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Sempre più fabbriche e produttori di auto si convertono in industria di armi e difesa: chi sono, dove e perché

di Marcello Tansini pubblicato il
Armi e difesa

La trasformazione dell'industria automobilistica europea vede sempre più aziende riconvertirsi alla produzione militare. Dalla crisi del settore auto emergono nuovi assetti industriali e scenari tra Germania, Italia, Francia e il resto d'Europa.

Il settore automobilistico europeo sta vivendo una delle sue fasi più complesse dalla nascita dell'industria contemporanea. Numerosi stabilimenti hanno segnalato cali di domanda cronici e una difficoltà nel riconvertire l'offerta verso veicoli elettrici, i cui margini restano ancora incerti.

Su questo sfondo, una parte crescente della filiera auto guarda a nuovi sbocchi: non solo diversificazione nell'indotto, ma aperture verso comparti una volta distanti, come quello legato alla sicurezza e alla difesa. La riconversione industriale, spinta sia dalle politiche comunitarie sia dal nuovo clima geopolitico, è oggi una realtà concreta in diversi Paesi membri:

  • Multinazionali e fornitori storici stanno strutturando divisioni specifiche orientate al dual use, ovvero applicazioni civili e militari.
  • I governi stanno implementando incentivi e piattaforme per facilitare la transizione del personale e delle tecnologie dai comparti automobilistici a quelli della difesa.
  • Nuovi attori finanziari, come i fondi di investimento dedicati, guardano all'innovazione dell'industria bellica come risorsa futura.
L'adattamento non risponde solo a logiche economiche: l'attuale contesto internazionale e l'escalation delle spese per la sicurezza europea richiedono soluzioni rapide e innovative. Mentre si sperimenta una ridefinizione radicale delle strategie produttive, rimane centrale il tema della salvaguardia occupazionale, della competitività e delle ricadute sociali sui territori maggiormente colpiti dalla crisi automobilistica.

Dalla crisi dell'auto alla corsa al riarmo: scenario europeo

Negli ultimi due anni il comparto automotive europeo ha registrato una lunga serie di segnali di allarme: i dati del Stockholm International Peace Research Institute evidenziano come il calo di volumi nella produzione di autoveicoli sia stato accompagnato da una crescita significativa della spesa militare. Nell'arco del 2024 la spesa globale per armamenti ha raggiunto livelli record, con un aumento del 9,4% rispetto all'anno precedente.

L'Unione Europea ha reagito a questo scenario varando il piano ReArm Europe, un pacchetto di investimenti da 800 miliardi di euro con l'obiettivo di migliorare la prontezza militare e ristrutturare parte delle filiere produttive in difficoltà. Questa strategia si basa su due pilastri:

  • l'alleggerimento delle restrizioni normative e fiscali sul comparto automotive dismesso e
  • la spinta verso la riconversione su piattaforme industriali strategiche come lo spazio e la difesa, settori a domanda crescente.
Questo fenomeno non riguarda solo le aziende storiche specializzate in forniture per il settore della difesa: è l'intera filiera auto a essere coinvolta. Circa 500 imprese tedesche hanno già aderito a SVI-Connect, una piattaforma governativa dedicata ad avvicinare fornitori civili ai grandi gruppi difesa. Secondo studi del settore, il 90% di queste aziende proviene da esperienze esclusivamente automobilistiche, segno di una trasformazione irreversibile del panorama industriale europeo.

L'accelerazione verso prodotti a dual use e la progressiva sinergia tra tecnologia auto e dispositivi militari sta incidendo anche sulle partnership tra grandi gruppi: collaborazioni strategiche e acquisizioni stanno ridefinendo ruoli e leadership all'interno dell'Europa, mentre il quadro normativo si adegua sfruttando deroghe speciali e nuovi incentivi comunitari.

Germania e il caso Rheinmetall: modelli di riconversione

Il caso tedesco è emblematico nel panorama europeo: la Germania, storicamente cuore pulsante dell'industria automobilistica continentale, ha visto i principali protagonisti del settore auto affrontare un rapido declino dei tradizionali mercati. In risposta, il comparto della difesa è cresciuto rapidamente, in particolare grazie al gruppo Rheinmetall, attore principale sia nella produzione di componenti auto sia in quella di specifici equipaggiamenti militari.

La strategia di riconversione ha interessato stabilimenti celebri come quelli di Berlino e Neuss, storicamente focalizzati sulla componentistica automobilistica e oggi adattati alla realizzazione di munizioni, mezzi blindati e sistemi per la sicurezza terrestre. Una delle operazioni più rilevanti degli ultimi dodici mesi riguarda il passaggio di uno stabilimento Volkswagen di Osnabrück, destinato inizialmente alla chiusura, sotto il controllo di Rheinmetall, con la prospettiva di salvaguardare l'occupazione e rilanciare la produzione a fini difensivi.

Il salto verso la difesa ha coinvolto anche grandi fornitori come Schaeffler, Bosch, ZF Friedrichshafen e Continental:

  • Schaeffler ha dichiarato la volontà di raggiungere, entro il 2035, il 10% dei ricavi da nuovi settori come robotica e difesa.
  • Bosch, pur non avendo una divisione militare diretta, investe nello sviluppo di piattaforme tecnologiche che possono essere facilmente adattate a veicoli tattici e sistemi d'arma.
L'obiettivo annunciato dalle istituzioni tedesche è portare la spesa per la difesa al 3% del PIL, raggiungendo oltre cento miliardi annui. Questa prospettiva offre nuove opportunità, ma impone anche alle aziende una rapida riorganizzazione sul fronte delle competenze, del capitale umano e degli standard produttivi richiesti nel settore militare.

Italia tra politica nazionale e piani europei

L'Italia si inserisce in questo percorso con una propria strategia delineata dal Piano nazionale Made in Italy 2030 e in dialogo stretto con i programmi europei come ReArm Europe. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha individuato nella diversificazione verso la difesa e l'aerospazio una delle opportunità prioritarie per rilanciare stabilimenti in crisi. La partecipazione delle aziende auto alla produzione militare non è più un tabù: lo dimostrano i casi di Berco e di altri impianti veneti, indicati dal ministro come esempi di come un comparto in crisi può essere riassorbito in filiere strategiche sostenute da grandi gruppi come Leonardo.

Le grandi aziende automobilistiche, come Stellantis, collaborano già da anni con la difesa nella produzione di veicoli speciali e blindati. Tuttavia, la riconversione diretta di interi stabilimenti resta un tema delicato: il governo italiano ragiona su progetti pilota da presentare in concomitanza con il nuovo quadro regolatorio europeo, valutando anche incentivi specifici per preservare occupazione e competenze. Criticità e questioni aperte sono:

  • La gestione della transizione occupazionale degli addetti alla componentistica auto verso il comparto difesa richiede piani di formazione specifici e investimenti mirati.
  • L'opinione pubblica e i sindacati sollevano interrogativi sul bilanciamento tra esigenze di sicurezza, tutela dei posti di lavoro e implicazioni etiche della riconversione.
  • Si discute sull'efficacia a lungo termine dell'opzione Difesa come alternativa vera e sostenibile per modernizzare l'industria senza rinunciare alle politiche green.
Resta forte il legame con la dimensione europea, in quanto la strategia italiana non può prescindere da aiuti, regole e investimenti definiti a Bruxelles; ciò, nell'ottica nazionale, rappresenta una sfida e al tempo stesso una leva necessaria per guidare la transizione.

Francia e altri casi europei: la strategia di Renault

La Francia rappresenta la nuova frontiera di questa trasformazione. Renault si è distinta come primo produttore automobilistico dell'Unione coinvolto direttamente nella costruzione di droni militari, attraverso una collaborazion con Turgis Gaillard e sotto il coordinamento della Direzione generale degli armamenti.

Questa operazione segna un importante precedente, facendo leva sulle competenze sviluppate nella produzione di massa e nel controllo dei costi proprie del settore auto. L'accordo prevede la produzione di droni d'attacco a lungo raggio, con un potenziale di mercato valutato in circa un miliardo di euro nei prossimi dieci anni. Altri esempi sono:

  • La Fonderie de Bretagne, stabilimento storico specializzato in componentistica per Renault, che dal 2025 ha avviato la produzione di munizioni evitando licenziamenti e favorendo la riconversione degli addetti.
  • Delair, azienda leader nella produzione di droni civili e ora anche in ambito militare, valorizza le sinergie fra know-how industriale e nuove esigenze operative europee.
Anche in Francia, secondo quanto emerso dai dialoghi sindacali e istituzionali, la riconversione resta una scelta discussa: lo Stato partecipa direttamente a piani di salvataggio, mentre le amministrazioni locali garantiscono prestiti e incentivi per favorire la transizione.

Conseguenze economiche, sociali ed etiche della riconversione

Il passaggio dalla produzione automobilistica tradizionale alla difesa solleva molteplici interrogativi, sia a livello locale che continentale. In termini economici, il fenomeno contribuisce al mantenimento dei livelli occupazionali in territori altrimenti a rischio desertificazione industriale. Al contempo, si pone il problema della continuità degli investimenti e della sostenibilità a lungo termine, in settori dove la domanda può essere soggetta a forti fluttuazioni legate al contesto geopolitico.

Dal punto di vista sociale, la riconversione rappresenta spesso un'opportunità per salvaguardare competenze tecniche e riqualificare migliaia di lavoratori. Tuttavia, emergono anche tensioni legate a:

  • la natura sensibile dei prodotti realizzati (armamenti, tecnologie dual use),
  • l'impatto su reputazione e missione etica delle aziende coinvolte,
  • il dibattito circa la responsabilità sociale dell'impresa e la destinazione finale del lavoro industriale.
Numerosi osservatori e associazioni sollecitano programmi trasparenti e una regolamentazione rigorosa, mentre emerge la necessità di investire in ricerca, formazione e meccanismi di supporto alla transizione. Per molti attori, la diversificazione verso la difesa è una risorsa temporanea, in attesa di un nuovo equilibrio nei mercati civili.