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Obbligazioni che rendono quasi l'8%il doppio dei BTP: cosa c''è dietro tra tassi, call e perdite aziende

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di Dott. Luca Rossoni pubblicato il

Cedole variabili e rendimenti vicini all’8%, quasi il doppio dei Btp, possono attirare, ma non raccontano tutto. Clausola call, solidità dell’emittente, liquidità, imposte e commissioni incidono sul rischio e sul guadagno effettivo.

Le obbligazioni societarie italiane con scadenze di quattro e sei anni possono mostrare rendimenti lordi compresi tra il 5,5% e il 7,9% nel 2026, contro livelli più bassi per i Btp di durata simile. Il rendimento va letto insieme al rischio dell’emittente, alle regole della cedola e alle eventuali clausole che consentono alla società di rimborsare il titolo prima della scadenza. Per identificare una singola emissione occorrono il nome dell’emittente, il codice identificativo e le condizioni definitive: durata e rendimento non sono sufficienti.

Cosa c’è dietro le obbligazioni che promettono quasi l’8%

Un rendimento vicino all’8% sembra una sfida lanciata ai titoli di Stato. Tra le obbligazioni societarie italiane quotate su Borsa Italiana con taglio da mille euro, un’emissione immobiliare torinese paga il 7,87% lordo, quasi il doppio di un Btp. Ma quando il rendimento è così alto, la domanda giusta è quale rischio lo giustifica. Dietro il numero ci sono una cedola a tasso variabile con minimo garantito, la possibilità per l’emittente di rimborsare in anticipo con una call, e i conti in rosso di una società in perdita. Ecco come funzionano questi titoli e che cosa valutare prima.

Il rendimento più alto è quello del bond Ipi 2033: 7,87% lordo. La scheda di Borsa Italiana lo conferma, con un rendimento effettivo lordo di 7,89% e netto di 5,8%. Le altre emissioni citate si fermano molto più in basso, tra il 5,15% e il 5,82%: la forbice “tra 5,5 e 7,9%” dipende quindi da un solo titolo in cima.

Il titolo Ipi paga l’Euribor a 12 mesi più 500 punti base, con un tasso minimo del 7% lordo. Per il primo anno, dal 16 giugno 2026 al 15 giugno 2027, la cedola è stata fissata al 7,841%. Il meccanismo ha due effetti. Se l’Euribor sale, la cedola cresce. Se i tassi scendono, il floor garantisce comunque il 7%. Per questo il titolo ha una duration modificata di 0,93, cioè poca sensibilità ai movimenti dei tassi. È un vantaggio reale in una fase di tassi incerti, ma il minimo del 7% è un diritto contro l’emittente: vale quanto vale la capacità di pagare.

La call permette all’emittente di rimborsare quando gli conviene

La seconda parola del titolo è decisiva. Le obbligazioni Ipi sono titoli non subordinati e non garantiti, con graduale ammortamento e rimborso anticipato su iniziativa dell’emittente. Per l’emissione gemella 2032, dal quarto anno Ipi può rimborsare in anticipo, anche parzialmente. L’effetto pratico è che un bond con minimo del 7% costa caro a chi lo emette, quindi l’emittente ha interesse a ripagarlo se trova denaro a minor prezzo. Per chi compra sopra la pari, e il prezzo di riferimento era 101,02, un rimborso a 100 cancella circa un punto di capitale. Il rendimento “fino a scadenza” resta quindi teorico. La stessa clausola riguarda altri titoli della lista: General Finance può rimborsare dal 12 ottobre 2028 e NewPrinces dal 12 febbraio 2028.

Ecco il dato che il rendimento fa dimenticare. Ipi ha chiuso il 2025 con una perdita di 12,4 milioni, contro un utile di 0,6 milioni nel 2024, e ricavi di 47,1 milioni. L’EBITDA è risultato negativo per 0,2 milioni, a fronte dei 19,5 positivi del 2024. Il patrimonio immobiliare è sceso a 221,6 milioni da 236,4, mentre il patrimonio netto è di 99,6 milioni, in calo da 107,2. La posizione finanziaria netta, prima dell’IFRS 16, è negativa per 123,8 milioni. Il primo semestre 2026 non ha cambiato direzione: perdita netta di 6,2 milioni, contro 4,8 un anno prima.

Sul lato degli interessi, due prestiti retail da 30 milioni ciascuno a circa 7,8% implicano, in una stima di redazione, oltre 4,5 milioni di cedole l’anno. A tutelare gli investitori ci sono gli immobili, ma le obbligazioni sono prive di rating e non sono garantite. Il rimborso, inoltre, non è un’unica soluzione: il capitale è restituito in più quote, con il 20% al sesto anno e il residuo 40% alla scadenza del settimo. La società spiega che il bond amplia le fonti di finanziamento e prepara un eventuale ritorno in Borsa, un’ipotesi che il direttore generale Benedetto ha indicato come possibile.

Il doppio dei Btp vale al lordo, al netto il vantaggio scende

Il confronto con i titoli di Stato va fatto con attenzione. Il Btp quinquennale vale intorno al 4%: il nuovo Btp Valore ha cedole dal 3,7% al 4,7% e il Btp Insieme una cedola unica finale del 22,25%. Contro un titolo al 4,1% lordo, il 7,87% è quindi quasi il doppio. Ma la tassazione cambia i rapporti: i bond societari sono tassati al 26%, i Btp al 12,5%; su mille euro di cedola lorda restano 740 euro contro 875. Al netto, il Btp a circa 4,1% rende 3,6% e il bond Ipi, secondo Borsa Italiana, 5,8%: il vantaggio scende a circa una volta e mezza, non al doppio. Su entrambi si applica il bollo dello 0,2% annuo.

Nella lista ci sono emissioni più “normali”. General Finance 2030, società di factoring, rende il 5,82% lordo a tasso fisso; l’Alerion green bond 2029, con cedola 6,75% e call, rende il 5,5%; il Mediobanca 2033, strutturato a tasso variabile, il 5,3%; il NewPrinces 2031 il 5,15%. Qui il tema non è tanto il bilancio quanto la liquidità: per Fabio Caldato di AcomeA il bond General Finance rende quasi il 6% ma con bassa liquidità, e va bene solo in un portafoglio diversificato. In pratica, vendere prima della scadenza può costare, perché i prezzi di acquisto e di vendita su titoli poco scambiati si allontanano.

Che cosa dicono i gestori e che cosa controllare

Dalle fonti emergono due indicazioni. Fabrizio Viola di Generali Asset Management consiglia un mix di Btp e obbligazioni corporate, scadenze tra 4 e 6 anni, e cautela su automotive e società che usano troppa leva per l’intelligenza artificiale. Caldato chiede un premio di rendimento, ma anche un merito creditizio corrente o prospettico sicuro. Prima di comprare conviene leggere prospetto e KID, controllare il prezzo rispetto alla pari, valutare la liquidità sul mercato e non superare una quota contenuta del portafoglio, perché un solo emittente non è diversificazione.

Quando una cedola promette quasi il doppio di un titolo di Stato, la differenza non è un regalo ma il prezzo di qualcosa: un bilancio in perdita, una garanzia che non c’è, un rimborso che l’emittente può anticipare. Questo non rende il bond Ipi un cattivo investimento, ma lo rende una scommessa su una società, non una scorciatoia al reddito. Chi lo compra dovrebbe chiedersi non quanto rende, ma se sarebbe disposto a prestare quei soldi a quell’azienda anche con una cedola più bassa.






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Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...