Mancata tutela, isolamento crescente, rischio salute psichica e professionale: questi sono i pericoli reali e spesso sottovalutati per chi subisce comportamenti vessatori negli enti pubblici. Oggi nessuna amministrazione locale o centrale può dirsi immune da queste dinamiche. Riconoscere in tempo i segnali, comprendere quando si superano i limiti della normale gestione gerarchica ed evitare che le vittime si sentano sole è una responsabilità concreta di chi lavora per il benessere delle organizzazioni.
Statistiche recenti mostrano che nei comparti pubblici l’insorgenza di episodi di emarginazione, dequalificazione o stress lavorativo correlato sta aumentando, anche a causa della complessità delle relazioni professionali, alle resistenze organizzative e ai cambi di vertice. Il mobbing, e la sua variante più subdola, lo straining, non sono fenomeni episodici né facilmente riconoscibili: errori di valutazione o sottostima dei segnali iniziali rischiano di cronicizzare il disagio e generare danni di difficile rimedio.
Serve una cultura della prevenzione e della protezione, aggiornata sulle indicazioni normative, giurisprudenziali e organizzative, per offrire alle persone nella pubblica amministrazione la certezza che nessun sopruso possa restare impunito. Soltanto la combinazione di competenza giuridica, strumenti di tutela concreti e attenzione ai valori della dignità e della salute è in grado di modificare l’approccio tradizionale e contrastare la piaga del mobbing negli ambienti istituzionali.
Quando si configura il mobbing nella Pubblica Amministrazione: criteri, differenze legali e responsabilità
Definire i confini tra gestione lecita dei rapporti di lavoro e veri comportamenti mobbizzanti rappresenta una delle sfide tecniche e giuridiche più complesse per chi si occupa di tutela del personale pubblico. La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 3103/2026, ha fatto chiarezza su aspetti determinanti per individuare condizioni e responsabilità: in particolare, quando i comportamenti sono frutto di un disegno persecutorio e non rispondono ad alcun interesse dell’ente, il dirigente ne risponde personalmente.
La definizione giuridica di mobbing impone il rispetto di specifici criteri:
- Plurime condotte reiterate nel tempo, non singoli episodi isolati;
- Intenzionalità persecutoria del comportamento;
- Finalità di emarginare professionalmente e personalmente il dipendente;
- Lesione effettiva della dignità o della salute psico-fisica;
- Nesso causale tra comportamenti reiterati e disagio o danno sofferto dalla vittima.
Sotto il profilo delle fonti normative,
l’art. 2087 del Codice Civile obbliga ogni datore di lavoro, anche pubblico, a garantire l’integrità fisica e morale dei lavoratori. Nella giurisprudenza, tuttavia, si è progressivamente distinto tra responsabilità dell’ente e responsabilità individuale del dirigente, sulla base della
finalità degli atti compiuti. Se i provvedimenti oggetto di denuncia sono:
- motivabili in termini di interesse organizzativo o pubblico;
- adottati secondo le norme interne e le procedure vigenti;
- privi di sistematicità o intenzionalità vessatoria,
la responsabilità personale viene esclusa. Il discrimine, secondo la Cassazione, scatta invece quando il dirigente agisce per finalità personali:
“risponde personalmente delle condotte vessatorie quando queste sono motivate da finalità egoistiche e non riconducibili agli interessi dell’amministrazione”.
Il caso giurisprudenziale del 2026 ha ridefinito le ipotesi di responsabilità:
- Se l’ente ha agito con diligenza e adottato tutte le misure di tutela ragionevoli, è esente da responsabilità;
- Il dirigente che adossi un intento personale perde la “copertura” della funzione e risponde ex art. 2043 c.c. (responsabilità extracontrattuale);
- Il giudice può riqualificare la domanda senza modificare la causa petendi se emergono elementi di illiceità soggettiva.
Mobbing e straining: va ricordato che la differenza risiede nella sistematicità e nell’intenzionalità. Mentre
il mobbing sul lavoro è la risultante di “
una pluralità sistematica di comportamenti ostili caratterizzati da un intento persecutorio”, lo straining è integrato anche da comportamenti singoli, purché idonei a causare
stress lavorativo oggettivamente rilevante, senza la necessaria ripetitività. Le
condotte che configurano mobbing tipiche includono: esautoramento professionale, progressiva riduzione dei compiti, isolamento sociale, mancato reintegro nelle funzioni, e avvio di procedimenti disciplinari strumentali.
| Tabella riepilogativa: differenze chiave |
| Elemento |
Mobbing |
Straining |
| Sistematicità |
Obbligatoria |
Non obbligatoria |
| Intento persecutorio |
Essenziale |
Non richiesto |
| Danno alla salute |
Quasi sempre presente |
Anche moderato |
| Pluralità di atti |
Sì |
Possibile anche solo uno |
Gli strumenti normativi di prevenzione e contrasto, sia a livello europeo che nazionale, hanno imposto ai datori di lavoro pubblici obblighi precisi: valutazione e gestione dei rischi psicosociali (Dlgs 81/2008), istituzione di organismi di tutela come il Consigliere di Fiducia, attivazione di sportelli di ascolto e adozione di regolamenti specifici. Tali presidi si affiancano ai sistemi sanzionatori civili, penali e disciplinari propri delle pubbliche amministrazioni.
La riflessione centrale emersa nella recente giurisprudenza può essere così riassunta: la tutela del dipendente pubblico non si esaurisce nelle azioni risarcitorie, ma richiede una gestione proattiva e integrata del rischio lavorativo, valorizzando l’obiettivo di un ambiente di lavoro sano, imparziale e rispettoso, in cui l’esercizio del potere organizzativo deve essere costantemente improntato a trasparenza e rispetto dei diritti personali.
Come difendersi dal mobbing nella PA: strumenti concreti, errori da evitare e best practice
Chi si trova in situazioni di prevaricazione sistematica negli ambienti locali e statali deve agire informato, utilizzando tutti gli strumenti messi a disposizione dall’ordinamento e dai modelli organizzativi più avanzati.
Strategie di autodifesa e prevenzione del danno:
- Raccolta sistematica di prove: conservare comunicazioni, ordini di servizio, atti amministrativi, testimonianze di colleghi;
- Richiesta di accesso agli atti: esercitare il diritto di conoscere la documentazione relativa ai cambiamenti di incarico o alle procedure disciplinari avviate;
- Consultazione dei referenti interni: coinvolgere il responsabile per la prevenzione della corruzione, il medico competente, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza;
- Attivazione dello sportello di ascolto o di supporto psicologico laddove presente;
- Richiesta formale di intervento della Consigliera/e di Fiducia: una figura prevista sia dalla normativa europea sia nazionale, autonoma e imparziale, che garantisce assistenza e mediazione in casi di conflitto relazionale e discriminazione.
Il ricorso alla
Consigliera/e di Fiducia costituisce uno dei punti di forza dei nuovi sistemi di prevenzione. Questo organismo:
- è accessibile senza formalità e garantisce riservatezza assoluta;
- non introduce nuovi livelli burocratici e non sostituisce le normali procedure disciplinari;
- interviene per facilitare l’ascolto, promuovere la mediazione e prevenire l’escalation dei conflitti.
Procedure legali e tutele giurisdizionali:
- Presentazione di ricorso civile per il risarcimento danni da comportamento illecito del dirigente;
- Intervento delle organizzazioni sindacali a supporto della vertenza;
- Richiesta di ispezione da parte dell’Ispettorato per la Funzione Pubblica;
- Possibilità di denunciare comportamenti penalmente rilevanti (ad es. minacce, discriminazioni gravi o molestie) alle autorità giudiziarie.
Errori da evitare, sulla base dell’esperienza delle vittime e degli operatori:
- Sottovalutare la gravità delle condotte iniziali, attendendo troppo tempo prima di agire;
- Limitarsi a segnalazioni informali prive di valore probatorio;
- Non acquisire documentazione adeguata;
- Lasciare che il disagio si trasformi in cronicità, compromettendo salute e capacità di reazione;
- Confrontarsi esclusivamente con soggetti non competenti in materia giuridica e organizzativa.
Best practice adottate nelle amministrazioni d’avanguardia:
- Istituzione tempestiva della Consigliera/e di Fiducia;
- Diffusione del regolamento interno contro mobbing, straining e molestie;
- Sensibilizzazione costante del personale su rischi, diritti e doveri;
- Collaborazione permanente con avvocati esperti in diritto del lavoro pubblico;
- Promozione di formazione specifica su conflitto lavorativo, gestione dello stress e comunicazione efficace;
- Monitoraggio periodico dei climi organizzativi e analisi dei casi segnalati;
- Attivazione di servizi di ascolto e consulenza psicologica per la gestione tempestiva dei disagi.
Risulta chiaro che la
difesa efficace dalla prevaricazione sistematica negli ambienti di lavoro pubblici necessita di percorsi strutturati: dalla prevenzione organizzativa e documentale, all’assistenza psicologica, alla tutela legale, sino ai profili di risarcimento del danno. In tale ottica, le sentenze recenti spostano l’attenzione dal mero risarcimento postumo alla necessità di ridurre i rischi di isolamento e disagio tramite reti, procedure trasparenti e strumenti accessibili a tutti i dipendenti.
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La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...