Spesso si pensa al trading come via rapida alla ricchezza, ma la realtà è ben diversa. Tra miti, rischi, statistiche reali e la necessità di formazione, perché guadagnare col trading è complesso.
Chi ha frequentato ambienti formativi o professionali nell'ambito delle piattaforme di trading online, sa che la clientela resta molto eterogenea: casalinghe, studenti, artigiani, piccoli imprenditori e impiegati, spesso con sogni di rapida ricchezza più che con solide basi tecniche. Molti di questi investitori privati finiscono per erodere il proprio capitale nel tempo, inseguendo promesse eccessivamente ottimistiche.
Nel mondo reale, pochi ottengono guadagni duraturi e la maggior parte delle storie trionfali circolate sui social si basano su eccezioni e su rischi straordinari. Solo un esame attento svela che le vere difficoltà emergono col passare del tempo: studio costante, gestione emotiva e controllo rigoroso delle proprie scelte. Avviare una carriera da investitore richiede quindi un approccio realistico e razionale, al di là dei miti diffusi.
Numerosi elementi concorrono a ostacolare il raggiungimento di grandi guadagni mediante la semplice attività di compravendita di strumenti finanziari. In primo luogo, l'accesso semplificato alle piattaforme online ha fatto sì che molte persone senza formazione specifica si affidassero a sistemi e strategie di cui non comprendono approfonditamente i meccanismi. Spesso, i trader novizi sono attratti da messaggi pubblicitari che promettono profitti esagerati, anche con capitali esigui, e sottovalutano le difficoltà oggettive di mantenere un rendimento costante.
La vera natura dei mercati finanziari, invece, è caratterizzata da volatilità, rischio intrinseco e concorrenza agguerrita. Persino tra investitori di lungo corso, le perdite rappresentano una componente fisiologica dell'attività quotidiana. Secondo dati di settore, oltre il 60% dei conti retail perde denaro facendo trading su CFD o altri derivati, come riportato nelle informative degli stessi intermediari regolamentati.
Un altro elemento critico è la mancanza di adeguata pianificazione e disciplina. L'impazienza, la ricerca di gratificazioni immediate e le incertezze emotive spingono molti trader ad allontanarsi dalle proprie regole operative, a cambiare strategia o mercato troppo rapidamente e, spesso, ad amplificare le proprie perdite. La falsa convinzione di poter battere il mercato in breve tempo è all'origine di decisioni impulsive e dannose:
Chi osserva dall'esterno il mondo della speculazione finanziaria tende a sottovalutare tre elementi indispensabili. Il primo è il capitale: con 10.000 euro risulta quasi impossibile garantire un ritorno tale da sostenere uno stile di vita medio-alto, mentre con cifre maggiori (100.000 euro o più) la gestione del rischio e del portafoglio cambia drasticamente. Ipotizzare, ad esempio, di ottenere 1.500 euro al mese da un piccolo capitale implica performance stellari continue, un obiettivo pressoché irrealistico. In alternativa, con somme elevate, sarebbe più semplice e sicuro ottenere rendimenti con strumenti tradizionali a basso rischio come i titoli di Stato.
Il fattore temporale è altrettanto sottovalutato: acquisire le competenze richieste per operare con efficacia equivale a seguire un percorso accademico, tra analisi fondamentale, analisi tecnica, conoscenze macroeconomiche e aggiornamento normativo (si pensi alle discipline MIFID o ai regolamenti ESMA). Il tempo dedicato all'aggiornamento, all'analisi e al monitoraggio degli investimenti è molto simile a un lavoro vero e proprio.
Infine, la preparazione: la differenza fra un operatore improvvisato e un professionista sta nella capacità di:
Le aspettative in tema di rendimento sono spesso distorte da esempi fuori scala e da narrazioni parziali. In realtà, il guadagno medio annuo di un trader indipendente oscilla in genere tra il 5% e il 10% rispetto al capitale investito, secondo le principali fonti di settore. In casi rari e solo con notevole esperienza e una disciplina ferrea si possono raggiungere risultati superiori, ma questi rappresentano eccezioni non ripetibili su larga scala.
Analizzando i differenti profili di trader emerge che i professionisti più avanzati (ad esempio, coloro che lavorano per fondi o banche d'investimento) possono ottenere compensi mensili stabili, anche grazie a benefit come capitale fornito dall'azienda o commissioni extra; in Italia, la soglia di un salario fisso d'ingresso per tali figure si aggira attorno ai 19.000-22.000 euro lordi annuali. Per un principiante che opera in autonomia, invece, il guadagno può essere anche inferiore ai 500 euro al mese, alternando periodi positivi a mesi con saldo negativo.
Uno degli errori più comuni consiste nell'investire cifre modeste, sperando di ottenere rapidamente somme elevate. Considerando il livello di rischio e la volatilità dei mercati, la maggior parte degli operatori privati finisce col consumare lentamente il capitale iniziale a favore delle piattaforme di trading e dei broker che, tramite commissioni e spread, garantiscono i ricavi principali per la filiera:
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Tipologia di trader |
Guadagno medio stimato |
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Principiante privato |
Fino a 500 €/mese, spesso alternando perdite |
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Trader indipendente esperto |
5%-10% mese sul capitale investito |
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Professionista istituzionale |
1.300-1.600 €/mese (entry level); molto variabile |
Si comprende, dunque, come la realtà dei dati ridimensioni drasticamente il mito dei facili guadagni.
L'aspetto psicologico e la percezione del rischio sono fattori cardine nella determinazione dei risultati. Molti operatori sottovalutano l'impatto emotivo derivante da perdite ripetute, stress e pressione per recuperare. Le piattaforme, rese sempre più accessibili dalle tecnologie digitali, favoriscono una operatività impulsiva, spingendo all'azione senza la necessaria riflessione.
Le statistiche di settore dimostrano che oltre il 60% degli account retail chiude in perdita, una percentuale che sale ulteriormente in presenza di strumenti complessi come i CFD o l'operatività a leva. Tra i motivi prevalenti:
Il guadagno sistematico e consistente nei mercati finanziari resta privilegio di una ristretta minoranza. Secondo i principali report pubblici e le informative richieste dalla normativa MiFID II, le piattaforme di trading segnalano regolarmente le percentuali di clienti al dettaglio in perdita: nel segmento dei CFD, tra il 60 e il 65% degli utenti chiude con saldo negativo.
I ricavi delle piattaforme derivano principalmente dalle commissioni per ogni operazione, dagli spread applicati e dalle attività di trading ad alta frequenza. In altre parole, chi si arricchisce con costanza non sono quasi mai i piccoli trader privati, ma piuttosto i soggetti che gestiscono l'infrastruttura stessa del mercato: broker, market maker, società di intermediazione.
I dati storici mostrano che le vere storie di successo sono rare e, spesso, sostenute da un percorso professionale consolidato e capitale iniziale significativo. Mentre la maggioranza dei nuovi partecipanti fatica a mantenere il capitale iniziale, per molti l'attività di trading assume un ruolo accessorio e non sostitutivo del proprio reddito principale.
L'elemento che distingue un percorso di investimento consapevole è la valorizzazione della conoscenza e della disciplina personale. Le stesse autorità di vigilanza, come CONSOB e Banca d'Italia, sottolineano l'importanza dell'educazione finanziaria che consente di: