La vicenda degli 81 licenziamenti su 177 impiegati mette in evidenza questioni che riguardano l'intero sistema industriale italiano, dalla gestione delle crisi aziendali, al rapporto tra multinazionali e territori, alla salvaguardia delle competenze strategiche. Si apre il confronto tra azienda e sindacati.
Una notizia che pesa come un macigno sul settore delle telecomunicazioni italiane: 81 lavoratori su 177 hanno ricevuto la comunicazione del licenziamento collettivo da una multinazionale cinese attiva nel nostro Paese. Una decisione arrivata, secondo i dipendenti, senza alcun preavviso e che solleva più di un interrogativo sulle modalità e sulle ragioni della scelta. Vediamo chi è l'azienda coinvolta e, soprattutto, quali sono i cinque punti che, secondo i lavoratori, non tornano.
Si tratta di uno dei fornitori tecnologici di reti e apparecchiature per le telecomunicazioni leader di settore. Un gruppo ben noto nei territori asiatici, che negli ultimi decenni ha esteso la propria presenza in tutto il mondo, costruendo un'infrastruttura industriale e commerciale di dimensioni globali.
Anche l'Italia è stata uno dei mercati in cui la società ha trovato espressione. Nel nostro Paese l'azienda ha avuto un ruolo di primo piano nel 2017, quando si è occupata di gestire la fusione fra Wind e 3, una delle operazioni più rilevanti del comparto telefonico nazionale degli ultimi anni. Un'attività che ha consolidato la sua reputazione tra gli operatori e che ha richiesto competenze tecniche elevate, maturate da ingegneri e specialisti di rete presenti sul territorio.
Proprio per questo la notizia dei licenziamenti in tronco ha colpito con forza: a essere coinvolte sono figure che, negli anni, hanno contribuito alla crescita e al radicamento dell'azienda in Italia.
L'11 settembre è arrivata la comunicazione che ha cambiato lo scenario. Gli esuberi dichiarati sono 81, a fronte di una forza lavoro complessiva di 177 persone. Contestualmente, l'azienda ha annunciato la chiusura di quattro sedi su sette e l'eliminazione dello smart working.
Sul fronte sindacale, la Slc Cgil ha denunciato la situazione, parlando di tensioni geopolitiche e margini ridotti che, a suo giudizio, vengono scaricati sui lavoratori. Ma sono soprattutto i dipendenti a evidenziare una serie di elementi che, nella loro lettura, rendono la decisione poco comprensibile:
Il primo elemento che i lavoratori contestano riguarda la distribuzione dei tagli. Tutti gli 81 esuberi sono concentrati nell'ingegneria e nella produzione tecnica, mentre terminali, sales e presales non vengono toccati. A restare al loro posto, inoltre, sono 24 dirigenti.
Per i dipendenti non si tratta di una coincidenza. Uno di loro parla apertamente di una scelta strategica e sostiene che l'azienda venga "spogliata di tutte le sue competenze". In altre parole, la sensazione è che si stia smantellando proprio la parte più qualificata e operativa della struttura italiana, quella che garantisce il know-how e la capacità di intervento sulle reti, lasciando in piedi le funzioni commerciali e di vertice.
Il secondo punto riguarda la portata del provvedimento. Gli 81 licenziamenti su 177 rappresentano circa il 46% della forza lavoro, una percentuale decisamente superiore a quella di un tipico piano di uscita aziendale.
Di norma, le ristrutturazioni coinvolgono quote più contenute del personale e prevedono percorsi graduali, incentivi all'esodo o ammortizzatori sociali concordati. Qui, invece, il taglio è netto e investe quasi un lavoratore su due. Un dato che, a detta dei dipendenti, non era assolutamente atteso e che cambia radicalmente il futuro professionale di decine di famiglie.
Il terzo elemento di tensione è legato alla mancanza di comunicazioni preventive. Un dipendente ammette che il calo di lavoro si percepiva da tempo, ma sottolinea un aspetto fondamentale: l'azienda non aveva mai dichiarato formalmente alcuna difficoltà.
C'è di più. Secondo la testimonianza, fino a questo momento nessun dipendente italiano aveva subito modifiche al proprio rapporto di lavoro. Il passaggio da una situazione di apparente normalità a un piano di licenziamenti così esteso, senza fasi intermedie, è ciò che alimenta la sensazione di spiazzamento e la contestazione sulle modalità scelte. Da qui nasce la definizione di licenziamenti arrivati "senza preavviso".
Il quarto punto riguarda l'assetto territoriale dell'azienda. Delle sette sedi italiane, quattro chiudono: Padova, Catanzaro, Casalecchio Meridiana e Bari. Restano operative soltanto Milano, Roma e Napoli.
A questo si aggiunge l'eliminazione dello smart working, una scelta che incide in modo pesante sulla vita di chi dovrebbe restare. Le parole di un lavoratore sono chiare: "o ci si trasferisce o si è costretti a cambiare lavoro". Chi non rientra tra gli esuberi rischia dunque di dover cambiare città, con tutte le conseguenze personali, familiari ed economiche del caso. In pratica, anche per chi mantiene l'impiego, il futuro si presenta incerto e carico di sacrifici.
L'ultimo punto è forse il più amaro e si traduce in una domanda semplice: come mai una multinazionale di queste dimensioni non riesce a gestire un periodo difficile in una sola parte dell'azienda?
I dipendenti non riescono a spiegarsi perché un gruppo di livello mondiale non possa assorbire una fase critica di un singolo comparto senza ricorrere a tagli così drastici. La Slc Cgil offre una chiave di lettura: tensioni geopolitiche e margini ridotti che finiscono, ancora una volta, per essere fatti pagare ai lavoratori. Una dinamica che, secondo il sindacato, non è accettabile e che richiede un confronto immediato.
Dopo l'annuncio, si apre la fase del confronto tra azienda e sindacati. Come previsto dalla normativa sui licenziamenti collettivi, sono attese le procedure di consultazione e gli incontri per verificare la possibilità di ridurre il numero degli esuberi o di individuare strumenti di mitigazione, come ammortizzatori sociali, ricollocazione o incentivi.
I lavoratori chiedono trasparenza sui criteri di scelta, che appaiono concentrati su un'unica area professionale, e rassicurazioni sul futuro delle sedi coinvolte. La Slc Cgil ha già manifestato la propria contrarietà e si prepara a difendere i posti di lavoro al tavolo delle trattative.
La vicenda degli 81 licenziamenti su 177 impiegati mette in evidenza questioni che riguardano l'intero sistema industriale italiano: la gestione delle crisi aziendali, il rapporto tra multinazionali e territori, la salvaguardia delle competenze strategiche. I cinque punti sollevati dai dipendenti, ovvero tagli concentrati sulla parte tecnica, una percentuale altissima di esuberi, l'assenza di segnali ufficiali, le chiusure con stop allo smart working e il peso della crisi scaricato sui lavoratori, delineano un quadro che merita attenzione e risposte chiare.
Resta da vedere se il confronto in arrivo porterà a una revisione del piano o se per decine di professionisti si aprirà una stagione di incertezza. Di certo, la partita è appena cominciata e riguarda non solo i diretti interessati, ma l'intero comparto delle telecomunicazioni in Italia.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...