Dalla posizione delle università italiane nel QS World University Rankings Europa 2026 emergono successi e criticità: eccellenza nella ricerca, aperture internazionali e ostacoli in docenza.
Il sistema universitario italiano vive una stagione carica di contrasti e riflessioni nell'ambito del QS World University Rankings Europa 2026. All'interno di uno scenario europeo competitivo, l'Italia segnala un progresso nel numero di istituzioni classificate, pur scontando lacune persistenti in termini di eccellenza nei vertici della graduatoria.
Sebbene le università nostrane aumentino il loro peso all'interno della classifica, si evidenziano dinamiche variegate tra crescita delle presenze e fatica nel raggiungere le posizioni d'élite, sintomo di una doppia velocità nel percorso di valorizzazione accademica rispetto ai principali attori continentali.
L'edizione 2026 del QS World University Rankings consacra l'Italia al quarto posto in Europa per numero di atenei classificati, superando Francia e posizionandosi dietro solo a Regno Unito, Turchia e Germania. Si tratta di un incremento del 25% rispetto alla precedente rilevazione, un risultato che sottolinea la vitalità del sistema accademico nazionale. Il totale delle università considerate raggiunge quota 65, di cui 51 confermano la propria presenza mentre 14 sono nuovi ingressi rispetto al 2025.
Nonostante l'ampliamento della rappresentanza, il quadro generale mostra segnali di arretramento: tra le università già presenti, solamente 14 registrano un avanzamento in classifica, a fronte di 35 in regresso e due stabili. Il tasso netto di calo, pari al 41%, risulta tra i più elevati d'Europa per Paesi con almeno 10 istituzioni in classifica.
Queste cifre descrivono un sistema ampio e diffuso ma ancora privo di una leadership consolidata a livello continentale. Per trovare il primo ateneo italiano occorre infatti scendere fino al 45° posto, occupato dal Politecnico di Milano, il quale subisce una flessione di sette posizioni rispetto all'anno precedente. Più in basso seguono l'Università di Bologna (59°), Roma Sapienza (77°) e Padova (92°).
Questo andamento a doppia velocità suggerisce la presenza di eccellenze molto polarizzate ma una difficoltà sistemica nel promuovere il miglioramento medio delle performance universitarie a livello nazionale. La fotografia emersa evidenzia, quindi, la necessità di innescare politiche di valorizzazione che investano sull'intero sistema, colmando i divari che separano le punte di eccellenza dal resto del panorama accademico italiano.
L'analisi dei posizionamenti nelle fasce di prestigio evidenzia alcune conferme e diverse novità. All'interno della Top 100 europea si distinguono il Politecnico di Milano, unico italiano tra i primi cinquanta ma in lieve calo, seguito dalla storica Alma Mater Studiorum di Bologna, da Roma Sapienza e dall'Università di Padova. Notevole l'ascesa di Roma Tor Vergata, che guadagna ben 17 posizioni entrando tra i primi 150. Nel segmento della Top 500, il quadro si allarga considerevolmente: quindici università italiane trovano spazio in questa fascia, confermando l'elevata densità di istituti accademici di buon livello sul territorio.
L'ingresso di nuovi atenei rappresenta uno dei dati più evidenti di questa edizione. L'Università di Cagliari raggiunge la 482ª posizione, mentre l'Ateneo di Cassino e del Lazio Meridionale si piazza al 491° posto, portando nuova linfa al panorama della formazione superiore. Catania realizza una delle crescite più significative, avanzando di 56 posizioni (301ª), seguita da Genova, che si stabilisce al 204° posto dopo un balzo di 20 gradini. Queste performance testimoniano la capacità di alcune istituzioni di rinnovarsi e rispondere agli stimoli internazionali, a dispetto di un quadro complessivo ancora poco omogeneo.
Tra gli elementi di eccellenza, la capacità di produrre ricerca di qualità costituisce una nota distintiva del sistema universitario nazionale. Undici atenei italiani figurano tra i primi 50 in Europa per rendimento nella pubblicazione di articoli scientifici, con l'Università Vita-Salute San Raffaele che si colloca addirittura al terzo posto in questa specifica classe di merito. I parametri di valutazione QS premiano quei contesti in cui l'attività scientifica si traduce in impatti riconosciuti dalla comunità internazionale.
Sul fronte della internazionalizzazione lo scenario appare più sfumato: se da un lato la presenza di personale docente proveniente dall'estero e di studenti internazionali risulta ancora contenuta, il sistema italiano riesce a brillare negli scambi studenteschi. Quattro università sono tra le prime 50 per incoming, mentre nella capacità di offrire percorsi di mobilità in uscita l'Italia raggiunge il terzo posto generale, con sette istituzioni tra le prime 50 e due (Cattolica del Sacro Cuore e Venezia Ca' Foscari) piazzate tra le cinque migliori per scambi studenteschi in uscita.
Questi risultati contribuiscono a rafforzare la reputazione delle strutture accademiche nazionali, soprattutto in quei contesti dove si promuove una vera circolazione delle competenze e dei talenti, aspetto sempre più centrale nei paradigmi di valutazione internazionali.
Persistono alcune aree di fragilità strutturale che limitano il pieno riconoscimento delle università italiane nel panorama europeo. In particolare le performance relative alla qualità della docenza incontrano ancora ostacoli, anche a causa delle difficoltà nel reclutamento, nell'aggiornamento professionale del corpo docente e nella scarsità di investimenti in formazione. Il sistema fatica a offrire attrattività stabile per i docenti internazionali e stenta a promuovere dinamiche di crescita simili a quelle di altre realtà europee.
Altro elemento critico è dato dagli indicatori sull'occupabilità dei laureati. Nonostante alcuni atenei vantino miglioramenti nella reputazione presso i datori di lavoro - come il Politecnico di Milano e Roma Sapienza - il tasso di inserimento post-laurea e i livelli retributivi medi continuano a risultare inferiori rispetto alle principali economie europee. Questa dinamica si riflette altresì sulle scelte di mobilità in uscita, che negli ultimi anni hanno portato alla perdita di circa 100.000 laureati nella fascia 25-35 anni. Tale emorragia, sottolineata anche da fonti autorevoli come la Banca d'Italia, finisce per compromettere la produttività e la crescita interna.
Sul fronte della sostenibilità, intesa sia come impatto ambientale sia come responsabilità sociale e inclusione, i pochi casi di eccellenza - Padova e Bologna - sono bilanciati dal fatto che oltre trenta atenei vedono peggiorare le proprie performance su questi parametri nell'ultimo anno, sintomo di una strada ancora lunga per l'integrazione di politiche sistemiche a favore dello sviluppo sostenibile.
L'analisi delle università di medie dimensioni fornisce spunti preziosi su modelli alternativi di presenza accademica nel ranking europeo. Il confronto tra Camerino e Macerata, rappresentativo di questa categoria, mostra l'emergere di strategie differenziate tra vocazione scientifica e radicamento umanistico. Camerino si distingue piazzandosi attorno alla 475ª posizione, precedendo Macerata che si colloca oltre la 580ª. Il segreto del miglior posizionamento di Camerino è da ricercarsi nella forte propensione alla ricerca scientifica, testimoniata da un'elevata incidenza di citazioni per facoltà e dalla capacità di generare valore riconosciuto anche oltre i confini nazionali.
Macerata, con una spiccata attenzione per la didattica e le scienze umane, affronta limiti metodologici imposti dai criteri di valutazione QS, che tendono a privilegiare le discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica) rispetto agli ambiti culturali e formativi. Sul piano della reputazione accademica entrambe le università registrano esiti assai simili, pur rilevando differenze nel riscontro internazionale della produzione scientifica.
Entrambi gli atenei si muovono in una dimensione coerente con le proprie radici territoriali, traendo beneficio da reti di collaborazione e da una solida presenza regionale. Camerino riesce però a sfruttare con maggiore efficacia la spinta della propria ricerca, offrendo un esempio di come il rinnovamento possa generare visibilità anche in scala europea.
L'evoluzione demografica, la progettazione di percorsi innovativi e la valorizzazione dei talenti emergono come snodi strategici per il futuro delle università italiane. In un contesto segnato da un preoccupante calo della natalità e dalla riduzione progressiva della popolazione universitaria, il sistema rischia di trovarsi di fronte a una perdita di competitività globale senza precedenti. Secondo le stime accreditate, la fuga di cervelli continua a sottrarre al nostro Paese risorse decisive per la crescita e la produttività.
In questo scenario, sarà necessario implementare strategie di innovazione strutturale capaci di attrarre studenti e docenti internazionali. Altro punto chiave sarà la capacità di costruire ponte tra atenei e tessuto produttivo, favorendo l'ingresso dei laureati nel mondo del lavoro attraverso stage, tirocini e reti collaborative attive con le imprese. La valorizzazione dei talenti, infine, passa per investimenti mirati su borse di studio, dottorati e processi di trasferimento tecnologico, per evitare che le spinte innovative si disperdano a causa di politiche di sistema troppo timide.