Divario uomini e donne cresce. E incredibile vicende migliaia neomme fatte dimettere. Le storie taciute

Le donne sono ancora molto lontane dalla ricchezza degli aumenti, il divario è ancora alto. Ma ci sono tanti ulteriori problemi

Divario uomini e donne cresce. E incredi

Banca d'Italia, ancora alto il divario di ricchezza tra uomini e donne: è del 25%


Il divario uomini e donne per la ricchezza e i guadagni è molto alto, ma non c'è solo questo dei guadagni a fare la differenza. Basta vedere la vicenda dei licenziamenti delle neomamma, oltre 25mila in Italia. Una vergognosa vicenda che continua e non è l'unica.
 

L’aspetto che trova spazio più spesso sulle pagine dei giornali e sulle cronache dei tg riguarda il divario che esiste tra uomini e donni in termini di opportunità e di diritti civili.

Il divario

A vantaggio dei primi, ovviamente. E nonostante gli sforzi enormi compiuti negli ultimi anni, che pure qualche risultato l’hanno ottenuto, il divario non si ferma qua ma riguarda un aspetto forse meno sentimentale, ma ugualmente importante: gli uomini guadagnano, a parità di carriera, ancora di più rispetto alle donne.

Questo è quello che emerge chiaramente dallo studio di Giovanni D’Alessio divulgato dal servizio studi della Banca d’Italia che fissa al 25% la percentuale dei maggiori guadagni degli uomini a dispetto delle donne. Un divario che cresce in maniera direttamente proporzionale al crescere dell’età e anche se si prendono in considerazione in maniera esclusiva gli asset finanziari (35%). Mentre scende al 15% per gli immobili.

La soluzione che probabilmente potrebbe risolvere questa questione, secondo lo studio, potrebbe essere quella di intervenire per eliminare le differenze di reddito, lavoro e istruzione. In questo caso anche il divario in termini di ricchezza subirebbe un forte ridimensionamento, se non una vera e propria dissoluzione. 

Ulteriori dati

Da tempo si parla di differenze di salari tra uomini e donne nel mercato del lavoro in Italia. Questa volta non sono arriva la conferma, ma anche un brutto segnale: la situazione è adesso peggiore di quella registrata lo scorso anno. Non si tratta di un fenomeno esclusivamente italiano, intendiamoci, ma preoccupa la constatazione di come poco o nulla sia stato fatto in maniera efficace in questi anni. Si tratta solo di un problema legislativo o anche culturale e sociale? Di certo non si può far finta di nulla rispetto all'82esimo posto occupato nella classifica stilata dal World Economic Forum che comprende 144 Paesi. Tanto per essere chiari, lo scorso anno occupava il 50esimo posto e due anni fa il 41esimo.

Il peggioramento è dunque servito e la differenza tra uomini e donne non solo come stipendi, ma anche come status sociale, opportunità di vita e nel lavoro, attitudini e rappresentanza politica è adesso più ampia. Troppo più ampia. E volendo restringere il campo di osservazione al solo trattamento salariale, non resta che fare un bel balzo dalla sedia. In questo caso l'Italia precipita ai bassifondi della graduatoria mondiale. World Economic Forum colloca infatti il nostro Paese al 126esimo posto ovvero quasi all'ultimissimo posto della classifica. D'altronde, se la quota di lavoro quotidiano non pagato è pari al 61,5% per le donne italiane e del 22,9% per gli uomini, c'è evidentemente qualcosa che non gira per il verso giusto ed è sotto gli occhi di tutti.

Ma se questa è la fotografia italiana, quali sono le ragioni individuate dal World Economic Forum sulla tragica e per certi versi sorprendente situazione che ci ci caratterizza. Sono due gli elementi messi al centro delle discussione:

  1. l'allargamento del divario politico in termini di empowerment
  2. le differenze sul fronte salute e sopravvivenza

A lasciare perplessi è però proprio l'inefficacia di quanto introdotto fino a questo momento in termini di norme e facilitazioni (le quota rosa sono il più classico degli esempi) per assicurare la piena parità di genere. Se le percentuali sono così distanti significa che c'è qualcosa che non va e non può essere ricondotta alla minore predisposizione o alla mancanza di volontà della media delle donne a ricoprire i massimi incarichi manageriali o politici. Se può essere consolante (ma non lo è), la dilatazione della forbice di genere è stata registrata nella maggiori parte dei Paesi, anche oltre i ristretti confini nazionali dell'Italia.

Neomamme, boom dimissioni

E questa sarebbe una situazione da Paese civile, avanzato e attento alle esigenze degli individui e delle famiglie? Se la fotografia dell'ispettorato nazionale racconta di un vero e proprio boom di neomamme costrette a lasciare il lavoro, significa che c'è qualcosa che non va. Anzi, c'è molto che non gira per il verso giusto perché da una parte sono 25mila le mamme che presentano la lettera di dimissioni e dall'altra i posti all'asilo sono pochi, i costi sono alti e il numero di nonni lavoratori è in crescita. Una situazione tra il critico e drammatico che mette in luce tutte le contraddizioni di un Paese e di una classe di governanti che mette in luce lo scarso tasso di natalità, ma che poco o nulla fa per mettere le mamme in condizione di allevare un figlio nelle migliori condizioni possibili.

Secondo i dati aggiornati forniti dall'Ispettorato nazionale del lavoro e oggetto di discussione, tra le donne che hanno fatto un passo indietro rispetto al mondo dell'occupazione, 24.618 hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino e di conciliare la vita da mamma con il lavoro. Insomma, qui in Italia c'è evidentemente poca attenzione per la genitorialità. I numeri parlano chiaro e lo fanno in maniera drammatica:

  1. 37.738 genitori con figli fino a 3 anni di età si sono dimessi nel corso del 2016
  2. 29.879 neomamme si sono dimesse nel 2016: solo 5.261 sono passate in un'altra azienda
  3. 7.859 neopapà si sono dimessi nel 20116: di questi 5.609 sono passati a un'altra azienda

Senza voler essere troppi crudi, crescere un bambino in Italia può rappresentare in molti casi un peso. Andando più a fondo nei dettagli sono proprio le donne come lavori meno pagati a essere costrette a licenziarsi. La maggiore quota di dimissioni si registra infatti tra impiegate e operai e solo in percentuali minori tra quadri e dirigenti.

A incidere non è solo il lavoro svolto, ma anche il luogo di provenienza. In pratica vivere in alcune città e in alcune regioni è ben più costoso e impegnativo rispetto ad altri. La maggior parte delle dimissioni arriva dalla Lombardia, anche e soprattutto per assenza di accoglienza al nido, non disponibilità di parenti per prendersi cura del neonato, costi troppo alti per l'assistenza. Alle spalle della Lombardia si colloca il Veneto e in questo caso a fare la differenza sono anche la mancata concessione del part time e la modifica dei turni. I primi posti della graduatoria per numero di dimissioni vedono la presenza del Lazio e dell'Emilia Romagna.