dei mercati.
- Automotive e meccanica: Settori trainanti per Emilia-Romagna, Piemonte e Lombardia. L’automobilistico, insieme a meccanica strumentale e metallurgia, rappresenta oltre il 25% dell’export a rischio verso gli USA.
- Farmaceutica: Un comparto caratterizzato da innovazione e alta marginalità, che rischia tuttavia di vedere ridotti i volumi a causa dell’inasprimento dei dazi, incidendo soprattutto su Lazio, Lombardia, Toscana e Piemonte.
Non meno rilevanti risultano altri comparti come la ceramica, l’arredamento e il settore delle bevande che, seppure meno citati a livello mediatico, determinano il benessere di importanti distretti italiani, soprattutto in Veneto, Marche ed Emilia-Romagna.
Effetti economici e sociali dei dazi su imprese e cittadini
L’inasprimento delle tariffe doganali americane non agisce solo sulla marginalità delle aziende esportatrici, ma produce una serie di conseguenze a cascata lungo tutta la filiera produttiva e distributiva. Gli effetti riscontrati a livello nazionale sono diversificati:
- Diminuzione degli utili per aziende esportatrici, soprattutto di piccola e media dimensione, che spesso scelgono di assorbire parte dei rincari pur di restare competitivi oltreoceano.
- Rischio di contrazione dell’occupazione: l’aumento dei costi, se non compensato, può condurre a minori assunzioni e talvolta alla riduzione degli organici, specie nei distretti ad alta concentrazione di export verso gli USA.
- Riflessi sui prezzi al consumo: prodotti italiani, come formaggi Dop e vini pregiati, diventando meno accessibili sul mercato americano, possono subire una riduzione della domanda, con impatti anche sul mercato interno.
- Effetto domino su fornitori e subfornitori: la struttura della manifattura italiana, basata su un fitto tessuto di micro, piccole e medie imprese, amplifica l’impatto a tutta la catena del valore.
Secondo
Confindustria, una possibile aliquota del 30% sui dazi può comportare, solo per l’Italia, una perdita di ben 38 miliardi di euro di export. L’Upb (l’Ufficio parlamentare di bilancio) prevede per il 2026 un impatto negativo sul Pil nazionale di due decimi di punto, con una maggiore sofferenza nei settori manifatturiero, agroalimentare e servizi avanzati.
Le strategie di resilienza di aziende e territori italiani
L’esperienza dell’ultimo triennio ha spinto molte aziende italiane a rivedere strategie e modelli di business. Resilienza ed adattamento sono diventate parole chiave, grazie a una serie di azioni concrete già adottate:
- Diversificazione dei mercati di sbocco: sempre più imprese guardano a nuovi mercati in Asia, Europa e Medio Oriente per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Secondo le associazioni di categoria, già oltre il 50% delle aziende che esportano negli USA ha iniziato a esplorare alternative commerciali.
- Investimenti in innovazione e qualità produttiva: focalizzazione su prodotti di nicchia o di alto valore aggiunto che possano mantenere il proprio appeal anche in contesti di rincari.
- Ricomposizione delle filiere produttive: alcune filiere si sono riorientate verso partnership europee o mediterranee, rafforzando l’integrazione con i mercati UE.
- Strategie di pricing flessibili: per assorbire in parte l’impatto dei dazi senza perdere quote di mercato, molte aziende adottano margini più bassi o soluzioni contrattuali innovative.
I territori più colpiti hanno anche attivato sinergie tra imprese, enti locali e associazioni di categoria per potenziare l’internazionalizzazione, l’accompagnamento alle PMI e la difesa delle filiere d’eccellenza, puntando su modelli integrati di promozione e tutela dei prodotti tipici italiani.
Prospettive future e misure a sostegno dell'export italiano
Nonostante il contesto globale presenti ancora elementi di forte incertezza, numerose analisi indicano la necessità di:
- Rafforzare la diplomazia commerciale a livello europeo: promuovendo una strategia coordinata tra Stati membri per contrastare le politiche protezionistiche e salvaguardare le produzioni più esposte.
- Potenziare gli strumenti di difesa commerciale multilaterale: tra cui credito all’export, garanzie statali, sostegno all’innovazione e all’internazionalizzazione, già previsti da normative UE e nazionali.
- Sostenere le PMI nell’accesso a nuovi mercati: attraverso formazione, accompagnamento e incentivi per la digitalizzazione delle attività di export.
- Investire nell’efficientamento produttivo e nell’innovazione sia di processo che di prodotto, per aumentare la competitività e la flessibilità delle nostre imprese sullo scenario mondiale.
La
forza distintiva del Made in Italy, la capacità di adattamento delle aziende e la coesione tra attori pubblici e privati rappresentano asset decisivi per attraversare questa fase. Alcuni accordi internazionali, in corso di negoziazione, potrebbero nel prossimo biennio attenuare le tensioni commerciali e ridurre l’esposizione delle nostre filiere di eccellenza. Tuttavia, risulta imprescindibile continuare a sostenere le imprese italiane attraverso politiche industriali mirate, assistenza finanziaria e strategie di promozione coerenti con gli standard di qualità riconosciuti a livello internazionale.