La vicenda di Banca Progetto si avvicina a una soluzione: dalla crisi iniziale e commissariamento alle prospettive del salvataggio, passando per il ruolo dei principali attori e le ripercussioni.
L'attesa per una definizione positiva della vicenda legata a Banca Progetto si avvicina all' epilogo. Dopo lunghi mesi di incertezze e tensioni, il panorama bancario italiano si prepara ad assistere a una soluzione concreta per l'istituto commissariato a seguito di gravi scandali finanziari e rischi sistemici. ùGli sforzi congiunti del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi e di un pool di primarie banche italiane indicano che la cessione dei crediti deteriorati (Npl), vera zavorra dei conti della banca, è ormai prossima alla realizzazione. Il clima degli ultimi giorni, dopo mesi all'insegna della cautela, suggerisce la possibilità di un'intesa definitiva entro poche settimane, promettendo nuovi scenari sia per l'istituto che per i suoi stakeholder.
Banca Progetto, specializzata nei finanziamenti alle PMI, è stata commissariata da Bankitalia in seguito a un'inchiesta che ha rivelato la concessione di prestiti garantiti dallo Stato a società sospettate di legami con la ‘ndrangheta. L'istituto si è distinto per una serie di irregolarità nei controlli antiriciclaggio e nella valutazione delle pratiche di credito, facendo emergere carenze strutturali nella governance e nei meccanismi di gestione del rischio.
L'intervento della vigilanza bancaria si è reso necessario dopo che le indagini hanno evidenziato gravi omissioni nei processi interni e una gestione opaca delle garanzie pubbliche. Il procedimento di amministrazione straordinaria ha permesso la sostituzione degli organi direttivi ed è stato affidato ai commissari Lodovico Mazzolin e Livia Casale, supportati da un advisor internazionale come Lazard. La crisi ha avuto riflessi non solo sull'operatività, ma anche sull'immagine complessiva dell'istituto, con la necessità di predisporre meccanismi severi di controllo, in linea con le direttive della Banca Centrale Europea e delle leggi di riferimento in tema di contrasto al riciclaggio (D.Lgs. 231/2007 e successive modifiche).
L'istituto, già protagonista di una raccolta significativa di depositi internazionali, ha visto crescere il rischio di una perdita di fiducia da parte degli investitori e di potenziali ripercussioni sulla stabilità dei risparmiatori, la cui tutela è stata posta progressivamente al centro delle iniziative di contenimento e recupero.
La strategia di rilancio per Banca Progetto è stata strutturata secondo due passaggi imprescindibili. In primo luogo, era necessario procedere con la cessione del portafoglio di crediti deteriorati, la cui esposizione ammontava a circa 1,5 miliardi di euro. I potenziali acquirenti includevano operatori specializzati come Amco in cordata con il fondo Crc, oltre a importanti attori del settore come Fortress e Barclays. L'offerta considerata più concreta ha valutato i crediti a una cifra intorno al 65-70% del loro valore nominale, ovvero circa 1 miliardo di euro.
La discussione sulle garanzie pubbliche associate a tali crediti si è rivelata tanto complessa quanto determinante: errori di rendicontazione o frodi avrebbero potuto annullare la copertura statale su una quota consistente, aumentando l'onere a carico del sistema bancario e lasciando emergere un fabbisogno di ricapitalizzazione superiore alle previsioni iniziali. Di conseguenza, la vendita degli Npl ha subito rallentamenti e la chiusura del salvataggio, inizialmente prevista entro l'anno, è stata riprogrammata verso la fine di febbraio. Al contempo è stata avviata una due diligence approfondita per definire con certezza il valore degli attivi in vendita e la solidità delle garanzie sottostanti.
Solo dopo aver definito la partita dei crediti deteriorati, è stato possibile calcolare il reale importo di capitale necessario per ristabilire i requisiti patrimoniali regolamentari. Le stime più recenti, tenendo conto delle perdite emerse dalla cessione, indicano che l'onere per il sistema potrebbe salire fino a 1 miliardo di euro, superando di gran lunga i 400 milioni previsti al lancio del piano. Tali dinamiche pongono il sistema bancario di fronte a una sfida tesa tra rigore finanziario e la necessità di salvaguardare la fiducia nel comparto.
Il piano, delineato sulla base delle esigenze di solidità e trasparenza, prevede in sequenza l'aumento di capitale da parte del Fondo Interbancario, seguito da una ricollocazione del controllo al pool delle cinque maggiori banche italiane. Tutte le fasi sono state sottoposte a verifiche dettagliate dai commissari, in linea con i sistemi di vigilanza disposti dalla normativa sulla crisi bancaria (Direttiva 2014/59/UE).
Il delicato scenario di rilancio vede confrontarsi due principali direttrici strategiche. Da un lato, il tandem composto da JC Flowers e Oaktree, già proprietario dell'istituto, ha proposto un'iniezione di circa 250 milioni di nuovi capitali, nella speranza, perlomeno, di limitare l'impatto delle perdite e mantenere una posizione nel capitale. Tale soluzione prevedeva anche una parziale copertura degli Npl da parte del Fitd, chiamato a compensare eventuali inesigibilità dei crediti.
Sul fronte contrapposto, si è affermata rapidamente una proposta alternativa incentrata sull'intervento diretto delle principali banche italiane - Intesa Sanpaolo, Mps, Bper, Banco Bpm e Unicredit - coordinate dal Fitd, in collaborazione con Amco. Questa strada mira a una maggiore condivisione del rischio e a garantire innanzitutto la tutela dei depositanti, anche a costo di azzerare il capitale degli attuali proprietari e favorire la liquidazione ordinata dell'istituto se necessario.
L'approccio sistemico, ben visto da Bankitalia, pone al centro un modello di intervento ispirato ai principi di stabilità collettiva e responsabilità condivisa, tipico delle situazioni di crisi bancaria disciplinate dal quadro normativo dell'Unione Europea relativo al burden-sharing e alla risoluzione ordinata degli istituti finanziari in difficoltà.
La gestione della crisi ha visto una sinergia senza precedenti tra il Fitd e i principali gruppi bancari del Paese. Il Fondo Interbancario è stato chiamato ad agire con rapidità e rigore, garantendo un primo apporto di capitale e svolgendo la funzione di pivot per la riorganizzazione della compagine azionaria dell'istituto.
Amco, controllata dal Tesoro, ha rappresentato il perno tecnico per la gestione della cessione degli Npl, assicurando le competenze necessarie per le valutazioni dei rischi e per la strutturazione di offerte commisurate alle reali condizioni di mercato. La partecipazione di Amco, sostenuta dal fondo americano Crc, è stata determinante nel delineare scenari di derisking non solo dal punto di vista finanziario, ma anche reputazionale.
Le cinque maggiori banche italiane - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Bper, Banco Bpm e Monte dei Paschi di Siena - si sono impegnate a rilevare progressivamente la quota di controllo detenuta dal Fondo, con un meccanismo di ripartizione proporzionale basato sulle rispettive quote di contribuzione al Fitd. Nei piani più avanzati è stata pianificata anche una maxi-cartolarizzazione dei crediti in bonis dell'istituto, con la possibilità di coinvolgere soggetti pubblici e privati nella gestione delle note senior e junior associate agli strumenti di securitization.
La priorità nella definizione del piano di risanamento è stata la tutela dei risparmiatori. La grande massa di depositi raccolta soprattutto sui mercati esteri tramite piattaforme fintech - in particolare in Germania e Olanda - ha determinato l'urgenza di assicurare continuità nei rimborsi e stabilità dell'accesso ai fondi detenuti presso l'istituto. Il quadro regolatorio - in particolare quanto previsto dal D.Lgs. 385/1993 (Testo Unico Bancario) e dalle Direttive UE sulla tutela dei depositanti - ha imposto che la copertura fino a 100mila euro per ciascun cliente fosse mantenuta, grazie al contributo del Fitd e alla ripartizione degli oneri tra i principali gruppi bancari coinvolti.
Tuttavia, gli investitori istituzionali e i detentori di strumenti di capitale rischiano di subire perdite, anche significative, in seguito all'azzeramento delle quote di proprietà e alla riduzione del valore delle azioni negli scenari di liquidazione ordinata. L'avvio della maxi-cartolarizzazione dei crediti permetterà di restituire liquidità rapidamente e di offrire ai creditori senior una protezione più solida, pur lasciando aperta la possibilità che l'istituto venga progressivamente smantellato e le licenze bancarie restituite, qualora non si rivelasse possibile un ritorno all'operatività ordinaria.
Per i piccoli risparmiatori, invece, il rischio di perdite viene ridotto al minimo, grazie alla copertura assicurata dal sistema di garanzia dei depositi e al tempestivo intervento istituzionale.
La definizione di un percorso condiviso per la risoluzione della crisi rappresenta una scelta di grande impatto per il sistema bancario italiano. L'onere, che potrebbe arrivare fino a 1 miliardo di euro, inciderà sulle risorse disponibili per altri possibili interventi di sistema, ma al tempo stesso rafforza la cooperazione tra banche e il principio di solidarietà interno al settore creditizio.
A livello politico, la vicenda ha attirato l'attenzione dei regolatori e delle istituzioni parlamentari, con la previsione di audizioni presso la Commissione Banche per fare luce sulle modalità di gestione della crisi e sui rapporti tra vigilanza e governance interna delle banche. L'episodio, inoltre, rischiava di minare la reputazione dell'Italia sui mercati internazionali, vista la forte esposizione della banca verso clienti esteri, ponendo così in evidenza la necessità di controlli più stringenti e di una maggiore trasparenza nei flussi finanziari legati al credito garantito dallo Stato.
Non meno rilevante è la selezione dei soggetti chiamati a contribuire al salvataggio: la soluzione adottata valorizza la responsabilità collettiva delle maggiori banche nazionali, evitando automatismi liquidatori e ricorrendo soltanto come extrema ratio agli strumenti di resolution previsti dal Single Resolution Board dell'UE.