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Mobbing nella PA contro dipendenti locali e statali: quando scatta, a che condizioni e come difendersi

di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Il mobbing nella Pubblica Amministrazione rappresenta un fenomeno complesso che colpisce dipendenti locali e statali. Quali sono i criteri di riconoscimento, le responsabilità e le strategie più efficaci per tutelarsi

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Mancata tutela, isolamento crescente, rischio salute psichica e professionale: questi sono i pericoli reali e spesso sottovalutati per chi subisce comportamenti vessatori negli enti pubblici. Oggi nessuna amministrazione locale o centrale può dirsi immune da queste dinamiche. Riconoscere in tempo i segnali, comprendere quando si superano i limiti della normale gestione gerarchica ed evitare che le vittime si sentano sole è una responsabilità concreta di chi lavora per il benessere delle organizzazioni.

Statistiche recenti mostrano che nei comparti pubblici l’insorgenza di episodi di emarginazione, dequalificazione o stress lavorativo correlato sta aumentando, anche a causa della complessità delle relazioni professionali, alle resistenze organizzative e ai cambi di vertice. Il mobbing, e la sua variante più subdola, lo straining, non sono fenomeni episodici né facilmente riconoscibili: errori di valutazione o sottostima dei segnali iniziali rischiano di cronicizzare il disagio e generare danni di difficile rimedio.

Serve una cultura della prevenzione e della protezione, aggiornata sulle indicazioni normative, giurisprudenziali e organizzative, per offrire alle persone nella pubblica amministrazione la certezza che nessun sopruso possa restare impunito. Soltanto la combinazione di competenza giuridica, strumenti di tutela concreti e attenzione ai valori della dignità e della salute è in grado di modificare l’approccio tradizionale e contrastare la piaga del mobbing negli ambienti istituzionali.

Quando si configura il mobbing nella Pubblica Amministrazione: criteri, differenze legali e responsabilità

Definire i confini tra gestione lecita dei rapporti di lavoro e veri comportamenti mobbizzanti rappresenta una delle sfide tecniche e giuridiche più complesse per chi si occupa di tutela del personale pubblico. La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 3103/2026, ha fatto chiarezza su aspetti determinanti per individuare condizioni e responsabilità: in particolare, quando i comportamenti sono frutto di un disegno persecutorio e non rispondono ad alcun interesse dell’ente, il dirigente ne risponde personalmente.

La definizione giuridica di mobbing impone il rispetto di specifici criteri:

  • Plurime condotte reiterate nel tempo, non singoli episodi isolati;
  • Intenzionalità persecutoria del comportamento;
  • Finalità di emarginare professionalmente e personalmente il dipendente;
  • Lesione effettiva della dignità o della salute psico-fisica;
  • Nesso causale tra comportamenti reiterati e disagio o danno sofferto dalla vittima.
Sotto il profilo delle fonti normative, l’art. 2087 del Codice Civile obbliga ogni datore di lavoro, anche pubblico, a garantire l’integrità fisica e morale dei lavoratori. Nella giurisprudenza, tuttavia, si è progressivamente distinto tra responsabilità dell’ente e responsabilità individuale del dirigente, sulla base della finalità degli atti compiuti. Se i provvedimenti oggetto di denuncia sono:
  • motivabili in termini di interesse organizzativo o pubblico;
  • adottati secondo le norme interne e le procedure vigenti;
  • privi di sistematicità o intenzionalità vessatoria,
la responsabilità personale viene esclusa. Il discrimine, secondo la Cassazione, scatta invece quando il dirigente agisce per finalità personali: “risponde personalmente delle condotte vessatorie quando queste sono motivate da finalità egoistiche e non riconducibili agli interessi dell’amministrazione”.

Il caso giurisprudenziale del 2026 ha ridefinito le ipotesi di responsabilità:

  • Se l’ente ha agito con diligenza e adottato tutte le misure di tutela ragionevoli, è esente da responsabilità;
  • Il dirigente che adossi un intento personale perde la “copertura” della funzione e risponde ex art. 2043 c.c. (responsabilità extracontrattuale);
  • Il giudice può riqualificare la domanda senza modificare la causa petendi se emergono elementi di illiceità soggettiva.
Mobbing e straining: va ricordato che la differenza risiede nella sistematicità e nell’intenzionalità. Mentre il mobbing sul lavoro è la risultante di “una pluralità sistematica di comportamenti ostili caratterizzati da un intento persecutorio”, lo straining è integrato anche da comportamenti singoli, purché idonei a causare stress lavorativo oggettivamente rilevante, senza la necessaria ripetitività. Le condotte che configurano mobbing tipiche includono: esautoramento professionale, progressiva riduzione dei compiti, isolamento sociale, mancato reintegro nelle funzioni, e avvio di procedimenti disciplinari strumentali.
Tabella riepilogativa: differenze chiave
Elemento Mobbing Straining
Sistematicità Obbligatoria Non obbligatoria
Intento persecutorio Essenziale Non richiesto
Danno alla salute Quasi sempre presente Anche moderato
Pluralità di atti Possibile anche solo uno

Gli strumenti normativi di prevenzione e contrasto, sia a livello europeo che nazionale, hanno imposto ai datori di lavoro pubblici obblighi precisi: valutazione e gestione dei rischi psicosociali (Dlgs 81/2008), istituzione di organismi di tutela come il Consigliere di Fiducia, attivazione di sportelli di ascolto e adozione di regolamenti specifici. Tali presidi si affiancano ai sistemi sanzionatori civili, penali e disciplinari propri delle pubbliche amministrazioni.

La riflessione centrale emersa nella recente giurisprudenza può essere così riassunta: la tutela del dipendente pubblico non si esaurisce nelle azioni risarcitorie, ma richiede una gestione proattiva e integrata del rischio lavorativo, valorizzando l’obiettivo di un ambiente di lavoro sano, imparziale e rispettoso, in cui l’esercizio del potere organizzativo deve essere costantemente improntato a trasparenza e rispetto dei diritti personali.

Come difendersi dal mobbing nella PA: strumenti concreti, errori da evitare e best practice

Chi si trova in situazioni di prevaricazione sistematica negli ambienti locali e statali deve agire informato, utilizzando tutti gli strumenti messi a disposizione dall’ordinamento e dai modelli organizzativi più avanzati.

Strategie di autodifesa e prevenzione del danno:

  • Raccolta sistematica di prove: conservare comunicazioni, ordini di servizio, atti amministrativi, testimonianze di colleghi;
  • Richiesta di accesso agli atti: esercitare il diritto di conoscere la documentazione relativa ai cambiamenti di incarico o alle procedure disciplinari avviate;
  • Consultazione dei referenti interni: coinvolgere il responsabile per la prevenzione della corruzione, il medico competente, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza;
  • Attivazione dello sportello di ascolto o di supporto psicologico laddove presente;
  • Richiesta formale di intervento della Consigliera/e di Fiducia: una figura prevista sia dalla normativa europea sia nazionale, autonoma e imparziale, che garantisce assistenza e mediazione in casi di conflitto relazionale e discriminazione.
Il ricorso alla Consigliera/e di Fiducia costituisce uno dei punti di forza dei nuovi sistemi di prevenzione. Questo organismo:
  • è accessibile senza formalità e garantisce riservatezza assoluta;
  • non introduce nuovi livelli burocratici e non sostituisce le normali procedure disciplinari;
  • interviene per facilitare l’ascolto, promuovere la mediazione e prevenire l’escalation dei conflitti.
Procedure legali e tutele giurisdizionali:
  • Presentazione di ricorso civile per il risarcimento danni da comportamento illecito del dirigente;
  • Intervento delle organizzazioni sindacali a supporto della vertenza;
  • Richiesta di ispezione da parte dell’Ispettorato per la Funzione Pubblica;
  • Possibilità di denunciare comportamenti penalmente rilevanti (ad es. minacce, discriminazioni gravi o molestie) alle autorità giudiziarie.
Errori da evitare, sulla base dell’esperienza delle vittime e degli operatori:
  • Sottovalutare la gravità delle condotte iniziali, attendendo troppo tempo prima di agire;
  • Limitarsi a segnalazioni informali prive di valore probatorio;
  • Non acquisire documentazione adeguata;
  • Lasciare che il disagio si trasformi in cronicità, compromettendo salute e capacità di reazione;
  • Confrontarsi esclusivamente con soggetti non competenti in materia giuridica e organizzativa.
Best practice adottate nelle amministrazioni d’avanguardia:
  • Istituzione tempestiva della Consigliera/e di Fiducia;
  • Diffusione del regolamento interno contro mobbing, straining e molestie;
  • Sensibilizzazione costante del personale su rischi, diritti e doveri;
  • Collaborazione permanente con avvocati esperti in diritto del lavoro pubblico;
  • Promozione di formazione specifica su conflitto lavorativo, gestione dello stress e comunicazione efficace;
  • Monitoraggio periodico dei climi organizzativi e analisi dei casi segnalati;
  • Attivazione di servizi di ascolto e consulenza psicologica per la gestione tempestiva dei disagi.
Risulta chiaro che la difesa efficace dalla prevaricazione sistematica negli ambienti di lavoro pubblici necessita di percorsi strutturati: dalla prevenzione organizzativa e documentale, all’assistenza psicologica, alla tutela legale, sino ai profili di risarcimento del danno. In tale ottica, le sentenze recenti spostano l’attenzione dal mero risarcimento postumo alla necessità di ridurre i rischi di isolamento e disagio tramite reti, procedure trasparenti e strumenti accessibili a tutti i dipendenti.




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Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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