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Redditi e ricchezza famiglie italiane: il valore medio, chi ne detiene la maggior parte e altri dati dal rapporto First Cisl

di Marcello Tansini pubblicato il
redditi e ricchezza familiaria in italia

Nel contesto economico attuale, i redditi e la ricchezza delle famiglie italiane mostrano segnali di stagnazione e crescente disparit. Analizzando dati, cause della flessione patrimoniale, impatto sociale e prospettive future.

Il quadro economico relativo a redditi e risparmi delle famiglie italiane è segnato da dinamiche complesse e difficoltà crescenti. Negli ultimi anni, numerosi rapporti – tra cui quello di First Cisl – hanno evidenziato una progressiva erosione del potere d’acquisto e una diminuzione della capacità di accumulare ricchezza. Tali evidenze, corroborate dai dati dell’Istat e di vari osservatori sociali, segnalano che l’incertezza macroeconomica, l’inflazione persistente e la debolezza dei salari hanno avuto impatti tangibili sul tenore di vita, sulle scelte di consumo e sulle prospettive di risparmio della popolazione. 

Il valore medio della ricchezza e del reddito delle famiglie italiane nel confronto europeo

Nel 2024, il patrimonio netto detenuto dalle famiglie dell’Eurozona ha raggiunto i 70.200 miliardi di euro, registrando una crescita del 4,4% rispetto all’anno precedente. In questo totale, il 16% è attribuibile alle famiglie italiane che, in termini assoluti, dispongono di una ricchezza netta superiore agli 11.700 miliardi di euro. Questo valore colloca l’Italia al terzo posto in Europa, dopo Germania e Francia.

Uno degli indicatori più rilevanti per misurare solidità finanziaria è il rapporto tra ricchezza e reddito disponibile. In Italia, questo rapporto è pari a 8/8,3 volte il reddito disponibile, superiore alla media europea (7,5) e alle principali economie come Francia (7,4) e Germania (7,2). Solo la Spagna riporta un indice leggermente più alto (8,6). Ciò implica che, a parità di entrate annuali, le famiglie italiane riescono ad accumulare più patrimonio rispetto ai vicini europei, con una maggiore resilienza alle turbolenze economiche.

Per quanto riguarda il reddito annuale medio disponibile, nel 2023 si attesta a 37.511 euro per nucleo familiare — circa 3.125 euro al mese. Tuttavia, la media nasconde una significativa distribuzione asimmetrica: il valore mediano, cioè quello che divide la popolazione a metà, scende a 30.039 euro annui, segnalando che oltre la metà delle famiglie percepisce meno della media.

La seguente tabella sintetizza alcuni dati di confronto:

Indicatore Italia Media area euro Germania Francia Spagna
Rapporto ricchezza/reddito disponibile 8,0 7,5 7,2 7,4 8,6
Valore medio ricchezza netta (mld €) 11.700 - - - -
Reddito disponibile medio (€/anno) 37.511 - - - -

Questi dati illustrano un profilo distintivo: redditi italiani sotto pressione, ma patrimonio più consistente rispetto a molte economie occidentali.

Composizione della ricchezza: immobili, attività produttive e liquidità

La struttura della ricchezza delle famiglie tricolori si caratterizza per un equilibrio fra asset materiali e finanziari. La componente predominante è rappresentata dagli immobili residenziali, che costituiscono il 43,9% del totale delle attività; una quota inferiore rispetto a Francia (52,2%), Germania (53,2%) e Spagna (60,6%), ma comunque importante.

Altri elementi significativi del portafoglio sono:

  • Attività produttive e partecipazioni – Le quote in imprese non quotate, beni non finanziari e strumentali ammontano al 20,2%, quasi 6 punti percentuali sopra la media UE e testimoniano la tradizionale vocazione imprenditoriale italiana.
  • Depositi bancari11,2% delle attività totali, leggermente sotto la media area euro (12,4%).
  • Liquidità immediata (contante e mezzi equivalenti) – 1,6%, superiore all’1,1% europeo, indice di prudenza e preferenza per strumenti prontamente disponibili.
Questa diversificazione, espressa anche dalla maggiore incidenza delle attività produttive, risulta un punto di forza che ha consentito una migliore tenuta delle famiglie nei periodi di crisi. Il peso inferiore degli immobili, inoltre, riflette l’assenza di speculazioni e di bolle sul mercato residenziale rispetto ad altri Paesi UE.

Solidità patrimoniale e basso livello di indebitamento

Un altro aspetto distintivo del profilo italiano è il limitato ricorso all’indebitamento. Le passività finanziarie rappresentano in Italia soltanto l’8,4% del totale del patrimonio, una quota nettamente contenuta rispetto all’11,3% dell’Eurozona, al 12,8% francese e al 9,7% tedesco. La Spagna si pone a un livello ancora più basso (7,9%), ma il dato nazionale resta tra i più prudenti e virtuosi a livello comunitario.

L’abitudine a mantenere livelli bassi di debito — in particolare di natura ipotecaria e creditizia — si accompagna alla scelta di concentrare il patrimonio in beni reali e partecipazioni. Questa strategia ha il vantaggio di ridurre l’esposizione ai rischi finanziari, conferendo un elevato grado di stabilità e un margine di sicurezza contro shock esterni. Inoltre, il contenimento dell’indebitamento privato favorisce:

  • la possibilità di accedere più facilmente a ulteriore credito in caso di necessità,
  • una maggiore resistenza alle crisi economiche o agli aumenti dei tassi d'interesse,
  • la salvaguardia del benessere delle generazioni successive.
La solidità patrimoniale e il basso debito delle famiglie italiane rappresentano dunque una “rete di sicurezza” sociale, che sostiene la coesione e la fiducia collettiva anche in periodi caratterizzati da forti perturbazioni economiche.

Redditi medi: variazioni nominali e reali, distribuzione e differenze territoriali

Nel periodo più recente analizzato, i redditi familiari hanno mostrato dinamiche contrastanti: mentre il valore nominale è cresciuto (nel 2023 +4,2%), il potere d’acquisto reale ha subito una dura frenata per il secondo anno consecutivo, a causa di un’inflazione che ha sfiorato il 6% annuo. Ne è derivato un calo dei redditi reali dell’1,6%.

La media annua disponibile si attesta, come già indicato, a 37.511 euro per famiglia, ma la struttura della distribuzione mostra una forte asimmetria:

  • Il valore mediano del reddito (che divide a metà la popolazione) è di 30.039 euro.
  • Il 50% delle famiglie guadagna meno di tale soglia, mentre solo una piccola parte supera ampiamente la media.
  • La distanza tra le famiglie più ricche e quelle più povere si allarga: nel 2023, le famiglie al vertice percepiscono un reddito 5,5 volte quello delle famiglie al fondo della distribuzione (dato in crescita rispetto al 2022).
Le differenze territoriali sono significative. Nel Nord-est, il valore mediano raggiunge i 34.772 euro, seguito da Nord-ovest, Centro e infine il Mezzogiorno, dove il reddito mediano risulta inferiore del 28% rispetto alle regioni più prospere. Tra le tipologie familiari, coppie con figli e famiglie con più percettori di reddito si posizionano sui livelli più elevati, mentre nuclei monogenitoriali e anziani soli si attestano decisamente più in basso nella scala reddituale.

La tabella seguente offre alcuni dettagli regionali e tipologici:

Area/Tipologia Reddito mediano (€/anno)
Nord-est 34.772
Coppie con figli 46.786
Monogenitori 31.451
Anziani soli 17.681

Le variazioni tra Nord e Sud e tra diverse tipologie familiari influiscono direttamente sulle possibilità di consumo, risparmio e investimento, accentuando le aree di vulnerabilità complessiva.

Cause e conseguenze della ricchezza delle famiglie italiane in calo

Negli ultimi anni si è assistito a una diminuzione significativa dei patrimoni familiari. L’analisi dei trend recenti evidenzia che, nonostante l’Italia resti uno dei Paesi europei con un elevato rapporto tra patrimonio e reddito disponibile, il valore medio della ricchezza detenuta dalle famiglie ha subito una progressiva contrazione dovuta a molteplici fattori. Innanzitutto, il perdurare di una dinamica inflazionistica superiore alle previsioni ha avuto un impatto corrosivo sui risparmi accumulati, riducendo drasticamente il potere d’acquisto anche di chi poteva contare su risorse finanziarie diversificate. Non a caso, i principali istituti di analisi economica sottolineano come questa dinamica abbia colpito maggiormente la componente meno tutelata della popolazione, accentuando disparità già marcate.

L’erosione continua dei risparmi si è sommata a una stagnazione dei redditi che ormai dura da più di un decennio, alimentando conseguenze sulle scelte di consumo: numerose famiglie hanno dovuto ridurre o rimandare spese non essenziali, focalizzandosi soltanto su quelle indispensabili, come sottolineato da associazioni di tutela dei consumatori e soggetti come il Codacons. L’ insicurezza finanziaria che ne deriva si traduce in una contrazione della liquidità e in una fiducia ridotta sulla tenuta futura dell’economia personale e collettiva.

Al contempo, fattori strutturali hanno impattato negativamente i patrimoni familiari. Tra questi si segnalano la chiusura progressiva di sportelli bancari – più di 260 nei primi sei mesi del 2025 secondo il rapporto First Cisl – e la ridotta accessibilità a servizi creditizi nelle aree meno densamente popolate. Questo fenomeno, noto come desertificazione bancaria, complica ulteriormente la gestione dei risparmi e limita la capacità delle famiglie di pianificare investimenti a lungo termine. Le trasformazioni del mercato del lavoro e della demografia, unite alle modifiche nel sistema produttivo e agli effetti del rallentamento industriale, hanno infine contribuito a ridurre le possibilità di accumulazione patrimoniale e a rafforzare il rischio di vulnerabilità e impoverimento.

Redditi stagnanti e crescente vulnerabilità sociale

L’assenza di crescita reale dei salari rappresenta una delle cause principali dell’aumento della vulnerabilità sociale in Italia. Secondo l’Istat, nel corso degli ultimi quindici anni, i salari reali dei lavoratori hanno subito una riduzione vicina al 9%, un dato che pone il Paese agli ultimi posti nell’area Ocse per incremento retributivo. Questo fenomeno si è accentuato a partire dalla stagnazione economica degli anni 2000 e trova ulteriore conferma nelle recenti analisi sul mondo del lavoro, dove la presenza di contratti a tempo determinato, part-time involontari e occupazione a basso valore aggiunto si è rafforzata.

Le conseguenze sociali di questa prolungata difficoltà sono evidenti:

  • Tredici milioni e mezzo di individui in condizione, o a rischio, di povertà
  • Un incremento delle famiglie operaie in povertà assoluta: dal 14,7% al 16,5%
  • Aumento del part-time involontario e della precarietà
  • Diminuzione delle capacità di risparmio e indebitamento crescente
Come segnalato dagli studi di First Cisl, tale situazione non è più interpretabile come una difficoltà temporanea, ma rappresenta l’esito strutturale di scelte di politica economica e salariale rivelatesi inadeguate a sostenere la domanda interna e la coesione sociale. In parallelo, il sistema di welfare fatica a reggere l’urto del cambiamento demografico, soprattutto a fronte dell’aumento delle diseguaglianze nel mondo del lavoro e della crescente distanza tra lavoratori protetti e soggetti privi di tutele. Questi fattori si sommano generando una crescente vulnerabilità, con impatti diretti anche sulle generazioni più giovani, penalizzate da una mobilità sociale ridotta e da un ascensore sociale bloccato, come evidenziano numerosi osservatori indipendenti.

Impatto dell’inflazione e delle politiche salariali sui risparmi familiari

L’aumento prolungato dei prezzi, a fronte di salari stagnanti e redditi reali in diminuzione, ha inciso pesantemente sulla capacità delle famiglie di risparmiare e investire. Secondo Codacons e osservatori sindacali, anche nel 2025 la crescita dei prezzi per beni di prima necessità ha superato quella dei salari, lasciando molte famiglie senza margini di manovra sulle spese extra. Questa situazione ha provocato la diminuzione dei depositi bancari, la contrazione della liquidità e una riduzione degli investimenti in strumenti finanziari, proprio mentre i servizi bancari diventavano meno accessibili a causa del fenomeno della desertificazione bancaria.

Le politiche salariali recenti hanno spesso privilegiato la flessibilità e la moderazione dei salari rispetto all’aumento generalizzato delle retribuzioni. La legge 15 maggio 2025 n. 76, che introduce il principio della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese e alla distribuzione degli utili, segna una svolta nel sistema italiano, ma i suoi effetti sulle famiglie sono ancora da valutare. Rimane essenziale che la crescita della produttività si traduca in incrementi salariali diffusi e non in esclusiva per pochi settori ad alto valore aggiunto.

Il risultato di queste dinamiche è una fiducia ridotta nelle possibilità di risparmio e una maggiore propensione alla cautela. Le famiglie sono costrette ad adottare strategie di consumo essenziali, selezionando in modo più rigido le priorità di spesa, con impatti diretti sul commercio al dettaglio e sulla vitalità del tessuto economico locale.

Strumenti di sostegno e politiche di tutela: il caso dei bonus e delle riforme recenti

Negli ultimi anni, il Governo ha risposto all’emergere di nuove fragilità introducendo misure una tantum e riforme con l’obiettivo di sostenere il reddito e proteggere i soggetti più esposti. Tra gli strumenti più rilevanti si segnala il Bonus 200 euro, nato con il cosiddetto "decreto aiuti" e rivolto a una vasta platea di cittadini con un reddito lordo inferiore a 35.000 euro. Questa indennità, riconosciuta automaticamente o su domanda agli aventi diritto, ha rappresentato un sostegno temporaneo contro l’inflazione e il caro vita, beneficiando lavoratori dipendenti, pensionati e soggetti assistiti da varie forme previdenziali.

  • Lavoratori dipendenti (pubblici e privati)
  • Pensionati e titolari di trattamenti sociali
  • Lavoratori domestici, atipici e stagionali
  • Beneficiari di sussidi come la Naspi o il reddito di cittadinanza
Tali misure, pur offrendo sollievo immediato, non sempre si sono tradotte in maggiore stabilità economica duratura: per affrontare le nuove povertà e le disparità, il legislatore ha avviato riforme più strutturali, tra cui la già citata legge sulla partecipazione e l’impegno nella contrattazione sociale e territoriale (come testimoniato dalla Cisl e da altre strutture sindacali). L’evoluzione più recente vede una maggiore attenzione a strumenti integrati che coinvolgono welfare, fiscalità, politiche abitative e sostegno all’occupazione, nel tentativo di rafforzare la resilienza dei nuclei familiari di fronte alle instabilità cicliche dell’economia.