Il caso Banca Progetto rivela le debolezze di gestione e controllo nel sistema bancario italiano, con un salvataggio oneroso per lo Stato e interrogativi sulle responsabilità e la tutela dei risparmiatori.
La crisi che ha travolto Banca Progetto rappresenta uno dei più recenti e discussi scandali bancari in Italia. In pochi anni, questo istituto milanese – nato come simbolo della digitalizzazione bancaria – è scivolato al centro di una tempesta giudiziaria, finanziaria e politica, sollevando interrogativi sull’affidabilità dell’intero sistema creditizio nazionale. Il dissesto ha portato a una perdita di oltre 110 milioni di euro, con conseguente crollo degli indicatori patrimoniali e la necessità di un delicato intervento di salvataggio.
Al centro del nodo ci sono pratiche gestionali opache, finanziamenti discutibili e un uso esteso di garanzie pubbliche. La vicenda ha messo in discussione l’efficacia della vigilanza bancaria e la solidità dei controlli interni, proponendosi come esempio di come mancanze sistemiche e scelte dirigenziali improntate alla massimizzazione personale dei profitti possano avere effetti devastanti sulla collettività. La storia di Banca Progetto, ora gestita da commissari nominati da Bankitalia, dimostra come la trasparenza e l’etica nella finanza siano tutt’altro che accessori.
La “vicenda Progetto” si è distinta per una combinazione di gestione aggressiva, politiche di prestito spregiudicate e gravi carenze nei controlli. In particolare, l’istituto ha erogato finanziamenti rilevanti a soggetti e società poi riconducibili, secondo l’accusa, anche alla criminalità organizzata, spesso coprendo il rischio con garanzie statali.
Un aspetto significativo è stato l’incentivo ai top manager attraverso meccanismi di co-investimento e bonus legati a operazioni di cessione dell’istituto. Queste strategie hanno portato alla sovrastima dell’attivo e a una gestione dei rischi poco attenta, per massimizzare risultati nel breve termine a discapito della stabilità futura. Il Tribunale di Milano, nell’autunno 2024, ha disposto l’amministrazione giudiziaria su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, dopo che la Guardia di Finanza ha scoperto prestiti, per oltre 10 milioni di euro, concessi a società vicine a gruppi criminali calabresi. Questi prestiti erano coperti da garanzie pubbliche nell’ambito dei programmi statali di sostegno alle imprese.
Il deterioramento del portafoglio crediti – che ha superato i 2 miliardi di euro in "non performing loans" – ha messo in evidenza una profonda inadeguatezza della governance e delle procedure di controllo interno. Le perdite non registrate hanno raggiunto cifre critiche, mentre il CET1 Ratio è sceso ben sotto la soglia minima richiesta dagli standard di vigilanza europea. Bankitalia, di fronte a questa situazione, è intervenuta sciogliendo il CdA e nominando commissari straordinari per ristabilire una gestione prudente e trasparente.
Dal lato operativo, la banca pare abbia ignorato segnali di allarme sui rischi reali dei finanziamenti. Così, la carenza di controlli e l’insufficiente cultura della prevenzione del rischio hanno permesso che pratiche gestionali discutibili si traducessero, nel tempo, in un debito crescente e in una perdita di fiducia diffusa tra clienti, azionisti e sistema economico.
Un elemento centrale nella crisi dell’istituto è stato l’ampio ricorso alle garanzie pubbliche per i finanziamenti concessi. Questi strumenti, originariamente previsti per favorire l’accesso al credito a imprese in difficoltà, si sono rivelati in molti casi copertura di operazioni ad alto rischio e, in alcune situazioni, anche su posizioni irregolari o oggetto di indagini.
Attraverso enti come Mediocredito Centrale (MCC) e SACE, la banca ha potuto garantire una parte significativa dei propri prestiti – secondo fonti parlamentari, fino all’80% del valore nominale – trasferendo il rischio residuo d’insolvenza dallo stesso istituto allo Stato. Di fatto, qualora i debitori non onorassero le obbligazioni, il peso delle perdite non graverebbe unicamente su Banca Progetto, ma – tramite l’attivazione delle garanzie – sul bilancio statale, quindi sulla collettività.
L’aspetto più delicato e discusso riguarda la possibilità, non remota, che una parte di queste garanzie venga revocata in caso di accertate irregolarità nella concessione dei finanziamenti. Il rischio, in tali ipotesi, si trasferirebbe interamente sugli altri istituti di credito e, tramite il meccanismo di sostegno pubblico, sull’intera platea di contribuenti italiani. Questo fenomeno spiega l’accresciuta attenzione che la Vicenda Banca Progetto ha ricevuto anche da organi di stampa e forze politiche come il M5S, che hanno denunciato il rischio di socializzazione delle perdite e l’opacità di diversi passaggi delle pratiche di concessione delle garanzie.
L’impatto sulla collettività è da ricercare nel fatto che il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi è sostenuto dal sistema, ma alla fine, in caso di sbilanciamento massivo come quello in esame, l’onere ricade potenzialmente sulle risorse pubbliche, ossia su tutti noi.
Il piano di salvataggio, delineato dai commissari straordinari in collaborazione con Bankitalia, si è articolato in più momenti consecutivi. In una prima fase, il FITD ha sottoscritto un aumento di capitale riservato, assumendo il controllo della banca attraverso la ricapitalizzazione necessaria a ristabilire i coefficienti patrimoniali minimi. Questa misura ha comportato una diluizione significativa della quota detenuta dall’azionista di maggioranza, il fondo Oaktree, lasciando il FITD con una posizione di controllo temporanea.
Parallelamente, è stato predisposto un piano di vendita degli asset deteriorati (NPL), per un ammontare oscillante fra 1,3 e 1,6 miliardi di euro. Diverse cordate – fra cui Amco (Tesoro), CRC, Fortress e Barclays – hanno presentato offerte, con valutazioni che però hanno oscillato fra il 65% e il 70% del valore nominale dei crediti, cifre considerate penalizzanti da alcuni membri del pool coinvolto.
Una volta conclusa la ricapitalizzazione e la cessione degli NPL, la quota di controllo FITD sarà girata a una società-veicolo formata da Intesa Sanpaolo, Unicredit, MPS, BPER e Banco BPM, che gestiranno il risanamento e la riorganizzazione dell’istituto. Questo meccanismo serve a evitare effetti domino sul sistema dei depositi assicurati e a tutelare i risparmiatori.
Il dossier relativo all’onere del salvataggio mostra una costante crescita delle stime: da una proiezione iniziale di 400 milioni di euro, si è arrivati a quantificare una necessità di ricapitalizzazione pari a 750 milioni, con alcune proiezioni che parlano addirittura di 1 miliardo. Il dato ufficiale consolidato sull’intervento FITD si attesta a 750 milioni, come confermato anche da fonti giornalistiche e finanziarie specializzate.
Per comprendere le conseguenze economiche occorre distinguere diversi livelli di impatto:
| Voce di costo | Importo stimato (€ mln) |
| Ric. FITD (aumento capitale) | 750 |
| Svalutazione asset / NPL | 400-700 |
| Stime massime circolate | 1000-1100 |
L’ampio ricorso alle garanzie statali e la gestione poco trasparente delle crisi hanno alimentato un intenso dibattito politico e istituzionale. Dure prese di posizione sono arrivate da esponenti dell’opposizione, che hanno segnalato presunte connivenze e mancanza di trasparenza nelle comunicazioni da parte del governo.
Particolarmente rilevanti sono state le dichiarazioni del senatore Turco (M5S), che ha denunciato “affarismo bancario” e il mancato riscontro a interrogazioni parlamentari su finanziamenti e salvataggi. Alla base delle polemiche, vi è la constatazione della difficoltà ad ottenere informazioni chiare e pubbliche sia sull’effetto delle garanzie sia sull’entità effettiva delle esposizioni trasferite allo Stato.
Rimangono quindi alcuni interrogativi aperti: