Solo 5 anni fa un neolaureato su due accettava stipendi sotto i 1.250 euro. Oggi è appena 1 su 4. Il crollo racconta un cambiamento profondo nel mercato del lavoro italiano.
Qualcosa è cambiato profondamente nel rapporto tra i giovani italiani e il mercato del lavoro. In appena cinque anni si è quasi dimezzata la quota di neolaureati disposti ad accettare un impiego a tempo pieno con una retribuzione inferiore a 1.250 euro netti mensili. Un dato che racconta molto più di una semplice tendenza salariale: fotografa un cambiamento culturale nel modo in cui le nuove generazioni si affacciano al mondo del lavoro.
A fornire la fotografia più precisa di questo fenomeno è il Rapporto AlmaLaurea 2026, che ha analizzato la disponibilità dei laureati non occupati, ma in cerca di lavoro a un anno dal conseguimento del titolo, ad accettare retribuzioni sotto una determinata soglia. Il risultato è netto: oggi soltanto il 27,5% dei laureati di primo livello e il 23,1% di quelli di secondo livello si dichiara disposto ad accettare un impiego full time con una retribuzione inferiore a 1.250 euro netti al mese.
Numeri che, confrontati con quelli del 2021, mostrano un cambiamento radicale. Solo cinque anni fa, infatti, le percentuali erano rispettivamente superiori al 60% per i laureati di primo livello e superiori al 50% per quelli di secondo livello. In altre parole, si è passati da una situazione in cui circa un neolaureato su due, quando non addirittura più di uno su due, era disposto ad accettare uno stipendio contenuto pur di entrare nel mondo del lavoro, a uno scenario in cui questa disponibilità riguarda ormai poco più di un giovane su quattro.
Questo crollo non può essere spiegato soltanto guardando ai numeri assoluti degli stipendi, che pure restano tra i più bassi in Europa per chi si affaccia per la prima volta al mercato del lavoro. Il fenomeno racconta piuttosto un cambiamento più profondo nella percezione che i giovani hanno del proprio valore professionale e delle condizioni minime accettabili per intraprendere una carriera.
Se cinque anni fa la priorità sembrava essere quella di entrare comunque nel mondo del lavoro, accettando anche condizioni economiche non ottimali pur di costruire un'esperienza professionale, oggi la soglia di tolleranza si è drasticamente abbassata. I neolaureati italiani sembrano aver acquisito una maggiore consapevolezza del proprio potere contrattuale, complice anche un contesto in cui, paradossalmente, molte aziende segnalano forti difficoltà nel reperire personale qualificato.
Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti e apparentemente contraddittori di questo scenario. Secondo i dati più recenti disponibili, a maggio 2026 risultava difficile da coprire ben il 43% dei profili ricercati dalle aziende italiane, con particolare difficoltà per le competenze tecniche e specialistiche. Nel 2025, quasi la metà delle posizioni destinate agli under 30, che rappresentano circa il 28% delle entrate programmate annualmente dalle imprese, era considerata di difficile reperimento.
Un paradosso apparente, quindi: da un lato le aziende faticano a trovare candidati per le posizioni aperte, dall'altro un numero crescente di giovani rifiuta di accettare condizioni economiche ritenute non adeguate. Un cortocircuito che secondo alcuni esperti del settore non va letto semplicemente come un problema di scarsità di competenze, ma come il sintomo di uno squilibrio più profondo tra domanda e offerta di lavoro qualificato.
A offrire una chiave di lettura particolarmente significativa di questo fenomeno è Chiara Bacilieri, docente dell'Università Cattolica di Milano, che ha spostato l'attenzione dal comportamento dei giovani candidati alle responsabilità delle aziende stesse. Secondo la docente, se le imprese non riescono a trovare giovani disposti ad accettare le posizioni offerte, la domanda da porsi riguarda proprio cosa stiano effettivamente offrendo.
Un tirocinio pagato troppo poco, sottolinea Bacilieri, restringe automaticamente la platea dei candidati potenziali ancora prima che inizi il vero e proprio processo di selezione. Chi può contare su un sostegno economico da parte della famiglia può permettersi di accettare condizioni economiche svantaggiose in cambio di esperienza professionale, mentre chi deve sostenersi autonomamente si trova spesso nell'impossibilità concreta di farlo. Secondo la docente, le aziende realmente interessate a investire su competenze nuove dovrebbero puntare su un ingresso strutturato nel mondo del lavoro, fatto di formazione adeguata, affiancamento concreto e compensi che rendano l'esperienza professionale effettivamente sostenibile nel tempo. In caso contrario, avverte, una parte consistente dei candidati potenziali finisce per essere esclusa per ragioni puramente economiche, ancora prima che qualcuno possa realmente valutarne capacità e potenziale professionale.
Un ruolo centrale in questa dinamica lo gioca il tirocinio extracurriculare, tradizionalmente considerato uno degli strumenti principali per favorire l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Il problema è che questa forma contrattuale non costituisce un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato, e la normativa che la disciplina prevede generalmente un'indennità di poche centinaia di euro mensili.
In un contesto segnato dall'aumento esponenziale del costo della vita, dal caro casa nelle grandi città e dai costi crescenti legati a logistica e mobilità, accettare un tirocinio di questo tipo diventa spesso una scelta economicamente insostenibile per chi non può contare sul sostegno dei genitori. Trasferirsi in una grande città per un'opportunità professionale, sostenendo autonomamente le proprie spese con un'indennità di poche centinaia di euro al mese, risulta oggi un'operazione fuori portata per una fetta crescente di giovani italiani, indipendentemente dalle loro qualità professionali o dal potenziale che potrebbero dimostrare sul campo.
A completare il quadro ci sono anche i dati più recenti diffusi da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro, secondo cui a luglio di quest'anno erano previste quasi 568mila entrate nel mercato del lavoro, circa 7mila in meno rispetto allo stesso mese del 2025. Un lieve calo che si inserisce in un contesto più ampio in cui, secondo il Rapporto AlmaLaurea 2026, aumentano i tassi di occupazione dei neolaureati a un anno dal conseguimento del titolo, ma allo stesso tempo si riduce il potere d'acquisto reale delle retribuzioni percepite.
Il risultato complessivo è quello di un mercato del lavoro in cui la selezione avviene ormai su due fronti contemporaneamente. Da un lato le aziende continuano a essere estremamente selettive nella ricerca di competenze tecniche e specialistiche sempre più difficili da reperire. Dall'altro, i candidati stessi, soprattutto i più giovani, hanno alzato in modo netto la propria soglia di accettabilità economica, complice anche una crescente consapevolezza del proprio valore professionale in un contesto di forte richiesta di competenze specializzate.
Resta ora da capire se questo cambiamento di prospettiva porterà le aziende italiane a rivedere concretamente le condizioni economiche offerte ai neolaureati, oppure se il divario tra domanda e offerta continuerà ad ampliarsi, lasciando scoperte molte delle posizioni più qualificate proprio nel momento in cui il mercato del lavoro ne avrebbe maggiormente bisogno.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...