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Quando il cibo biologico è falso: il caso del maxi sequestro del riso della Lomellina riapre le discussioni sul settore

di Dott.ssa Sara Melchionda pubblicato il

Sequestrati oltre 10 milioni di euro a 14 aziende della Lomellina per riso bio coltivato con sostanze vietate. Come funzionava la frode e quali controlli servirebbero per proteggere davvero i consumatori.

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Il settore del biologico italiano è stato protagonista di una delle inchieste più rilevanti degli ultimi anni. In Lomellina, tra le province di Pavia e Vercelli, la Guardia di Finanza e gli ispettori dell'ICQRF (l'Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi nel settore agroalimentare) hanno eseguito un sequestro preventivo per oltre 10 milioni di euro nei confronti di quattordici aziende agricole accusate di aver venduto come biologico un riso in realtà coltivato con sostanze non ammesse dal disciplinare bio. Un caso che, al di là della cronaca giudiziaria, riporta al centro del dibattito una domanda che riguarda milioni di consumatori: quanto possiamo davvero fidarci dell'etichetta "bio"?

Il caso della maxi frode nel riso bio della Lomellina

L'inchiesta, coordinata dalla Procura della Repubblica di Pavia, nasce da un'indagine partita nel 2023 a seguito di alcune segnalazioni di FederBio, la federazione che riunisce gli operatori della filiera biologica e biodinamica italiana. Secondo la ricostruzione investigativa, il meccanismo era semplice nella struttura ma articolato nell'esecuzione: coltivazioni dichiarate biologiche, ma trattate con prodotti non ammessi dal disciplinare bio, in alcuni casi già dal 2018. 

A insospettire gli inquirenti è stato un dato numerico ricorrente nei documenti aziendali: una resa dichiarata di 7,5 tonnellate di risone per ettaro, un valore ritenuto anomalo rispetto alle circa 4 tonnellate per ettaro considerate la media per le coltivazioni condotte senza fertilizzanti chimici di sintesi e senza pesticidi di origine chimica. Una differenza troppo ampia per essere spiegata con la sola abilità agronomica, e che ha spinto gli investigatori ad approfondire. 

Le indagini si sono intensificate nel giugno 2023, quando sono state perquisite quattordici aziende agricole della zona, in gran parte situate in Lomellina. L'operazione ha portato al sequestro di circa 11.500 litri di fitofarmaci e 450 quintali di fertilizzanti non consentiti dalle norme sull'agricoltura biologica, oltre a numerose confezioni vuote di prodotti già utilizzati sui campi. Tra gli indagati figura anche un amministratore locale, il sindaco di Sartirana Lomellina, coinvolto come titolare di un'azienda agricola. 

Il risultato dell'indagine è stato un sequestro preventivo, finalizzato alla confisca anche per equivalente, disposto dal Gip del Tribunale di Pavia: oltre 10 milioni di euro, considerati il profitto illecito derivante da due reati distinti, la frode nell'esercizio del commercio e la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, legata ai fondi della Politica Agricola Comune (PAC) percepiti indebitamente dalle aziende come sostegno alle coltivazioni biologiche.

Come funzionava il meccanismo della frode

Il punto centrale della vicenda non riguarda soltanto la vendita di un prodotto trattato con sostanze vietate. Riguarda, più in profondità, il significato stesso della parola "biologico". Come emerso dalle indagini, l'utilizzo di determinate sostanze non necessariamente comporta un rischio sanitario immediato per chi consuma il riso: il problema è che quelle sostanze non erano previste dal metodo produttivo dichiarato e certificato come bio.

Questo aspetto è cruciale per capire la natura del reato contestato. Un alimento può rispettare pienamente i limiti generali sui residui chimici previsti dalla legge, ed essere comunque presentato in modo ingannevole come biologico, se la sua coltivazione ha fatto ricorso a tecniche, concimi o pesticidi non ammessi dal disciplinare di certificazione. In altre parole, la frode non è (solo) sanitaria: è commerciale e informativa. Il consumatore che sceglie un prodotto bio, pagandolo di più, si aspetta un intero processo produttivo rispettoso di regole precise, non solo un alimento "sicuro" in senso stretto.

A pagare il prezzo più alto di questo sistema, secondo quanto sottolineato dagli stessi inquirenti, non sono solo i consumatori ingannati ma anche gli agricoltori onesti che rispettano davvero il disciplinare bio, sostenendo costi di produzione più elevati e rese inferiori, e che si trovano a competere sul mercato con chi bara sulle regole per ottenere margini più ampi.

I limiti dei prodotti realmente biologici

Il caso della Lomellina mette in luce un problema strutturale che va oltre la singola vicenda giudiziaria: il sistema dei controlli sul biologico si basa in larga parte sull'autocertificazione e su verifiche documentali, più che su analisi sistematiche e capillari dei terreni e dei prodotti. Gli organismi di certificazione accreditati effettuano ispezioni periodiche nelle aziende agricole, controllano registri, fatture di acquisto di sementi e fertilizzanti, e in alcuni casi prelevano campioni per analisi di laboratorio. Ma la frequenza e la profondità di questi controlli non sempre bastano a intercettare comportamenti fraudolenti organizzati e consapevoli, soprattutto quando la falsificazione riguarda la documentazione stessa e non solo il prodotto finale.

Nel caso pavese, per esempio, non è stato tanto un'analisi chimica del riso a far scattare i sospetti, quanto un dato agronomico, la resa per ettaro, incompatibile con una produzione realmente biologica. Un segnale che, di per sé, richiede competenza tecnica ed esperienza specifica per essere colto, e che difficilmente emerge da un semplice controllo documentale di routine.

Questo apre a una riflessione più ampia sui limiti dell'attuale sistema di certificazione biologica in Italia e in Europa. Gli organismi di controllo, spesso privati e pagati dalle stesse aziende che devono certificare, operano con risorse e tempi limitati rispetto all'estensione delle superfici coltivate. Le ispezioni programmate, per loro natura, sono in parte prevedibili, mentre i controlli a sorpresa restano una quota minoritaria delle verifiche complessive. A ciò si aggiunge la difficoltà di tracciare con certezza l'intera filiera, dal campo alla tavola, soprattutto quando il prodotto viene mescolato, lavorato o rivenduto attraverso più intermediari.

Quali controlli servirebbero davvero

Il caso della Lomellina riapre dunque il dibattito su come rendere più efficace il sistema dei controlli nel settore biologico. Tra le misure più discusse dagli operatori del settore e dalle associazioni come FederBio ci sono:

Incrocio sistematico dei dati agronomici, per individuare in tempo reale rese anomale rispetto alle medie storiche e territoriali, come è avvenuto proprio nel caso pavese.

Maggiore utilizzo di analisi di laboratorio a campione, capaci di rilevare tracce di pesticidi o fertilizzanti di sintesi non ammessi, anche quando presenti in quantità minime e non pericolose per la salute, ma comunque incompatibili con il metodo biologico dichiarato.

Ispezioni a sorpresa più frequenti, meno prevedibili e meno concentrate nei periodi tradizionalmente più controllati dell'anno agricolo.

Rafforzamento della cooperazione tra enti di controllo pubblici e privati, per evitare che le informazioni raccolte da un organismo di certificazione restino isolate rispetto a quelle di altri enti coinvolti nella filiera, dalla Guardia di Finanza all'ICQRF fino alle Camere di Commercio.

Tracciabilità digitale della filiera, attraverso registri elettronici e sistemi di blockchain o simili, capaci di rendere più difficile la falsificazione documentale e più semplice la verifica incrociata tra produzione dichiarata, superficie coltivata e prodotto effettivamente commercializzato.

Un danno alla fiducia dei consumatori e alla filiera onesta

Il caso della Lomellina lascia in eredità un problema di fiducia. Il mercato del biologico in Italia vale diversi miliardi di euro e continua a crescere, sostenuto da consumatori disposti a pagare un premio di prezzo in cambio di garanzie precise su metodo produttivo, assenza di pesticidi di sintesi e sostenibilità ambientale. Ogni episodio di frode, soprattutto quando raggiunge dimensioni come quelle emerse a Pavia, rischia di minare questa fiducia, alimentando lo scetticismo verso un'intera categoria di prodotti.

Per questo motivo, molti operatori del settore chiedono oggi un rafforzamento reale, e non solo formale, del sistema dei controlli, capace di distinguere in modo netto chi rispetta davvero le regole del biologico da chi ne sfrutta solo l'etichetta per ottenere margini più alti e accedere a contributi pubblici. Solo un sistema di verifica più solido, trasparente e capillare potrà restituire ai consumatori la certezza che, quando scelgono un prodotto bio, stanno davvero scegliendo un metodo produttivo diverso, e non semplicemente un'etichetta ben confezionata.






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Dott.ssa Sara Melchionda

La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...