Dall’accredito dello stipendio agli ultimi giorni del mese, il saldo degli italiani si assottiglia tra casa, bollette, spesa, trasporti e rate: i dati Censis e Istat raccontano quanto resta davvero.
Lo stipendio accreditato il primo del mese e il conto quasi vuoto trenta giorni dopo raccontano la stessa storia per milioni di famiglie italiane. Tra l'accredito e l'ultimo giorno del mese il potere d'acquisto disponibile si riduce progressivamente, seguendo un percorso che i dati Istat e Censis permettono di ricostruire con precisione, anche se nessuno dei due istituti pubblica una fotografia unica scandita in tre momenti esatti. Mettendo insieme reddito medio netto, spese fisse concentrate nella prima parte del mese e percentuali di famiglie che arrivano agli ultimi giorni senza più margine, emerge un quadro coerente di come cambia la disponibilità economica reale degli italiani nell'arco di trenta giorni.
Il punto di partenza è l'accredito dello stipendio o della pensione, che per la maggior parte dei lavoratori dipendenti italiani avviene tra la fine del mese precedente e i primi giorni di quello in corso. Secondo i dati incrociati di Istat ed Eurostat, il reddito medio netto mensile di un lavoratore dipendente italiano si colloca tra 1.650 e 1.750 euro, con differenze significative legate alla qualifica, al settore e all'area geografica. Al Nord la cifra sale spesso sopra i 1.800 euro, al Sud scende talvolta sotto i 1.500. È la somma con cui, teoricamente, ogni famiglia dovrebbe affrontare l'intero mese, comprese le spese fisse e quelle impreviste.
Su questa cifra iniziale pesano immediatamente gli impegni concordati in automatico. Affitto o rata del mutuo, utenze, rette scolastiche e rate di finanziamenti vengono spesso addebitati proprio nei primissimi giorni, riducendo in poche ore una parte consistente della somma appena arrivata sul conto.
Attorno alla metà del mese la maggior parte delle spese fisse è stata sostenuta, ma restano da coprire i consumi quotidiani: spesa alimentare, carburante, spese scolastiche extra, visite mediche non programmate. È il momento in cui, secondo diverse rilevazioni sul comportamento finanziario delle famiglie, il saldo disponibile smette di coincidere con quello percepito come "libero". Il denaro c'è ancora sul conto, ma buona parte è già impegnata per le uscite dei giorni successivi.
Questo scarto tra saldo contabile e disponibilità reale spiega perché molte famiglie iniziano a monitorare le proprie finanze con più attenzione proprio a partire dalla seconda metà del mese, quando diventa necessario far quadrare quanto resta con le scadenze ancora da onorare prima del prossimo accredito.
È negli ultimi giorni del mese che il quadro tracciato da Istat diventa più netto. Nel Rapporto Annuale 2026, l'istituto certifica che il 16,1% delle famiglie di ceto medio dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o grande difficoltà, una quota tripla rispetto a quella delle famiglie ad alto reddito, ferma al 5,2%. Il ceto medio, che rappresenta il 61,2% della popolazione residente, si conferma quindi tutt'altro che al riparo dalla tensione economica di fine mese.
Guardando all'intera popolazione, il quadro Istat è ancora più ampio: più di un quinto degli italiani dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o grande difficoltà, e circa un quarto fatica ad affrontare una spesa imprevista con le proprie risorse. Quasi 11 milioni di persone, pari al 18,6% della popolazione, si trovano in una condizione di rischio povertà, mentre oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di persone, sono in povertà assoluta. Numeri che confermano come, per una parte rilevante del Paese, l'ultima settimana del mese coincida con un saldo prossimo allo zero o già negativo.
Sul fronte opposto, ma complementare, si colloca l'analisi del Censis, che fotografa la stessa dinamica dal punto di vista della capacità di accantonare. Secondo le rilevazioni dell'istituto, più di un italiano su tre non riesce a risparmiare nemmeno un euro a fine mese, mentre uno su quattro è costretto a utilizzare risparmi accumulati in precedenza per coprire spese che dovrebbero rientrare nella gestione ordinaria.
È un dato che si somma, senza sovrapporsi, a quello Istat sulla difficoltà dichiarata: da un lato la percezione soggettiva di arrivare a fine mese con fatica, dall'altro la conseguenza pratica, cioè l'impossibilità di mettere da parte qualcosa o, peggio, la necessità di intaccare quanto già risparmiato. Insieme, i due istituti restituiscono l'immagine di una tenuta finanziaria che per una parte consistente delle famiglie italiane si assottiglia fino quasi a sparire proprio negli ultimi giorni del ciclo mensile, prima che il nuovo accredito rimetta temporaneamente in equilibrio i conti.
Non tutte le famiglie arrivano al medesimo punto di tensione nello stesso momento. I dati sulla liquidità media detenuta sui conti correnti, elaborati da Banca d'Italia e ripresi da diverse indagini di settore, mostrano che le famiglie del Nord dispongono in media di un cuscinetto più ampio, spesso superiore ai 17.000 euro nelle fasce d'età più mature, mentre al Sud la disponibilità media resta più contenuta. Questo significa che, a parità di spese fisse, il margine residuo a metà e fine mese si riduce più rapidamente nelle aree dove il reddito medio è più basso e la liquidità accumulata più esigua, spiegando perché la sensazione di arrivare a fine mese "senza più niente" non sia distribuita in modo uniforme sul territorio nazionale.
Il quadro complessivo che emerge da Istat e Censis conferma una dinamica che milioni di famiglie vivono ogni mese sulla propria pelle: il reddito che sembra sufficiente il primo giorno si assottiglia rapidamente, lasciando agli ultimi giorni un margine ridotto o inesistente per una quota rilevante della popolazione. Non è soltanto una questione di importi assoluti, ma di come le scadenze si distribuiscono nel tempo rispetto a un reddito che, per una parte crescente del ceto medio, fatica a garantire quella riserva minima capace di assorbire un imprevisto senza intaccare i risparmi accumulati in precedenza.
Il margine finale della simulazione è inferiore all’1% dello stipendio. Si tratta di una quota più bassa rispetto al risparmio medio, inferiore al 5% del reddito disponibile, indicato dalle rilevazioni sui comportamenti economici delle famiglie. Anche quando una persona riesce ad accantonare qualcosa, la somma può essere assorbita da una spesa inattesa o da un pagamento annuale.
Le indagini sul risparmio mostrano anche che oltre un italiano su tre non riesce a mettere denaro da parte. Circa un italiano su quattro, invece, utilizza risparmi accumulati in precedenza per sostenere spese ordinarie. In questo caso il bilancio non si limita a consumare l’intero reddito del mese: intacca anche la riserva costruita negli anni.
Il rapporto tra entrate e consumi cambia molto da una famiglia all’altra. Due stipendi permettono di distribuire meglio le uscite; chi vive da solo deve sostenere per intero il costo della casa, delle utenze e dei trasporti. La presenza di figli, di anziani da assistere o di rate attive può modificare il saldo più della semplice differenza tra uno stipendio di 1.550 e uno di 1.750 euro.
La simulazione mostra soprattutto quanto incidano le spese fisse quando una sola persona vive con 1.650 euro netti: casa e utenze assorbono già 1.075 euro, prima di considerare alimentari, trasporti e imprevisti. Il saldo di 15 euro non è una previsione valida per tutti, ma il risultato di ipotesi precise su reddito e costi.
Per capire se il proprio bilancio è sostenibile conviene separare, all’inizio del mese, le somme destinate a:
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...