Il mondo delle aziende italiane vive profonde trasformazioni: numeri, trend di aperture e chiusure, impatti regionali e settoriali, ruolo delle famigliari, nuove realtà digitali e prospettive sul lavoro secondo i dati Unioncamere.
L'analisi delle realtà economiche italiane offre un quadro ricco e complesso, come evidenziato dalle rilevazioni di Unioncamere e InfoCamere. Grazie all'integrazione dei dati delle Camere di Commercio e degli archivi specializzati, dal 1995 si dispone di una fonte ufficiale e affidabile sulle dinamiche imprenditoriali italiane. Questo patrimonio conoscitivo consente di comprendere l'evoluzione delle imprese italiane, i settori più dinamici, le aree geografiche protagoniste e le sfide che attendono imprenditori e lavoratori. I dati e le tendenze raccolte illustrano la vitalità, la resilienza e la diversità del tessuto produttivo nazionale, indispensabile punto di riferimento sia per decisori pubblici che per operatori privati.
Il periodo compreso tra il 2023 e la metà del 2025 ha mostrato segnali di vivacità imprenditoriale: sono state avviate 793.872 nuove imprese, mentre 677.131 realtà hanno cessato la loro attività. Ne risulta un saldo positivo di 116.741 unità, traccia di un mercato dinamico ma anche soggetto a rilevanti ricambi. Le fonti Unioncamere-InfoCamere, in collaborazione con CRIBIS, evidenziano come la maggior parte delle chiusure non sia dovuta a situazioni di crisi ma a scelte volontarie come pensionamento, fusioni o cessazione da parte degli imprenditori.
La nati-mortalità si conferma comunque differenziata a seconda di settori e territori. Da un lato il comparto dei servizi commerciali e delle attività legate all'installazione mostra una forte propensione alla creazione di nuove realtà, così come il commercio al dettaglio e la ristorazione. Tuttavia, alcuni segmenti soffrono maggiormente: il commercio di abbigliamento e i trasporti registrano una riduzione delle nuove aperture e una maggiore incidenza di chiusure.
Degno di nota anche il dato sulla fragilità delle imprese giovani: il 32,7% chiude entro i primi cinque anni, il 31,5% tra i sei e i quindici anni, mentre solo il 15% supera i trent'anni d'attività. La resilienza e la capacità di consolidamento restano quindi temi centrali per la competitività del sistema imprenditoriale italiano.
L'osservazione delle differenze geografiche evidenzia come Lombardia, Lazio, Campania e Veneto siano le regioni che trainano la crescita delle nuove aziende. Nel dettaglio, la Lombardia si distingue per un tasso di nuove aperture pari al 17,6%, seguita da Lazio (11,2%), Campania (9,7%) e Veneto (7,8%). Nel complesso, il Mezzogiorno detiene un'incidenza importante, rappresentando il 31,6% delle nuove iscrizioni, contro il 27,7% del Nord-Ovest, il 21,6% del Centro e il 19,1% del Nord-Est.
In termini di chiusure, i dati seguono un profilo simile: Lombardia capofila con il 16,6% di cessazioni, davanti a Lazio (9,2%), Campania (9%) e Veneto (8,5%). La prevalenza resta significativa anche nel Sud e nelle Isole (30,7% delle chiusure), mentre Nord-Ovest, Centro e Nord-Est rispettivamente registrano valori del 28,1%, 20,8% e 20,5%:
Sul piano settoriale, servizi commerciali, installatori, ristorazione e commercio al dettaglio risultano i comparti più dinamici nelle nuove iscrizioni. Alcuni segmenti peculiari, come hotel (+18,3% nel 2024) e investimenti finanziari (+17,2%), si sono distinti per una crescita accelerata, evidenziando tendenze settoriali emergenti:
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Forma |
Incidenza sulle nuove aperture (%) |
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Imprese individuali |
58,5 |
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Società di capitali |
34,5 |
|
Società di persone |
Residuale |
Le imprese familiari spiccano come pilastro dell'economia italiana, mentre le realtà più giovani crescono soprattutto nei servizi digitali e tra le società tra professionisti (Stp), segnalando come l'innovazione giuridica risponda direttamente ai bisogni evolutivi del mercato.
Le aziende a controllo familiare rappresentano il cuore pulsante del tessuto economico italiano. Secondo la XVI edizione dell'Osservatorio AUB, tra le oltre 23.500 aziende monitorate, il 67,2% è a gestione familiare, dato in crescita rispetto agli anni precedenti. Questo segmento contribuisce per il 42% al fatturato complessivo e assorbe il 52,3% dell'occupazione, pari a circa 3,4 milioni di addetti.
*L'importanza delle aziende familiari si riflette nella loro capacità di rigenerarsi e affrontare le crisi*: nel periodo post-pandemico hanno aumentato l'occupazione del 17,9%, superando le imprese non familiari (+14,1%) grazie a una maggiore resilienza e a un radicamento territoriale profondo. Anche la redditività operativa risulta superiore (ROI medio del 11,0 rispetto all'8,7 delle aziende non familiari), con risultati particolarmente positivi in Calabria, Sicilia e Valle d'Aosta.
Queste imprese mantengono una forte diversificazione settoriale e territoriale, rimanendo centrali nelle strategie di crescita, stabilità occupazionale e rilancio economico a livello nazionale e locale.
Negli ultimi anni si assiste a una forte accelerazione nei comparti innovativi: l'economia digitale e le aggregazioni tra professionisti (Stp) sono i principali protagonisti. Le aziende legate all'industria dei contenuti digitali - influencer, videomaker, creator - sono aumentate del 185% in dieci anni, superando quota 25.400 a inizio 2026. Questo sviluppo è stato favorito sia dalla diffusione di nuove competenze, che dall'accesso a strumenti digitali innovativi che consentono la creazione e gestione autonomi di attività imprenditoriali.
Le Stp - società tra professionisti - hanno registrato una crescita importante grazie alle nuove regole di neutralità fiscale: nel 2025 risultano aumentate dell'11,8%, anticipando possibili ulteriori aggregazioni in vista dei prossimi incentivi e riforme.
Il quadro della composizione del Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano conferma il predominio del settore terziario. Nel 2024, i servizi costituiscono il 73,4% del PIL nazionale, mostrando una stabilità di lungo periodo rafforzata dalla resilienza post-pandemica. Il settore industriale rappresenta il 18,6% del PIL, mantenendo una posizione di rilievo tra le economie europee, nonostante una flessione rispetto ai livelli pre-crisi del 2007. Il comparto costruzioni copre il 5,7% e mostra una timida crescita stimolata dagli incentivi fiscali. La quota agricola, costantemente in calo nei paesi avanzati, si attesta al 2,3% del PIL:
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Settore |
Quota sul PIL (%) |
Variazione 2024 rispetto al 2023 (%) |
|
Servizi (terziario) |
73,4 |
+0,8 |
|
Industria |
18,6 |
0,0 |
|
Costruzioni |
5,7 |
+1,4 |
|
Agricoltura |
2,3 |
+2,1 |
Si rileva come il valore generato da filiere industriali e agricole abbia effetti positivi anche sul comparto dei servizi e viceversa, sottolineando la natura integrata dell'economia nazionale.
Le analisi degli ultimi mesi evidenziano che i fabbisogni occupazionali restano elevati e in alcuni casi difficilmente colmabili. Nel solo mese di gennaio 2026 sono previste circa 527.000 nuove assunzioni, che salgono a 1,4 milioni su base trimestrale. Tuttavia, la difficoltà di reperimento di profili qualificati, in particolare laureati e diplomati ITS, rimane un tema caldo: oltre la metà di queste figure professionali è classificata come introvabile dalle imprese, con un accentuato mismatch tra domanda e offerta di lavoro: