I rumori notturni dei vicini possono diventare un problema serio: la Cassazione chiarisce quando superano la normale tollerabilit, quali prove sono necessarie e in che casi possibile ottenere un risarcimento.
Vivere in condominio significa spesso confrontarsi con questioni delicate come la gestione dei rumori provenienti dagli appartamenti confinanti. Negli ultimi anni, il fenomeno delle immissioni sonore indesiderate – soprattutto nelle ore notturne – ha assunto crescente rilevanza nei rapporti di vicinato. Le controversie su questi temi si sono intensificate in parallelo all’evoluzione normativa e giurisprudenziale sulla tutela del diritto al riposo e alla vivibilità domestica. La Corte di Cassazione, tramite recenti sentenze, ha chiarito i presupposti e i limiti per la richiesta di compensazione danni, sottolineando l’importanza della prova concreta del disagio subito. Nasce così l’esigenza di comprendere, anche alla luce delle novità del biennio 2024-2025, quali siano le condizioni per cui si possa configurare un obbligo risarcitorio in caso di disturbi acustici tra vicini.
L’articolo 844 del codice civile rappresenta il riferimento principale quando si tratta di contrastare immissioni acustiche tra appartamenti. In base a questa norma, il proprietario non può impedire i rumori provenienti dal fondo vicino salvo che superino la normale tollerabilità, tenuto conto anche delle caratteristiche dei luoghi. Da questo principio emerge il delicato equilibrio fra l’interesse a godere liberamente della propria proprietà e il diritto degli altri condomini alla quiete e alla salute. I parametri per valutare la tollerabilità sono flessibili e dipendono da diversi fattori quali intensità, durata, orario e caratteristiche ambientali. Non esistono soglie fisse valide per ogni situazione: la valutazione avviene caso per caso, come sottolineato ripetutamente dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. Cass. n. 1823/2023; Cass. n. 28201/2018). La Corte ha inoltre evidenziato che tale valutazione deve sempre rapportarsi sia alla sensibilità dell’uomo medio sia alle abitudini consolidatesi nel contesto di vita interessato. Il concetto di "normale tollerabilità" è quindi relativo e cambia secondo le circostanze: un rumore tollerabile in pieno giorno può risultare inaccettabile durante le ore notturne in una zona residenziale silenziosa. L’obiettivo è garantire un bilanciamento oggettivo fra le esigenze private e la tutela della tranquillità collettiva, senza imporre oneri eccessivi o rischi di abuso di quei limiti che dovrebbero consentire una pacifica convivenza in condominio.
Per stabilire se il disagio superi il confine della normale tollerabilità è necessaria una valutazione rigorosa, articolata su evidenze oggettive e soggettive. In sede civile, la giurisprudenza ha affermato che la prova dell’intollerabilità può essere fornita attraverso presunzioni, testimonianze di altri residenti, e – se necessario – con perizie tecniche quali la misurazione fonometrica. Tuttavia, la Corte di Cassazione (sentenza n. 32043/2025) ha riconosciuto che la perizia non è più obbligatoria nei giudizi penali in tema di disturbi alla quiete pubblica: sono sufficienti testimonianze coerenti e accertamenti da parte delle forze dell’ordine per dimostrare la diffusività e la reale percettibilità del rumore. In ambito civile, però, la prova può richiedere approfondimenti specifici quale la valutazione della rumorosità di fondo e del differenziale acustico (ad esempio, oltre 3 decibel rispetto al normale). Deve emergere chiaramente che il disturbo è tale da ledere il diritto al riposo e alla salute, secondo un criterio medio di sensibilità. Nell’accertamento giuridico, hanno un peso decisivo:
Il regolamento condominiale riveste importanza centrale nella disciplina dei rapporti fra condomini, poiché spesso stabilisce limiti orari stringenti e norme più severe rispetto a quelle previste dal codice civile. In molte realtà urbane, ad esempio, dalle 22:00 alle 7:00 vige l’obbligo particolare di silenzio, mentre la disciplina pubblica si limita a un criterio più flessibile. È importante distinguere tra "rumore molesto" e "rumore intollerabile":
Per vedere riconosciuto un diritto al risarcimento in caso di disturbi acustici, è essenziale dimostrare non solo l’intollerabilità delle immissioni, ma anche la conseguente lesione di un diritto rilevante costituzionalmente, come la salute (art. 32 Costituzione) o la vivibilità dell’abitazione (art. 8 CEDU). La richiesta di indennizzo dev’essere fondata su elementi oggettivi, fra cui:
Il biennio 2024-2025 si è rivelato decisivo per la chiarificazione dei limiti e delle tutele in materia di immissioni rumorose. Le ordinanze della Cassazione (ad esempio, n. 21479/2024 e n. 7855/2025) hanno ribadito che il rispetto dei limiti amministrativi di inquinamento acustico non è sufficiente, in ambito civile, per escludere la responsabilità: la valutazione della tollerabilità resta un fatto concreto, basato sugli effetti reali prodotti sui vicini. La Suprema Corte ha anche sottolineato che possono essere ritenuti risarcibili quei danni che riguardano la qualità della vita domestica, anche laddove non sia provata una patologia medica ma sia sufficientemente dimostrata una sofferenza psichica o un disagio personale legato all’esposizione prolungata ai rumori. Un ulteriore elemento di rilievo è costituito dall’eliminazione, in sede penale, dell’obbligo della perizia tecnica: testimonianze puntuali e riscontri oggettivi risultano ora centrali nell’accertamento dell’illecito. La giurisprudenza insiste su tutele concrete per chi subisce condotte lesive, prevedendo sia la cessazione del comportamento illecito sia la possibilità di ottenere un indennizzo equitativo in funzione della gravità e durata della turbativa.