La crisi in Iran minaccia la disponibilità globale di farmaci e l'aumento dei costi coinvolge aziende e pazienti. L'impatto sulla filiera, le ripercussioni sanitarie e le strategie per un settore più resiliente.
L'escalation del conflitto in Iran sta sollevando preoccupazioni crescenti tra analisti, operatori e aziende della filiera farmaceutica internazionale. Il blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz, avvenuto nelle ultime settimane, ha reso sempre più evidente la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento di numerosi settori economici, tra cui quello farmaceutico. La disponibilità dei medicinali rischia ora di essere seriamente compromessa a livello globale, con prospettive inedite per la salute pubblica e per la sostenibilità industriale.
L'industria dei farmaci in Italia e in Europa si trova davanti al terzo shock in quattro anni, dopo la pandemia e le tensioni sul Mar Rosso: la sospensione delle rotte attraverso uno dei più importanti corridoi commerciali mondiali espone tutta la filiera a rischi di carenze senza precedenti. In particolare, si teme per la fornitura di paracetamolo, antibiotici, antidiabetici e farmaci oncologici, la cui produzione dipende da derivati petrolchimici e materie prime strategiche provenienti dal Golfo Persico.
Il transito marittimo attraverso lo stretto di Hormuz è divenuto un vero snodo della logistica globale: circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevante di gas naturale liquefatto transitano per queste acque, ma non solo. La produzione di molti principi attivi e materiali chiave della moderna industria farmaceutica si fonda su processi che iniziano proprio nelle regioni a ridosso di questo fragile passaggio. Prima che un comune blister di compresse raggiunga una farmacia europea, la materia prima percorre migliaia di chilometri e attraversa molteplici passaggi industriali.
Il fenolo, essenziale nel paracetamolo, nasce da processi petrolchimici che dipendono dalle esportazioni del Golfo; la metformina, nota terapia per il diabete, discende dal gas naturale della regione; numerosi antibiotici richiedono solventi come il metanolo, anch'essi collegati a quella filiera. Inoltre, materiali come l'alluminio per i blister, la plastica per i flaconi e il polietilene usato negli imballaggi dipendono da forniture asiatiche e transiti dallo Stretto, mentre l'energia per conservare i farmaci biologici e le catene del freddo risente delle tensioni sui mercati degli idrocarburi:
La capacità produttiva dei farmaci oggi dipende largamente da ingredienti e intermedi di origine asiatica. Secondo i dati di settore, il 74% dei principi attivi importati dalle aziende farmaceutiche europee arriva da Cina e India. Tuttavia, come sottolineato anche dal presidente di Farmindustria, la catena di approvvigionamento mostra segnali di forte stress: l'aumento dei prezzi di metanolo, alluminio, vetro e altri materiali ha raggiunto, in alcuni casi, incrementi tra il 20% e il 60% rispetto ai livelli pre-crisi. Le aziende hanno tipicamente scorte di sicurezza sufficienti per due o tre mesi, ma la durata dell'attuale conflitto introduce variabili aggiuntive e imprevedibili:
I rincari a cascata sulle materie prime e sull'energia stanno rapidamente mettendo in discussione la sostenibilità di molte imprese farmaceutiche europee. Nel dettaglio, il costo dell'alluminio è aumentato del 25%, quello del vetro e di altri materiali per il confezionamento è cresciuto tra il 20% e il 35%, mentre i prezzi dei principi attivi hanno subito incrementi intorno al 15-20% nelle ultime settimane. Tali rialzi, in presenza di sistemi di prezzi amministrati e di contratti a tariffa fissa, gravano integralmente sugli equilibri finanziari delle imprese.
L'impatto diretto di queste dinamiche riguarda sia la competitività dell'industria sia la stabilità dei posti di lavoro. Si aggiungono poi i problemi strutturali di dipendenza da attori extraeuropei e la concorrenza di strategie aggressive statunitensi, basate su regole come la Most Favored Nation che attraggono investimenti e produzione lontano dall'Unione Europea. La prospettiva, secondo Farmindustria, rischia di portare a una perdita di 100 miliardi di euro di investimenti nella ricerca e sviluppo nei prossimi cinque anni.
Le carenze di farmaci provocate dalle tensioni nello Stretto di Hormuz potrebbero avere effetti immediati e gravi sulla salute pubblica. In particolare, i pazienti affetti da patologie croniche, ad esempio asma, BPCO, diabete, condizioni oncologiche e fibrosi, sono più esposti a interruzioni delle terapie:
Le aziende farmaceutiche e le istituzioni stanno adottando diverse misure per far fronte alla crisi di approvvigionamento. In prima battuta, il settore si affida allo stock di sicurezza, solitamente sufficiente per assicurare copertura di alcune settimane o mesi. Tuttavia, come riconosciuto dagli stessi operatori, questa soluzione risponde soltanto a scenari di durata limitata dell'emergenza. Le principali misure adottate comprendono:
La crisi attuale pone l'Europa davanti alle proprie fragilità. La dipendenza da paesi asiatici per componenti essenziali si somma alla pressione esercitata dalla concorrenza di Stati Uniti e Cina, che sviluppano strategie industriali protettive e proattive. L'UE, invece, resta schiacciata in quella che gli addetti ai lavori definiscono sandwich negativo, tra innovazione importata e risorse produttive che rischiano di migrare altrove. La Commissione europea è chiamata a rispondere con maggiore determinazione:
Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...