Bollette di luce e gas in forte aumento stanno minando la sostenibilità economica di negozi, bar e ristoranti italiani. Analisi delle cause, confronti europei ed effetti su competitività e occupazione, con il punto di vista di Confcommercio.
L’inasprimento dei costi dell’energia negli ultimi anni grava in modo sempre più pesante sulle imprese italiane attive nel terziario di mercato. Negli ultimi esercizi, l’incremento dei prezzi della luce e del gas ha raggiunto livelli tali da mettere a rischio la sostenibilità stessa di molte realtà, in particolare le piccole e medie attività che operano nell’ambito di negozi, ristoranti, bar e servizi.
Secondo l’Osservatorio di Confcommercio, gli aumenti prolungati hanno comportato una pressione senza precedenti sui bilanci aziendali, con una spesa energetica che nei casi più tipici supera ampiamente i duemila euro al mese solo per le attività di vendita al dettaglio e somministrazione.
La ripresa inflattiva post-pandemica e le turbolenze dei mercati energetici europei, originate anche da tensioni geopolitiche, hanno generato una situazione inedita: i costi di gestione non garantiscono più la stessa marginalità di una volta e molte imprese si ritrovano a dover scegliere tra aumentare i prezzi al pubblico o comprimere investimenti e occupazione. Al centro della problematica vi è la sproporzionata incidenza delle spese di luce e gas sui ricavi, soprattutto in un contesto nazionale dove la domanda interna resta ancora fragile. Il nodo bollette rappresenta dunque, oggi più che mai, un ostacolo concreto alla competitività e alla tenuta del sistema imprenditoriale del terziario.
Il 2025 si è confermato un anno ancora segnato dai rincari energetici, malgrado una fase iniziale di parziale riduzione dei prezzi all’ingrosso avvenuta nella prima metà dell’anno. Nel periodo più recente, tuttavia, i costi per la fornitura di elettricità e gas di negozi, ristoranti e imprese affini sono tornati a crescere, fissandosi ben oltre i livelli considerati “normali” prima dello scoppio della pandemia e della crisi energetica europea.
Secondo i dati dell’Osservatorio Confcommercio Energia, rispetto al 2019 la bolletta mensile dell’elettricità per le attività del terziario ha visto un rialzo medio del 28,8%, mentre quella del gas è aumentata addirittura del 70,4%. Analizzando specifici comparti, ristoranti e negozi di alimentari affrontano una spesa energetica superiore ai 2.000 euro mensili, mentre le grandi superfici di vendita e gli alberghi medi superano i 5.000 euro. Gli effetti sono visibili tanto sui margini delle imprese quanto nella necessità di rivedere le politiche interne di gestione.
L’onere delle bollette rimane quindi un elemento prioritario e spesso difficile da sostenere, causando squilibri gestionali e limitando la capacità di investimento e crescita. La presenza di una inflazione energetica costantemente oltre la media europea, anche a fronte di una domanda non eccezionale, segnala una vulnerabilità strutturale del comparto italiano nei confronti della concorrenza internazionale.
Gli aumenti che stanno colpendo il terziario non dipendono solo dal costo "puro" dell’energia, ma sono frutto di un insieme complesso di fattori tariffari e regolamentari. Sul totale di una bolletta elettrica, infatti, la componente energia rappresenta circa il 60%, mentre il restante è composto da oneri generali di sistema, accise e imposte. Gli oneri di sistema, in particolare, sono tornati a incidere fortemente dopo la cessazione delle misure di sostegno emergenziale, pesando per quasi il 20% del totale.
Il ritorno pieno degli oneri ha creato una nuova pressione sui costi, con incrementi della bolletta tra il terzo e il quarto trimestre 2025 che arrivano fino al 21%. I reparti dotati di impianti ad alta potenza – quindi grandi superfici, alberghi, negozi alimentari di grandi dimensioni – sono stati maggiormente esposti a questa dinamica. La determinazione dei prezzi dell’energia, inoltre, continua a subire l’influenza dei mercati all’ingrosso che, in presenza di crisi internazionali, mostrano oscillazioni marcate.
Confcommercio ha ribadito la necessità di riformare la struttura degli oneri, di disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas e di prevedere strumenti di calmierazione a favore delle attività più esposte, soprattutto di piccole e medie dimensioni.
L’incremento delle spese di luce e gas non si è distribuito in modo omogeneo tra le diverse categorie del terziario, ma ha colpito in misura maggiore i comparti più energivori e quelli a minore solidità patrimoniale. I dati dell’Osservatorio rivelano che:
L’Italia si distingue in ambito UE per la maggiore incidenza dei costi energetici sulle attività economiche, una circostanza che penalizza notevolmente le imprese nazionali. I dati più aggiornati per il 2025 indicano che il prezzo medio dell’elettricità per le imprese è superiore del 40% rispetto alla Spagna, quasi il 30% rispetto a Francia e Germania e quasi dell’80% rispetto ai corrispettivi francesi negli ultimi trimestri.
Questa divaricazione rispetto alle economie concorrenti non si è attenuata negli ultimi anni. Se dal 2019 al 2025 in Francia e Spagna l’aumento dell’energia elettrica è stato contenuto rispettivamente al 39% e 32%, in Italia si parla di un impatto superiore al 107%, con effetti pesanti sulla redditività delle imprese del terziario.
La causa principale risiede nella specifica struttura del mix energetico nazionale, fortemente dipendente dal gas naturale, e nei costi sistemici generati dalla filiera dell’approvvigionamento. A livello europeo, misure di calmieramento più spinte, una maggiore presenza di energia nucleare o accordi più vantaggiosi sui mercati del gas hanno permesso a molti Paesi UE di garantire alle proprie imprese tariffe più competitive, proteggendo meglio la loro capacità produttiva rispetto a quanto accaduto in Italia.
Il persistere di tariffe energetiche elevate ha effetti tangibili e preoccupanti su tre principi cardine della salute di impresa: competitività, redditività e occupazione. La pressione dei costi restringe sempre più i margini operativi, erodendo la capacità di investimento e l’accesso al credito. Molti esercizi di piccole e medie dimensioni, tipici del tessuto produttivo italiano, si trovano a valutare tagli al personale e una revisione drastica degli orari o dei servizi offerti.
La disparità di costi rispetto ai Paesi UE concorrenti genera un pericoloso efetto domino sulla competitività, con ripercussioni negative anche sul turismo e sull’indotto locale. Confcommercio ha ravvisato il rischio di una progressiva chiusura delle attività più fragili e di una riduzione dell’occupazione, specie nei centri urbani minori e nelle aree a maggiore presenza di negozi tradizionali e ristorazione indipendente.
Infine la costante pressione sulle bollette contribuisce a rafforzare l’insicurezza sulle prospettive di breve e medio periodo, diminuendo la propensione all’innovazione e aggravando la stagnazione dei consumi interni.
Di fronte a uno scenario che rischia di minare il tessuto imprenditoriale, Confcommercio ha avanzato proposte dettagliate al Governo, ponendo l’accento sulla necessità di interventi strutturali e non emergenziali. Nello specifico, la richiesta prioritaria è rendere stabile la sterilizzazione degli oneri generali di sistema (che raggiungono percentuali anche del 23-26% sulle bollette elettriche), e avviare una profonda riforma del mercato elettrico, finalizzata al disaccoppiamento tra i costi di elettricità e gas.