Abbandonare l'università al primo anno è un fenomeno diffuso in Italia: tra numeri poco noti, differenze tra atenei, aree geografiche e cause profonde, analizziamo le strategie per invertire la tendenza
All’interno del sistema universitario italiano il fenomeno dell’abbandono degli studi rappresenta da anni una delle questioni più dibattute e documentate dagli organismi ufficiali preposti al monitoraggio della formazione superiore. La dispersione degli studenti, in particolare al primo anno di iscrizione, è il segnale evidente di fattori strutturali, culturali e orientativi che caratterizzano il nostro Paese.
Le statistiche più recenti segnalano una tendenza preoccupante che ritorna ciclicamente: la capacità degli atenei di attrarre nuove matricole è spesso accompagnata da un consistente numero di rinunce e abbandoni precoci. Questa dinamica è stata oggetto di numerosi rapporti, tra cui quello periodicamente diffuso dall’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca).
L’impatto di questa problematica non è solo individuale, ma investe anche il tessuto sociale ed economico nazionale, dal momento che la rappresenta uno degli asset strategici per la crescita della società italiana. Inoltre, la percentuale di chi lascia gli studi rappresenta un indicatore della capacità, o meno, degli atenei di offrire orientamento, supporto e percorsi in linea con le aspettative e i bisogni degli studenti.
Secondo i più recenti dati dell’ANVUR e del Ministero dell’Università e della Ricerca, i tassi di abbandono persistono su livelli significativi. Analizzando le statistiche diffuse nei rapporti riferiti agli ultimi anni accademici si evidenzia come, dopo il primo anno, il 13,5% degli immatricolati nelle università tradizionali decida di interrompere il percorso, mentre la quota cresce al 18,8% negli atenei telematici.
Questi valori risultano ancora più pertinenti se confrontati su base triennale: più di un quarto degli studenti (26,4%) che iniziano una laurea di primo livello non la porteranno mai a termine. L’ampiezza di questi numeri riflette una difficoltà strutturale a garantire accompagnamento e inclusione durante l’intero percorso accademico.
Il differenziale fra tradizionali e telematiche suggerisce la presenza di scelte non sempre in linea con le reali esigenze e capacità degli studenti, o con la capacità degli atenei di integrare efficacemente la didattica a distanza.
Un ulteriore elemento di riflessione è rappresentato dalla crescita delle iscrizioni: il record di oltre 2 milioni di iscritti raggiunto nell’a.a. 2024/25 non si è tradotto in un miglioramento nella permanenza degli studenti. Anzi, l’aumento delle immatricolazioni pone nuove sfide nella gestione delle aspettative studentesche e nella capacità degli atenei di offrire supporto personalizzato.
L’inizio degli studi universitari si conferma come la fase maggiormente esposta al rischio di abbandono. Ciò indica una fragilità strutturale che resiste anche alle iniziative tese a favorire la continuità del percorso accademico.
Tra i motivi individuati, vi è una non piena consapevolezza delle scelte formative. L’orientamento post-diploma rimane spesso carente, con conseguente incremento di iscrizioni non pienamente in linea con le aspirazioni personali e le reali predisposizioni. La mancata coerenza tra aspettative, contenuti e modalità degli studi universitari si rivela decisiva nell’indurre molti giovani a interrompere il percorso.
Secondo l’analisi del Ministero dell’Università e della Ricerca, è proprio nella prima fase post-iscrizione che si forma il destino accademico della maggioranza degli studenti. Chi supera con successo il primo anno vede statisticamente aumentare le proprie probabilità di laurea; viceversa, chi incontra difficoltà iniziali rischia di non riuscire a superare lo scoglio e si vede «espulso» precocemente dal sistema universitario.
Pertanto, la «soglia» del primo anno assume il valore di punto di selezione naturale all’interno dell’esperienza accademica nazionale.
L’analisi ufficiale individua diverse concause, spesso interdipendenti, alla base dell’alta dispersione registrata nelle università italiane. Ecco i fattori principali che contribuiscono al fenomeno:
Tra tutte le tipologie di percorso accademico, Medicina e Ingegneria rappresentano i poli più esposti alla dispersione secondo i più recenti studi di AlmaLaurea e altri enti certificatori.
Il percorso di Medicina e Chirurgia si distingue per la difficoltà legata non solo all’elevato numero di esami e all’obbligo di tirocinio, ma anche alle procedure di selezione che si concentrano nei primi mesi. L’introduzione recente del cosiddetto «Semestre Filtro» – in particolare nell’ateneo Federico II di Napoli – ha determinato un’ondata di rinunce ancor prima dell’avvio ufficiale del percorso, segnalando una gestione ancora da rifinire dei meccanismi di accesso e di permanenza. Ciò avviene nonostante l’incremento dei posti disponibili, che non basta a contenere l’abbandono iniziale.
Per quanto riguarda le diverse specializzazioni di Ingegneria, a incidere in modo significativo sono la difficoltà delle discipline di base (soprattutto matematica e fisica), il volume di studio richiesto e la selettività degli esami nei primi anni. Il caso emblematico del Politecnico di Torino mette in rilievo le criticità: solo il 32,12% degli studenti riesce a portare a termine nei tempi previsti il proprio percorso triennale più magistrale, valore tra i più bassi a livello nazionale. É proprio durante i primi cicli che si verifica la maggior parte degli abbandoni, come registrato anche da realtà come l’Università dell’Aquila, dove interventi tesi al rafforzamento del tutoraggio e dei laboratori hanno prodotto un evidente miglioramento.
Dati simili emergono anche per altri indirizzi particolarmente impegnativi: Architettura, Giurisprudenza, Matematica e Fisica si collocano tra le discipline universitarie con i più alti tassi di studenti fuori corso e rinunce precoci. Ogni percorso accademico, tuttavia, racconta una storia specifica all’interno della complessa mappa universitaria nazionale.
Le disparità nei tassi di abbandono tra atenei tradizionali e telematici sono ormai certificate dai dati del Ministero e dei principali enti di ricerca. Gli istituti online, sebbene in crescita esponenziale per iscritti (+158% dal 2018/19 al 2024/25), presentano un tasso di abbandono superiore, in media, di oltre 5 punti percentuali rispetto alle università in presenza.
Tra le ragioni principali di tale scarto si possono individuare:
Le disuguaglianze geografiche, storiche nel panorama universitario nazionale, continuano a incidere sull’andamento degli abbandoni. Il Sud Italia registra infatti una contrazione degli iscritti in quasi metà degli atenei, mentre il Nord mostra una crescita marcata. L’esodo di studenti meridionali verso università centro-settentrionali è un fenomeno consolidato: quasi la metà degli iscritti a una magistrale nel Mezzogiorno prosegue altrove, mentre la permanenza nelle regioni settentrionali supera il 70%.
Questo squilibrio territoriale si riflette nell’accesso alle risorse, nella qualità delle strutture e nella disponibilità di servizi aggiuntivi come tutoraggi e orientamento, accentuando il rischio di dispersione nei contesti meno serviti.
Quanto alle differenze di genere, sebbene le donne rappresentino la maggioranza degli iscritti (oltre 1,15 milioni contro 873.000 uomini), il tasso di abbandono al primo anno risulta sostanzialmente simile tra i due sessi. Le dinamiche di permanenza non variano significativamente, nonostante la prevalenza femminile in termini di partecipazione. Tuttavia, persistono divari in merito alle carriere accademiche e alle posizioni apicali, come documentato anche dai dati MUR e ANVUR, che continuano a fotografare una scarsa presenza femminile tra professori ordinari e rettori.
Contrastare il fenomeno dell’abbandono richiede l’adozione di strategie integrate e mirate, che coinvolgano studenti, atenei e sistema Paese. Alcune delle buone pratiche che hanno mostrato risultati positivi includono:
Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...