Il tema dell'innalzamento dell'età pensionabile torna al centro del dibattito politico ed economico italiano, ma probabilmente l'esecutivo in carica potrebbe scegliere di rinviare la stretta al governo che uscirà dalle prossime elezioni. I motivi.
Il tema dell'innalzamento dell'età pensionabile torna al centro del dibattito politico ed economico italiano, ma con una novità significativa: sempre più segnali indicano che l'esecutivo in carica potrebbe scegliere di rinviare la stretta al governo che uscirà dalle prossime elezioni. Una scelta che, se confermata, avrebbe conseguenze rilevanti sui conti pubblici, sulle strategie dei partiti e soprattutto sulla vita di milioni di lavoratori vicini alla pensione.
Per capire perché si parla di rinvio, occorre partire dalle regole attualmente in vigore. La legge Fornero prevede un adeguamento automatico e periodico dei requisiti pensionistici all'aspettativa di vita: più aumenta la speranza di vita media degli italiani, più si alza l'asticella per accedere alla pensione. Con la Legge di Bilancio 2026 questo meccanismo si è tradotto in un innalzamento progressivo: l'età per la pensione di vecchiaia, ferma da anni a 67 anni, salirà di un mese nel 2027 e di altri due mesi nel 2028, arrivando così a 67 anni e 3 mesi. Un incremento analogo riguarda anche i requisiti contributivi per la pensione anticipata, che passeranno da 43 a 43 anni e un mese per gli uomini, e da 42 a 42 anni e un mese per le donne.
Si tratta di un aumento contenuto rispetto a quanto previsto originariamente dal meccanismo di adeguamento automatico, perché il governo ha già scelto di diluire l'impatto nel tempo e di mantenere alcune deroghe per i lavori più gravosi e usuranti. Ma il nodo politico resta aperto, perché qualsiasi aumento dell'età pensionabile, per quanto graduale, è impopolare e rischia di pesare sul consenso elettorale.
Il primo e più evidente motivo per cui si parla di uno slittamento della stretta riguarda il calendario elettorale. La prossima Legge di Bilancio, quella per il 2027, sarà l'ultima approvata da questa legislatura prima delle elezioni politiche attese proprio nel 2027. Nessun governo, a pochi mesi dal voto, ha interesse a presentarsi agli elettori con un provvedimento che allunga l'età lavorativa dei cittadini.
Per questo circola con insistenza l'ipotesi che l'esecutivo possa sopprimere o congelare la norma che prevede l'incremento di un mese nel 2027 e di due mesi nel 2028, scaricando così l'onere politico e finanziario della decisione sul governo successivo, quello che nascerà dalle urne. Una logica di puro rinvio elettorale, che non è nuova nella storia della previdenza italiana: già in passato esecutivi di diverso colore hanno preferito procrastinare le misure più impopolari a ridosso delle scadenze elettorali.
Un altro elemento politico da non sottovalutare è che la richiesta di bloccare l'aumento arriva da fronti trasversali: non solo dalle opposizioni di centrosinistra e dai sindacati, storicamente contrari a ogni stretta previdenziale, ma anche da settori interni alla stessa maggioranza di governo. Questo crea una convergenza di interessi che rende più probabile un intervento correttivo nella prossima manovra.
Di fronte a questo bivio, l'esecutivo ha sostanzialmente due strade davanti a sé, ed entrambe raccontano quanto la questione previdenziale e una riforma delle pensioni sia ormai diventata terreno di scontro elettorale più che di politica economica pura.
La prima strada è quella di un intervento più ampio prima del voto, per provare a intercettare il consenso di lavoratori e sindacati con misure concrete su pensioni anticipate, Opzione donna o requisiti contributivi. Un'opzione che avrebbe un peso politico immediato, ma che richiederebbe risorse consistenti, difficili da trovare in una manovra già stretta tra vincoli europei e altre priorità di spesa.
La seconda strada, ritenuta oggi la più probabile da diversi osservatori, è quella di fare il minimo indispensabile, vista la scarsità di risorse disponibili, ma sempre con l'obiettivo di attirare il consenso degli elettori.
In concreto, bocciata la proposta di M5S e Pd, il governo potrebbe limitarsi a rinviare e congelare l'aumento dell'età pensionabile senza prendere una decisione che, in base alle regole vigenti, dovrebbe scattare dal 1° gennaio 2027, senza però intervenire in modo strutturale sul resto dell'impianto previdenziale, né riaprire in modo significativo i canali di uscita anticipata. Una misura dal costo contenuto rispetto a un intervento organico, ma sufficiente a togliere di mezzo, almeno sulla carta, l'elemento più impopolare in vista del voto.
È proprio in questo secondo scenario, quello più probabile, che si apre il vero terreno di scontro politico. Se il governo si limitasse davvero al solo blocco dell'età pensionabile, senza mettere in campo altre risorse, è verosimile che la maggioranza punti comunque, in campagna elettorale, su promesse più ampie: nuovi canali di pensionamento anticipato, ulteriori flessibilità in uscita, il rilancio di misure come Opzione donna o Quota 103 in versione rafforzata. Promesse che, non essendo coperte da risorse effettive in manovra, avrebbero più il sapore di un programma elettorale che di provvedimenti realmente concordati e finanziati.
Su questo fronte è facile prevedere la reazione delle opposizioni, che avranno buon gioco nel rimarcare la distanza tra gli annunci e i fatti. Il messaggio politico sarà probabilmente quello di sottolineare come il governo, negli anni al potere, si sia limitato a rinviare il problema anziché risolverlo, arrivando alle elezioni con un solo intervento minimo, il blocco della stretta in scadenza, e per il resto solo promesse. Le forze di centrosinistra e i sindacati potrebbero quindi rilanciare con proposte alternative più ambiziose, dalla separazione tra previdenza e assistenza a nuovi meccanismi di flessibilità in uscita, presentandole come la vera discontinuità rispetto a un esecutivo accusato di aver navigato a vista sul tema pensioni per l'intera legislatura.
Il rischio, per l'attuale maggioranza, è quindi duplice: da un lato quello di apparire poco incisiva agli occhi dei lavoratori più vicini alla pensione, che vedranno confermato solo un intervento limitato; dall'altro quello di esporsi all'accusa di fare promesse elettorali non finanziate, un'arma che le opposizioni useranno con ogni probabilità in modo martellante nella campagna che porterà al voto del 2027.
La scelta definitiva non arriverà immediatamente, ma seguirà un percorso scandito da scadenze precise. A fine settembre l'Istat aggiornerà i dati sui conti pubblici del 2025, dati decisivi per capire quanto spazio di bilancio avrà davvero il governo. Tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre è atteso il Documento Programmatico di Finanza Pubblica, seguito dal voto parlamentare sul quadro di bilancio. Il Documento Programmatico di Bilancio dovrà essere inviato a Bruxelles entro metà ottobre, mentre il disegno di legge di bilancio vero e proprio arriverà alle Camere entro la fine dello stesso mese. Dopo il parere della Commissione europea, atteso per fine novembre, l'approvazione definitiva della manovra dovrà arrivare entro il 31 dicembre.
È in questo percorso, e in particolare nelle settimane tra ottobre e dicembre, che si capirà se il governo deciderà davvero di intervenire sulla norma che innalza l'età pensionabile, magari sostituendola con mini finestre di uno o due mesi che rinviano l'erogazione dell'assegno senza toccare formalmente il requisito anagrafico, una soluzione più economica ma comunque capace di attenuare l'impatto politico della misura.
Per chi si trova a pochi anni dal raggiungimento dei requisiti pensionistici, l'incertezza normativa è probabilmente l'aspetto più difficile da gestire. Un eventuale rinvio della stretta rappresenterebbe una buona notizia nell'immediato per chi maturerebbe il diritto alla pensione proprio nel 2027 o nel 2028, perché eviterebbe l'allungamento di uno o tre mesi previsto dalle regole attuali. Allo stesso tempo, però, la scelta di scaricare la decisione sul prossimo esecutivo significa che il tema tornerà inevitabilmente sul tavolo subito dopo le elezioni, con il rischio di nuove modifiche nel giro di pochi mesi.
È bene ricordare anche che l'età media effettiva di uscita dal lavoro in Italia è già salita nel tempo, arrivando a 64,8 anni, un dato che segnala come, indipendentemente dalle norme sulla pensione di vecchiaia, molti lavoratori scelgano o siano costretti a restare nel mercato del lavoro più a lungo rispetto al passato, spesso ricorrendo a canali di uscita anticipata con penalizzazioni sull'importo dell'assegno.
La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...