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Niscemi e il problema degli abusi edilizi: una analisi storica-economica e le possibili soluzioni

di Marcello Tansini pubblicato il
Analisi storico economica

A Niscemi l'abusivismo edilizio si intreccia con storia, dinamiche economiche, rischi naturali e carenze normative, generando impatti devastanti su territorio, economia, sicurezza e coesione.

La frana che ha colpito Niscemi rappresenta un evento che travalica il semplice episodio di emergenza e mette sotto la lente questioni radicate: abusi edilizi diffusi, inadeguatezze della pianificazione urbanistica, mancanza di prevenzione strutturale.

Oltre 1.500 persone sfollate, infrastrutture bloccate e servizi essenziali interrotti non sono solo la conseguenza di un fenomeno geologico, ma il risultato di decenni di scelte - politiche, economiche e normative - che hanno compromesso la sicurezza e la qualità della vita sul territorio.

Abusi edilizi a Niscemi: storia e struttura di un fenomeno

Il fenomeno delle costruzioni irregolari in Sicilia, e in particolare nella città nissena, affonda le proprie radici in pratiche consolidate, alimentate sia da esigenze abitative sia da dinamiche speculative. Niscemi vanta una storia urbana antica, segnata da stratificazioni che attraversano civiltà e secoli: tuttavia, la pianificazione razionale delle epoche passate si è progressivamente allentata, lasciando spazio a un insieme di interventi spesso realizzati senza i necessari titoli abilitativi o in deroga rispetto ai vincoli normativi:

  • Edilizia senza controllo: nelle fasi di espansione urbana, soprattutto dal secondo dopoguerra a oggi, si sono moltiplicate case, ampliamenti e cambi di destinazione d'uso fuori dai piani regolatori, spesso anche in aree vincolate o esposte al rischio idrogeologico.
  • Condoni e sanatorie ripetute: l'Italia ha conosciuto almeno tre grandi campagne di sanatoria (1985, 1994, 2003), pensate come strumenti eccezionali e temporanei, che però sono diventate, nella prassi amministrativa e sociale, un incentivo implicito a continuare nell'abuso, rassicurati dalla prospettiva di regolarizzazione futura.
  • Ampliamenti e sopraelevazioni fuori norma: la consuetudine di incrementare volumetrie preesistenti, spesso senza il rispetto dei parametri sismici e delle distanze, ha generato un patrimonio edilizio non solo irregolare, ma anche vulnerabile sotto il profilo strutturale.
Non va trascurato il peso delle rendite derivanti dall'illegalità tollerata: immobili realizzati o regolarizzati a posteriori hanno acquistato valore sul mercato, generando meccanismi speculativi che hanno favorito la diffusione del fenomeno. Gli effetti sono una crescita urbana disorganizzata, carente di spazi pubblici e infrastrutture adeguate, e un aggravio delle condizioni di rischio e insicurezza per l'intera collettività.

Il contesto tra rischio naturale e responsabilità umane

Il dissesto idrogeologico di Niscemi non è né casuale né imprevisto. L'area è classificata come ad alto rischio, a causa di una successione di strati sabbiosi e argillosi che favorisce l'instabilità delle pendici:

  • Stratigrafia fragile: le sabbie sovrastano le argille impermeabili, predisponendo il terreno a movimenti franosi, soprattutto dopo forti piogge o errori nella gestione delle acque meteoriche.
  • Pressione edilizia ai margini dell'abitato: costruire troppo vicino al bordo dei costoni aumenta il rischio di cedimento, scaricando un peso insostenibile su un substrato già precario.
  • Reti di drenaggio inadatte: le carenze dei sistemi di canalizzazione accentuano l'infiltrazione d'acqua, l'erosione superficiale e innescano processi franosi anche in presenza di precipitazioni non straordinarie (la frana del 1997 si verificò con piogge doppie rispetto a oggi, ma l'evento attuale si è scatenato anche con piogge moderate).
L'accelerazione dovuta alla crisi climatica e la maggiore frequenza di eventi estremi hanno reso ancora più instabile un equilibrio già compromesso. Tale fragilità, però, non esenta dall'analisi delle responsabilità umane. Come sottolineato da esperti e protezione civile, la mancata manutenzione e il dilagare di edilizia irregolare rappresentano fattori aggravanti rispetto alle pur determinanti condizioni naturali.

Conseguenze degli abusi: crisi umanitaria, costi e danni

L'emergenza generata dal cedimento del fronte collinare ha prodotto effetti a catena su livelli molteplici:

  • Sfollamento di massa: oltre 1.500 abitanti costretti ad abbandonare le proprie case, con impatti drammatici su nuclei familiari, attività economiche locali e coesione sociale.
  • Interruzione di servizi e isolamento: scuole chiuse, viabilità compromessa, difficoltà nell'accesso ai servizi sanitari e logistici; l'intervento dell'Esercito si è reso necessario per garantire la mobilità e sostenere l'economia locale.
  • Patrimonio edilizio e storico compromesso: edifici, molti dei quali costruiti senza piena conformità alle norme, sono ora a rischio crollo. Anche il tessuto urbano storico risulta esposto, aggravando la perdita di identità e memoria collettiva.
Sul piano economico, la stima dei danni supera il miliardo e mezzo di euro per la Sicilia, mentre alle risorse disponibili per la ricostruzione si sommano le limitazioni derivanti dai vincoli di spesa nazionale e dal debito pubblico.

In termini ambientali, la perdita irreversibile di porzioni di suolo, l'erosione, e la modifica del paesaggio accentuano la desertificazione di alcune aree, mettendo anche a rischio la continuità di filiere agricole e turistiche.

Sanatorie, controlli assenti e distorsioni normative

Il quadro normativo e amministrativo italiano, storicamente segnato da una pluralità di deroghe e sanatorie, ha contribuito a rendere sistemica l'illegalità. Gli strumenti legislativi messi in campo per regolarizzare situazioni pregresse, seppur motivati spesso da ragioni di equità sociale, hanno finito per incentivare condotte elusive e per alimentare la percezione di impunità:

  • Condono edilizio e silenzio-assenso: i condoni nazionali hanno portato alla regolarizzazione ex post di migliaia di abitazioni e attività economiche, anche dove sarebbero dovuti prevalere vincoli paesaggistici o idrogeologici.
  • Scarso numero di demolizioni: dati ufficiali mostrano un'esecuzione minima delle demolizioni ordinate dalle procure e dagli uffici tecnici comunali. L'acquisizione al patrimonio pubblico degli immobili abusivi resta l'eccezione, non la regola.
  • Carenza di personale e tecniche burocratiche: nei comuni a maggiore rischio, la carenza di risorse umane e la complessità delle pratiche hanno ostacolato l'applicazione effettiva delle normative.
  • Interpretazioni creative delle norme: le deroghe locali, le prassi viziate e l'assenza di controlli reali hanno permesso che cambi di destinazione d'uso, ampliamenti temporanei e altre forme di illegalità diventassero consuetudini difficili da contrastare.
L'insieme di questi fattori produce effetti visibili: un tessuto urbano disordinato, una sostanziale distorsione delle regole della concorrenza, una perdita di credibilità degli enti pubblici e una crescente distanza tra cittadini e Stato sul piano della legalità percepita.

Il legame tra abusi edilizi, speculazione economica e politica

Dietro la proliferazione delle costruzioni irregolari, si celano interessi economici di breve termine che trovano terreno fertile nella carenza di una pianificazione urbanistica coerente e nella debolezza degli strumenti di controllo:

  • Aumento del valore immobiliare: la crescita del volume edificato, anche fuori norma, genera rendite per i proprietari, acuendo la sperequazione tra centro e periferie e lasciando sprovvista la collettività delle dotazioni di servizi pubblici (scuole, spazi pubblici, infrastrutture).
  • Densificazione e bonus volumetrici: le politiche hanno favorito l'incremento delle volumetrie tramite meccanismi di premialità edilizia, spesso in conflitto con i regolamenti sulle distanze e la sicurezza statica. Questa tendenza, giustificata dalla necessità di efficientamento energetico e antisismico, è sfuggita al controllo della pianificazione pubblica, spostando sul comparto privato i benefici immediati e lasciando alla collettività i costi ambientali e sociali.
  • Pianificazione a posteriori: i comuni, obbligati per legge all'adozione di nuovi strumenti urbanistici, hanno spesso formalizzato situazioni di fatto già consolidate dall'abuso, anziché indirizzare lo sviluppo verso criteri di sicurezza e sostenibilità.
L'esperienza di Niscemi mostra come la debolezza regolatoria consenta operazioni speculative che, lungi dal generare vera innovazione urbana, creano invece squilibri e vulnerabilità strutturali, spostando il rischio dal privato al pubblico attraverso successive richieste di fondi emergenziali e interventi di ricollocazione.

Prevenzione, ricostruzione e strategie sostenibili

Qualunque intervento post-disastro che si limiti all'emergenza e alla ricostruzione senza affrontare le cause profonde, condanna il territorio alla ripetizione del ciclo danni-spese-emergenze. Si rendono necessari cambiamenti profondi:

  • Pianificazione preventiva e coordinata: l'applicazione rigorosa dei piani di assetto idrogeologico, la revisione delle pratiche urbanistiche e la sottoposizione a valutazione tecnica e ambientale delle nuove costruzioni rappresentano strumenti indispensabili quegli investimenti che rallentano nell'ordinario ma si accavallano nelle emergenze.
  • Monitoraggio e manutenzione attiva: la tecnologia (radar terrestri, satelliti, rilievi) consente oggi il controllo continuo dei movimenti franosi e della stabilità del versante, che va però accompagnato dal censimento delle situazioni a rischio e dalla pronta attivazione di procedure di messa in sicurezza.
  • Legislazione chiara e condanna degli abusi: la fine dell'alibi delle deroghe e delle sanatorie, insieme a un efficace sistema di sanzioni, deve diventare parte integrante di una cultura amministrativa improntata alla legalità.
  • Riqualificazione con criteri antisismici ed energetici: gli investimenti devono essere orientati alla sicurezza, alla sostenibilità ambientale e all'efficienza, evitando soluzioni estemporanee e bonus calati dall'alto senza visione a lungo termine.
  • Coinvolgimento della comunità scientifica e universitaria: solo il confronto con geologi, urbanisti e tecnici locali, accompagnato dall'eliminazione delle logiche emergenziali, può restituire al territorio una prospettiva di gestione efficiente e responsabile.
Le risorse economiche, pur scarse rispetto ai danni, possono essere integrate da fondi europei, ma richiedono la capacità politico-amministrativa di presentare progetti credibili e trasparenti.