Tra indagini su Powell e tensioni politiche attorno alla Fed, cerchiamo di comprendere le ripercussioni finanziarie globali, dall’instabilità dei mercati a nuove prospettive economiche in uno scenario di incertezza.
Negli ultimi mesi, una tempesta senza precedenti si è abbattuta sulla Federal Reserve statunitense, catapultando il suo presidente, Jerome Powell, al centro di tensioni politiche e istituzionali che stanno mettendo alla prova la tenuta e l'autonomia della banca centrale statunitense. In un contesto già segnato da importanti eventi macroeconomici—caratterizzati da pesanti rialzi dei tassi d’interesse, forti pressioni inflazionistiche e il ritorno aggressivo delle guerre commerciali a livello globale—la Fed si è ritrovata esposta anche a pressioni dirette dall’esecutivo statunitense. L’avvio di un’indagine formale nei confronti del suo numero uno scuote i pilastri dell’affidabilità dell’istituto che, finora, aveva rappresentato una delle ancore di stabilità per i mercati mondiali.
Il progressivo acuirsi delle frizioni tra la Casa Bianca e la Federal Reserve nasce in un momento delicato per la fiducia degli investitori e per l’equilibrio delle economie globali. In parallelo, il caso Powell porta alla luce dinamiche nuove, in cui la politicizzazione delle autorità monetarie rischia di minare la loro stessa funzione di garante della stabilità e credibilità internazionale della valuta di riferimento mondiale.
Le accuse che hanno coinvolto Jerome Powell prendono le mosse da una ricostruzione controversa e fortemente politicizzata. Secondo quanto rilanciato da fonti vicine alla Casa Bianca, il presidente della Fed sarebbe stato oggetto di indagine legata alla gestione dei lavori di ristrutturazione della sede storica della Federal Reserve a Washington D.C.—un progetto da 2,5 miliardi di dollari oggetto di attenzione sia mediatica sia politica.
Donald Trump, riconfermato alla guida della presidenza, ha pubblicamente affermato che Powell «è già sotto indagine» per presunte irregolarità amministrative relative ai costi e all’incarico assegnato per la ristrutturazione. Nel dettaglio, le contestazioni vertono sulla trasparenza nell’affidamento degli appalti e sulla presunta opacità nelle variazioni di spesa del progetto.
Nonostante Powell abbia negato qualsiasi irregolarità e sottolineato la totale indipendenza delle procedure gestite dagli organismi interni della Fed, la pressione su di lui è cresciuta, anche in seguito all’avvio di un’indagine parallela sollecitata dal Dipartimento di Giustizia, allineandosi a una strategia dell’amministrazione Trump di delegittimazione del vertice dell’istituto.
La situazione si è ingarbugliata ulteriormente quando, nei mesi successivi, anche la governatrice Lisa Cook è finita nel mirino mediatico e politico, in una catena di attacchi personalizzati che ha rischiato di trasformare la questione tecnico-amministrativa in un braccio di ferro tutto giocato sulla sponda politica. Nel frattempo, i movimenti di nomina e rimozione all’interno della governance Fed, fortemente orientati dal nuovo inquilino della Casa Bianca e dai suoi alleati, hanno creato le condizioni perché lo scenario divenisse un caso simbolico globale sul tema della separazione tra potere esecutivo e autorità indipendenti.
L’offensiva della Casa Bianca contro la Federal Reserve si è sviluppata su più fronti e con una strategia sempre più aggressiva. Da un lato, la rimozione della governatrice Lisa Cook, accompagnata da una contestatissima lettera di licenziamento motivata da presunte scorrettezze formali nella documentazione finanziaria, ha segnato un precedente che in molti ambienti istituzionali e accademici considerano una rottura con la prassi secolare di tutela della banca centrale dagli appetiti politici.
Dall’altro, la minaccia esplicita verso lo stesso Powell, ribadita da Trump sia tramite dichiarazioni dirette che tramite iniziative legislative e amministrative (come indagini e pressioni pubbliche), ha alimentato tra i membri del board Fed il timore di una sorta di “epurazione” con finalità politiche.
“La Fed non sarà più un’isola”, aveva dichiarato uno dei consiglieri economici dell’amministrazione, lasciando intuire che il nuovo corso volesse tradursi in una vera e propria ridefinizione dei ruoli e delle competenze, col rischio che le decisioni strategiche—come quelle sui tassi o sulla gestione delle crisi di liquidità—siano subordinate non più a valutazioni tecniche ma a interessi di parte.
Nel clima interno, la situazione ha generato tensioni crescenti: il presidente Powell si trova stretto tra l’obbligo giuridico di garantire la continuità delle funzioni della Fed in base all’Humphrey-Hawkins Act (che attribuisce all’istituto i mandati su inflazione e occupazione), e la necessità di difendere la propria posizione dal fuoco incrociato dei commenti e delle azioni presidenziali.
L’apertura di un’indagine su Powell, assieme alle manovre speculative attorno ai vertici della Fed, ha generato un enorme incremento della volatilità sui mercati finanziari internazionali fin dai primi giorni dell’annuncio. Wall Street, già indebolita dalla valanga di vendite dovute al timore di recessione globale e dalla fuga dal rischio innescata dai dazi, ha subito ulteriori pressioni a causa del timore di una vacatio decisionale alla guida dell’istituto centrale.
La perdita di fiducia nella capacità della Fed di garantire un ancoraggio alle aspettative future ha prodotto movimenti repulsivi su tutte le principali asset class: discesa verticale dei titoli bancari, sell-off nei settori più esposti ai cicli globali e forte spostamento della liquidità verso asset rifugio quali oro e, in misura crescente, criptovalute e Swiss franc.
Di seguito una tabella sintetica che fotografa le reazioni sui mercati nell’immediato dopo l’avvio dell’indagine:
| Asset | Reazione |
| Azioni bancarie USA | -12% in tre sedute |
| Oro | +8% |
| Criptovalute | +13% (picco intraday) |
| Euro | +1,7% sul dollaro |
Il panico si è trasmesso rapidamente anche ai mercati europei, con Piazza Affari e le principali Borse continentali che hanno registrato perdite analoghe, in particolare sulle blue chip dei comparti industriali, automotive e tech esposti alle oscillazioni del dollaro e all’andamento dei tassi Fed.
Il tentennamento ai vertici della Federal Reserve ha messo in moto un effetto domino su scala planetaria. L’incertezza statunitense si è diffusa su tutte le principali piazze, con i mercati asiatici che hanno risposto con sell-off estesi e continui swing tra panic selling e rimbalzi tecnici.
I mercati valutari hanno registrato un deciso indebolimento del dollaro, che ha visto l’euro, lo yen e il franco svizzero risalire sui massimi da mesi. I Paesi emergenti, particolarmente sensibili alla liquidità globale e allo stato di salute della moneta americana, hanno subito fughe di capitali e movimenti speculativi sulle rispettive valute.
L’effetto contagio si è manifestato anche in una corsa all’acquisto di beni rifugio: l’oro ha raggiunto livelli record e la domanda di titoli di Stato tedeschi, svizzeri e giapponesi è aumentata significativamente. Crescente anche l’appeal per le crypto, in particolare Bitcoin, spesso presentato come il “nuovo oro digitale” in contesti di instabilità istituzionale USA.
Le reazioni delle istituzioni internazionali (come FMI e Banca Mondiale) e delle principali banche centrali hanno sottolineato la necessità di garantire la stabilità e la prevedibilità dell’assetto di governance della Fed, per evitare ondate ricorsive di volatilità finanziaria in un quadro globale già stressato dagli squilibri commerciali.
La vicenda Powell segna uno spartiacque per la fiducia degli investitori internazionali nel sistema finanziario e nella leadership USA. La possibilità che la Federal Reserve venga percepita come esposta a oscillazioni politiche, e quindi meno credibile nella conduzione della sua politica monetaria, rappresenta un rischio strutturale per la stabilità dell’economia globale.
Nel breve termine, gli analisti prevedono una fase di elevato nervosismo sui mercati, con una volatilità sopra la media storica e una permanente incertezza sulla traiettoria futura dei tassi d’interesse statunitensi. Molto dipenderà dalla capacità delle istituzioni USA di ristabilire una governance stabile e riconosciuta, chiudendo rapidamente le indagini e difendendo la separatezza tra politica e banca centrale.
In prospettiva di medio-lungo periodo, potrebbe materializzarsi uno scenario di diversificazione nei flussi di capitali globali e una graduale perdita di centralità del dollaro come asset supremo di riserva, a favore di un paniere più variegato di valute e asset reali (lingotti, bond tedeschi/francesi, cripto, yuan).